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Il primo aprile il noto social network Venessia.com ha proposto un’altra delle sue iniziative goliardico-provocatorie con la finta apertura di un negozio della inesistente catena Premortal al Ponte de l’Olio con chiaro riferimento alla chiusura del (vero..) negozio Prénatal puntando così il dito sulla vexata quaestio dello spopolamento della città storica.

L’evento è stato segnalato dal nostro Emanuele Dal Carlo su Facebook ed io ho replicato di getto con un commento stizzito che ha suscitato polemiche anche assai accese da parte di non pochi attivisti di Venessia.com che non avevano gradito la mia replica piuttosto aspra.

Non vado oltre per non tediare i lettori con un fatto di nessuna rilevanza, bensì colgo lo spunto per affrontare un tema generale, sperando di suscitare e ricevere numerosi commenti sul tema perché davvero sono curioso dell’opinione dei miei concittadini. Se non fosse una formula logora direi che mi piacerebbe “aprire un dibattito”…

In sintesi, per quanto possibile:

  • Il progressivo spopolamento di Venezia centro storico è nei fatti (purtroppo).
  • Il fenomeno riflette in parte una tendenza generale di tutti i Comuni grandi e medi italiani, che da quarant’anni a questa parte hanno nettamente diminuito la loro popolazione (spesso in termini percentuali assai di più di quanto sia capitato al Comune di Venezia) in particolare quella dei centri storici, più costosi, più “scomodi” e oggetto di fruizioni alternative ed in competizione alla residenza quali uffici, negozi, alberghi ecc.
  • Il fenomeno a Venezia presenta però caratteristiche assolutamente peculiari: la prima, indiscutibile ed evidente, è che la città d’acqua è ad un tempo il centro storico di un’area metropolitana e una città a sé, essendo fisicamente separata dal suo hinterland. Quindi lo spopolamento del centro storico, che nella altre città è un processo doloroso ma sostenibile (chi si trasferisce in periferia comunque continua a pensare al centro come casa sua) a Venezia si traduce in una perdita di centralità anche nell’immaginario collettivo degli abitanti dell’area metropolitana.
  • Lo spopolamento è accelerato anche dalla perdita di offerta residenziale causata dalla diffusione dei (finti) Bed & Breakfast, dalla pressione turistica in generale, dal differenziale di costo degli appartamenti e da tutta una serie di scomodità che presenta la città (legate sostanzialmente all’accessibilità).

Fin qui i fatti. Se tutti coloro che hanno a cuore il problema verosimilmente concordano con quanto descritto sopra, altrettanto verosimilmente le strategie auspicate per contrastare il fenomeno differiscono assai. Questo perché radicalmente diversa è la concezione della città d’acqua e conseguentemente la visione del suo futuro. Io per esempio ritengo che, se poco si può fare sul costo delle case, molto si possa fare sull’appetibilità del centro storico come luogo di residenza, prima di tutto (ma non solo) facilitandone l’accessibilità. Sono conscio peraltro di far parte di una minoranza, ma tant’è. Il tema è complesso e non è il caso di affrontarlo qui ed ora.

Volevo invece soffermarmi su un aspetto cui l’episodio dello scherzo di Premortal si collega (e che è alla base della piccola polemica cui facevo riferimento all’inizio):  troppo spesso i cittadini di questa città, gli stessi cittadini più attenti e sensibili alle sue problematiche, proiettano e diffondono un’immagine decadente, lagnosa, funerea (ed è proprio il caso de quo..) della città che, prima di tutto non è vera e secondariamente è dannosa e controproducente.

A tal proposito riferisco un piccolo episodio che mi ha molto colpito: tempo fa, al Liceo Marco Polo, ho assistito alla presentazione di un libro, scritto a più mani da veneziani, Quando c’erano i veneziani – I nuovi veneziani  http://www.facebook.com/pages/Caterina-Falomo-Quando-cerano-i-veneziani-I-nuovi-veneziani/167138733365027 . Al termine della presentazione da parte degli autori, è stato chiesto agli studenti di dire qualcosa sul tema. Ebbene, sono rimasto stupefatto dal fatto che la quasi totalità riferisse di una città che non offre nulla, morta (appunto…), della loro verosimile intenzione di andarsene altrove già per frequentare l’università e altri desolanti stereotipi. Anche facendo la dovuta tara (è più facile aggrapparsi a stereotipi che organizzare un pensiero originale, specie se davanti ai propri professori e magari la voglia di frequentare un’università lontana è più dettata dalla voglia di andarsene di casa che da Venezia…) resta desolante vedere come l’immagine stessa della città tra i propri giovani è così priva di appeal. Con l’aggravante che, a mio giudizio, è profondamente sbagliata: Venezia resta ancora un luogo urbano di eccellenza, per l’interazione tra le persone che offre, per la bellezza (eh sì, una volta tanto ricordiamocelo), per l’offerta culturale, ecc.  Certo, molto si può fare e si deve fare con coraggio e pragmatismo. E senza, mi permetto di aggiungere, integralismi…

Insomma, questo piangersi addosso, questa auto rappresentazione negativa, è quanto di peggio si possa seminare per il futuro: Venezia ha prima di tutto bisogno di gente che vuole viverci. Continuare a proiettare, all’interno ed all’esterno, un’immagine di morte, di chiusura, di ripiegamento, rischia di diventare quello che in inglese chiamano self-fulfilling prophecy

Nato a Venezia, vi ha sempre risieduto. Sposato con una veneziana, ha due figli gemelli. Ingegnere elettrotecnico, all’Enel dal 1987, è stato Responsabile della Zona di Venezia. Attualmente lavora come International Business Development Manager, sempre per l’Enel, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. È stato presidente del Comitato Venezia Città Metropolitana ed è collaboratore della rivista Esodo.