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Venezia impersonifica un altro apparente paradosso: una domanda infinita per un’offerta limitata, da qui è evidente che bisognerebbe ridurre la domanda visto che è impossibile aumentare il “prodotto Venezia”.  Come conseguenza logica e legge di mercato quando la domanda supera l’offerta il prezzo sale (quindi a parità di costi aumenterebbero i margini, e i soldi da investire in città che potrebbero essere pagare dagli operatori stessi).  Sempre seguendo la logica del buon senso ma anche le regole di marketing turistico e di city management, bisognerebbe perseguire un posizionamento diverso da quello attuale (citta del turismo di massa e delle tourist traps). Per esempio: città che offre storia e arte per un turista d’elite colto e che può spendere.  Tale posizionamento non è fine a sé stesso ma farebbe seguire una strategia e delle politiche che prevedono sistemi di incentivi e disincentivi per attrarre un pubblico consono alla città d’acqua. In sintesi: bisognerebbe offrire qualità facendola pagare il giusto costo e non quantità low cost (o non tanto low) per un ospite con capacità di spesa e consapevole di un luogo unico al mondo.

La soluzione sta nella natura stessa della città che impone un’offerta culturale per un target più alto e redditizio, innanzitutto partendo dai turisti che pernottano in città, in modo da avere meno gente che sta più giorni e che spende di più.

Cio’ detto crediamo che invece di tassare il già tartassato turista residente bisognerebbe prelevare su chi guadagna dall’attività turistica includendo tutti operatori (compresi gondolieri, tassisti, tour operator, agenzie, guide, trasfer etc.) che dovrebbero contribuire al mantenimento della città in misura proporzionale ai loro veri ricavi.  Ma i soldi dovrebbero andare a un consorzio pubblico / privato imparziale che gestisca sotto la luce del sole attività utili alla città, per es. organizzazione di eventi culturali che attirino un pubblico affine magari in periodi di bassa stagione o andrebbero spesi nella manutenzione del patrimonio artistico-storico e della sua tradiziona (come economia d’acqua, o forme di artigianato che stanno scomparendo), e soprattutto gestito con rendiconti trasparenti e secondo logiche di efficace governance di bilancio sociale ed economico.  Lo stesso consorzio potrebbe creare un’agenzia per la comunicazione  di Venezia per affermare il posizionamento “alto” e un marchio Doc per incentivare la qualità della sua offerta di shopping.

Tornando al dibattito sulla tassa di soggiorno o d’ingresso. Perché non applicare una tassa su tutti i carriers  verso Venezia o solo quelli del turismo di massa (bus, lancioni), in modo da alzare la soglia per l’ingresso, disincentivare e quindi ridurre gli inutili ed esagerati flussi. La riduzione di lancioni e bus avrebbe una conseguenza positiva sull’ambiente (meno moto ondoso e smog, spazi più liberi), con i soldi ricavati si potrebbe finanziare progetti di green economy come la produzione di energie dalle alghe (il vero oro del futuro in un’ambiente come la laguna), questa potrebbe riassorbire e attrarre nuova forza lavoro con il risultato di palese circolo virtuoso.  Ma sarebbe auspicabile e inevitabile anche una tassa all’ingresso sui turisti stessi “one day trippers”.  Il diritto universale alla mobilità sarebbe preservato ma entrare in luoghi come Venezia deve avere un costo. In molte città europee esiste la “green tax sull’inquinamento”, in fondo a Venezia mutatis mutandis si vive la stessa situazione: è un inquinamento umano e di rifiuti che la città sopporta,  (bus, barche e soprattutto crociere effettivamente inquinano l’aria anche se si professano ecologiche con un doppio salto mortale di “green washing”).  In tal modo si incentiverebbe chi soggiorna più a lungo (turisti residenti che vedrebbe ammortizzare il costo d’ingresso su più giorni) mentre chi morde e fugge vedrebbe incidere in misura maggiora sul suo costo-gita e così verrebbe disincentivato preferendo magari mete più alla sua portata (in target) come Gardeland, Jesolo, o Italia in miniatura, (dove ci sono anche le gondole e il giro costa meno).

Conclusioni, Venezia del futuro:

Venezia è sempre più la città del “made in China”, dove la paccottiglia si vende davanti ai più bei monumenti del rinascimento, dove conta di più vendere dei souvenirs che far gioire dell’atmosfera di una chiesa, dove è difficile sopravvivere indenni al ciarpame che la città offre da mangiare e comprare.  Sembra che gli abitanti moderni facciano il contrario di quello che hanno fatto i loro antenati, la ricerca del bello si è esaurita nel suo opposto, non solo non saprebbero fare una minima parte di quello che hanno avuto in eredità ma non sanno nemmeno preservarlo, valorizzarlo e tutelarlo.

