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Il nostro collaboratore Federico Moro, spaziando con una certa audacia dal mercato di Rialto all’Italia e all’Europa, denuncia su “Luminosi Giorni” con delle buone ragioni la macroscopica inefficienza della politica e la sua incapacità di risolvere con azioni efficaci e credibili i problemi basilari della gente e i suoi diritti di fondo. Soprattutto reclama a tutte le latitudini una politica coerente in grado di mettere insieme legittimi interessi individuali e particolari in un insieme che si chiama ‘interesse generale’.
Spreco di risorse, assenza di coordinamento e di visioni d’insieme determinano scelte strabiche, zoppe, a volte delle ‘non scelte’. E sì che, per restare in città, tra gli assessorati in comune a Venezia ce n’è uno che si chiama ‘ pianificazione strategica’ e al quale all’esordio di questa testata si era dato un certo affidamento. Invece al momento se si volesse darne una valutazione sull’operato si dovrebbe dire: non pervenuto.
Alla fine del suo intervento Federico conclude: “Forse è venuto il momento di fermare tanta follia”.
Per noi questa affermazione non dovrebbe però essere posta alla fine, ma all’inizio di un ragionamento e di un percorso. Perché la inevitabile domanda di riflesso è: come?
La politica, sempre la politica ha in mano tutto e anche quando si fa bypassare (da SAVE per es.) la sua assenza e la sua miopia ne fa una protagonista in negativo. Il potere passa comunque di lì. La presunta crisi di credibilità dei partiti non deve trarre in inganno. I partiti con le loro strutture stanno lì ben piantati e restano determinanti per la rendita di posizione data dal loro posizionamento nel mercato elettorale. Che effettivamente crea uno scenario diversificato e vario nella mappa mentale di un elettore. Uno può decidere di non andare a votare schifato da scandali e da andazzo della ‘casta’ e sarà sempre una quota più grande. Ma se poi ci va e vota per quello schieramento e per quel partito può facilmente autoassolversi dicendo: e per chi volevi che votassi se non per loro?
Si può aggirare l’ostacolo con le forme di partecipazione diretta, con le politiche referendarie o con i movimenti che agiscono solo nel sociale? E’ un livello questo sempre più utile ed efficace nei condizionamenti e va sicuramente considerato, ma dubito che sia da solo sufficiente a creare una svolta e una elevazione della politica. Il populismo e il demagogismo sono sempre in agguato in questa dimensione se resta un fenomeno di piazza, di malumore, di sola indignazione.
Lo sforzo che tutte le persone di buona volontà devono allora mettere in atto per dare risposte al citato appello del ‘porre fine’ sta dunque tutto su questa affilata lama del coltello: tra il mantenere e rafforzare la partecipazione diretta e reinventarsi nuove e più solide e credibili forme di rappresentanza e di delega che vadano oltre quelle attuali legate al partitismo e alle sue correnti interne.
Partire dal livello cittadino può essere un banco di prova più controllabile e su cui misurare i risultati, inserendosi con realismo e tempismo nei processi nazionali, se mai dovessero offrire condizioni favorevoli.
Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.