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L’ultima polemica lagunare ruota attorno alla nascita o meno del 42° museo cittadino. Il nome è racchiuso in una sigla: M9. Sta per Mestre Novecento. Sintesi estrema? Oppure richiama il costo previsto, 90 milioni di euro? Per toglierci qualche dubbio entriamo nei dettagli.

Il progetto M9 è stato commissionato dalla Fondazione di Venezia che lo finanzia, un “privato” un po’ particolare dunque, e promette tanto di recuperare un’area centrale di Mestre oggi degradata quanto, un domani, di autosostenersi grazie all’abbinamento con un centro commerciale. Questa è diventata un po’ dovunque, vedi i casi Fondaco dei Tedeschi e Grandi Stazioni, la formula magica per risolvere ogni problema. Culturale o meno.  Fin qui niente di nuovo. Forse si potrebbe osservare che l’impianto della proposta manca di originalità: l’idea è vecchia e consumata. Aprire centri commerciali è ormai una moda nazionale, immune da crisi. Sempre di più, grandi, grandissimi, con un’offerta varia di negozi, locali pubblici, palestre, uffici e via dicendo. Vuoi riuscire a non affittare questi spazi meravigliosi in pieno centro? Già…

Perché la domanda giusta oggi è: funzionerà? E non è per niente azzardata. A qualcuno dev’esser sfuggito ma si sta cercando di calcolare quante aree commerciali e industriali sparse per tutto il Veneto siano oggi abbandonate e disponibili. Ovvio la loro edificazione abbia comportato una pioggia di cemento che ha sottratto importanti fette di territorio alla normale biodinamica. Senza comportare alcun tipo di vantaggio perché… vuote! C’è davvero spazio per l’ennesimo centro commerciale?

Si obbietterà che nel caso di M9 l’intervento avviene su una zona urbanizzata e addirittura degradata. Questo è vero ma non risulta che la “vitalità commerciale” di Mestre autorizzi a pensare vi sia bisogno o semplice opportunità dell’ennesimo “parco negozi”: la crisi che fa chiudere le attività esistenti non è finita, né si riesce a immaginarne la conclusione. In sostanza, l’ipotizzato centro commerciale insisterà su un mercato in forte contrazione, aggravando i problemi per le aziende già ora in difficoltà. Senza offrire alcun vantaggio al cittadino consumatore alle prese non con poca offerta di merci ma con carenza di “soldi in tasca”. E in più incerto e spaventato rispetto all’avvenire.

Il ciclo economico non riparte prolungando gli orari di apertura dei punti vendita o infittendone la presenza ma aumentando le risorse disponibili. Se queste mancano, non c’è niente da fare.

L’ambiente in cui nasce M9, dunque, è ostile. Resta da vedere che tipo di intervento culturale si vuole realizzare. Il progetto parla di “museo virtuale”, cioè senza “opere”, né laboratori o quant’altro ma “sfruttando le nuove tecnologie” ricco di “presentazioni” audiovisive relative al contemporaneo. Il quale di per sé ha ormai eliminato l’”opera”: questo, comunque, è un altro discorso e lo faremo in una prossima occasione. Insomma, M9 offrirebbe una pioggia di “sale virtuali”.  Cui sommare quelle destinate a “mostre, eventi, convegni”.

Le domande: serve davvero M9, con il centro commerciale annesso, per avere questo? L’attuale Candiani, le cui potenzialità, a tutt’oggi parzialmente espresse, non potrebbe con efficacia, e ben minore spesa, ospitare tali soluzioni tecnologiche? I 90 milioni di euro non sarebbero meglio investiti sulle realtà che oggi a Mestre, tra infinite difficoltà, cercano di “produrre” cultura? E generare così un circuito virtuoso tra produzione culturale e occupazione intellettuale, in grado questa sì di autosostenersi perché la sua esistenza e operatività incrementa di per sè un indotto di cui è parte integrante la socialità? Con immediati riflessi anche sull’infrastruttura commerciale attuale.

Insomma, l’M9 così com’è concepito a cosa e a chi serve?

Federico Moro vive e lavora a Venezia. Di formazione classica e storica, intervalla ricerca e scrittura letteraria, saggistica, teatrale. È membro dell’Associazione Italiana Cultura Classica e della Società Italiana di Storia Militare.
Ha pubblicato saggi, romanzi, racconti, poesie e testi teatrali.