Venezia, come il sultanato di Brunei, è seduta su una montagna d’oro ma sta sprecando il suo tesoro fatto di “beni heritage”, unici e non clonabili.[1] Con il tempo nell’immaginario collettivo dei cittadini del mondo Venezia sta diventando sempre di più la città care per antonomasia, la città dalle fregature ad ogni angolo, rovinata da orde umane[2] che la rendono invivibile.

E ora con la tassa di soggiorno cosa faranno gli amministratori? Invertiranno questa tendenza? Noi non crediamo che i 22 milioni di euro verranno usati per migliorare l’offerta della città e per migliorarne la convivenza dei turisti con i cittadini ma bensì andranno a ingrassare le tasche della clientela che governa o al meglio andranno a risanare i conti in rosso della pubblica amministrazione.  Il turista non si sentirà certo “city sponsor” ma si sente di aver subito l’ennesima truffa (questa volta legalizzata) che andrà ad indebolire ulteriormente l’immagina di Venezia, di un marchio che una volta costituiva fascino, idea romantica, arte, storia, bello e che era legato a manufatti di enorme pregio.

 Concludo con un’immagine della città di un grande pubblicitario: Venezia è come un’ex bella donna una volta ammirata preziosa e oggi vecchia è ridotta a prostituirsi al miglior offerente. E un’idea che aveva lanciato come paradosso ma che oggi forse bisognerebbe applicare sul serio: costruire una finta Venezia a 50 km come un grande parco a tema di città d’acqua,  in modo da preservare la città storica solo per chi è in grado di apprezzarla e pagarla.  Credo che in quel giorno il prodotto più venduto a Venezia non sarebbe più la mascherina cinese, e il kebab di plastica ma il SILENZIO, unico vero prodotto non clonabile di cui Venezia è esclusiva detentrice come nessuna altra città al mondo.

Ecco, io vedo il futuro di Venezia così: piccoli, lenti, leggeri momenti di silenzio; nella contemplazione del bello che nutre e purifica l’anima.  Un’esperienza unica e dimenticata da chi vive e lavora in caotiche città chiuso in scatole di metallo verso riunioni per business di cui si è perso ogni controllo.    Io credo fortemente, che se quel giorno arriverà, la vecchia Venezia diventerà la città più moderna che esiste, la città paradigma del progresso umano che illustrerà la strada per fermarsi e iniziare una sana e necessaria decrescita.


[1] E’ come se il sultano del Brunei la cui isola è seduta su una miniera d’oro nero lo facesse sgorgare libero inquinando il territorio ma consentendo ai cittadini di servirsene per i loro usi privati.

[2]  Un turismo inteso come consumare poco e male all’estero senza capire alcunchè del luogo visitato, si comporta come il conquistatore che pianta una bandierina dicendo “ci sono stato”

Consulente e formatore, dopo vari anni di esperienza a Milano in aziende leader di comunicazione e internet rientra a Venezia dove si occupa di turismo, al lavoro affianca la partecipazione alla vita associativa in ambito locale.
  • Michela

    Turismo di qualità per una città di qualità
    Un semplice elementare buon senso, ma bisogna avere il coraggio, come in questo articolo, di dirlo: ridurre la domanda turistica a Venezia e convertirla in qualità. Marco rimette in fila le buone ragioni e le possibili procedure. Al contrario chi amministra è sempre tirato dalla parte opposta, dal pianto di chi vorrebbe sempre più quantità o che si lamenta delle flessioni in quantità dell’unovirgola ( la qualità invece non viene neppure presa in considerazione dai lamentanti). E’ un po’ la stessa solfa che si sente quando c’è crisi economica: bisogna aumentare di nuovo i consumi. E in quel momento nessuno pensa a che cosa significa anche questo in termini di qualità, dell’ambiente per esempio. E poi c’è un’altra considerazione coraggiosa di Marco: se la quantità turistica ha i suoi danni, e li ha, li ripaghi chi sulla quantità si arricchisce.
    Alcuni temi connessi e domande spontanee. C’è un diritto alla qualità nella produzione di beni e di opere e nell’agire umano stesso? E c’è una maggiore o minore qualità nell’ambiente e nel paesaggio? E quali sono i parametri della qualità, per non fare di questo termine un vezzo da intellettuali? C’è un diritto di cittadinanza anche per la bassa qualità? Una Venezia di qualità solo per turisti ricchi pone problemi al diritto di andare dove si vuole per tutti, anche per i turisti meno ricchi?