Laicità per la politica del territorio

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Nelle scelte per la città e nella politica del territorio si segnala lo stallo di posizioni. Si confrontano integralismi e ideologie massimaliste più che buon senso ed equilibrio. Bisognerebbe anche qui essere laici e non lo si è quasi mai. A volte, è vero, bisogna dire dei no netti e bocciare una proposta oppure andare di brutto contro qualcosa di decisamente negativo per il territorio. Insomma buttare via acqua sporca e bambino sporco. Il più delle volte però, quasi sempre direi, si tratta di salvare il bambino e buttare l’acqua.
La cementificazione è uno di questi casi in cui il buon senso dovrebbe averla vinta, anche e soprattutto dopo il terremoto emiliano. E invece si dice: basta cementificazione e consumo del suolo. Basta del tutto cioè. Non più un metro quadro o cubo di cemento. Comunque, in nessun posto e mai più. Giusto o sbagliato che sia, mai più. Una sommessa obiezione verrebbe spontanea a questo punto: l’utilità o meno del cemento non dipende forse dal suo scopo e soprattutto da come, in che forma e dove lo metti? La cementificazione italiana è orrenda non per quanto è stata fatta ma soprattutto per il come è stata fatta. Andrebbe, è vero, tutta abbattuta, rimossa, rottamata. Si dovrebbe semmai dire che così non va fatta mai più e che la si faccia in futuro con criterio dopo che si è riusato il dismesso (cosa tuttavia non sempre facile ed economica). Si provi a partire in aereo da uno di quegli aereoporti a nord di Parigi che si usano per i voli low cost. Ci sia alza in volo e si vedono a terra rettangoli perfetti di cittadine compatte, non sfilacciate lungo gli assi con strutture anche produttive a colmare gli interstizi e periferie con gli stessi tetti colorati dei centri storici. Poi chilometri e chilometri di verde agricolo senza una casa, poi di nuovo la cittadina compatta e così via anche otto, dieci volte secondo logica, con un’idea di fondo: la campagna è ancora la campagna, il bosco è il bosco e la città è la città. Per mezz’ora di volo va così, poi passi velocemente le Alpi. Un’ora dopo atterri a Treviso e il contrasto tra quel che hai appena visto e quel che vedi è impressionante: più che una pianura sotto di te hai un oceano di capannoni, zonette idustriali discontinue, campi di mais, gommisti, ipermercati, orti, discoteche, orticelli, multisale cinematografiche, canalette, scolmatori, grappoli a profusione di pseudovillette a casaccio una diversa dall’altra, cantieri e città stellari con le punte che toccano altre città e nel vuoto della stella i campi che arrivano quasi in piazza: il ruralurbano e il suburbano all’infinito.Il grigio bianco del cemento o dell’edificato e il verde bruno dei campi si confondono in una melassa nebulosa che ti dà la stesso fastidio della tavola da sparecchiare dopo una cena di dieci persone. Si vedrà che il rapporto di superficie tra cemento e suolo libero in Francia e in Pianura Veneta è esattamente lo stesso, Ma le forme…le forme fanno eccome la differenza. Allora si capisce che il problema è il modo, il ‘come’, appunto. E per difendersi dai terremoti poi il ‘come’ diventa vitale, mi pare. O no? Ma i crociati di casa nostra questa capacità di distinguere non sanno neppure cosa sia: basta cemento per tutto il millennio prossimo venturo.
Altro caso emblematico di integralismo ambientale tipicamente veneziano: basta grandi navi in bacino San Marco. Giusto. Sottoscrivo (e ho anche firmato per cacciarle via). Ma poi senti: no grandi navi in laguna (ovunque in laguna) scavando altri canali alternativi a San Marco, no grandi navi a Marghera attraverso il canale dei Petroli, no grandi navi a Malamocco in bocca di Porto, no grandi navi a Punta Sabbioni, no grandi navi per principio, che vadano a Trieste ( che chissà perchè può riceverle senza danno alcuno). Nel frattempo altri porti italiani si tengono le grandi navi, trovando soluzioni per non recare danni. Allora si capisce che certe teste non le cambierai mai e perdi la speranza. Con loro. Puoi provare con i giovani che vengono avanti.
Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.
  • http://www.marcodalpra.it Marco Dal Prà

    Bell’articolo Carlo.
    Sincero, semplice.
    Mi ha fatto anche ridere (“campi di mais, gommisti, ipermercati, orti, discoteche..”)
    Poi però ti resta una tristezza : quest’Italia qua sarebbe da demolire quasi tutta !