Modernità vs Conservazione

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L’articolo, di fatto un editoriale, di Salvatore Settis su “Repubblica” del 31 luglio, dopo una carrellata di luoghi comuni sulle aggressioni architettoniche e urbanistiche che, a parer suo, per mano delle lobbies politico affaristiche starebbero per abbattersi su Venezia (Torre Cardin in testa), così sunteggia la ragione vera di questa operazione congiunta a tenaglia sulla città: il voler “profanare questa città gloriosa che infastidisce i sacerdoti della modernità quanto una vergine restia può irritare un dongiovanni che si crede irresistibile“.
Ebbene sì, personalmente mi sento un attento militante della modernità; non un sacerdote, dal momento che la modernità è laica e la laicità nasce come abolizione del sacerdozio, di cui costitutivamente non ha bisogno; e, Settis vede bene, mi sento infastidito, e tanto, oh yes, del mito veneziano e della città dove risiedo, ferma all’ultimo giorno della sua caduta di Repubblica indipendente. Quel mito, di cui Settis sembra essere invece lui sacerdote, è la sua morte. Ed ha visto altrettanto giusto: lo vorrei profanare, andare contro la sua sacralità conservata dal sacerdote Settis (che si fa sfuggire il lapsus del termine ‘profanare’, a conferma della sua concezione sacrale e mitica della città).
I miti di per sé sono feticci, rappresentazioni funeree, oppio per la ragione e per l’avanzamento umano. Il supponente storico dell’arte dovrebbe sapere bene che tutto ciò che di grandioso vi è in campo artistico architettonico quando venne realizzato costituiva il massimo della modernità, in voluta contraddizione e beneficamente aggressivo verso il passato. Con cui per altro ha convissuto bene, in molti casi anche armonizzandosi. Ma è probabile che Settis, fosse vissuto allora, in qualsiasi passato, delle opere innovative avrebbe detto le stesse cose.
Perchè è un conservatore, di alto lignaggio intellettuale, ma conservatore e pericoloso pure, proprio perché di alto lignaggio e per il conseguente credito di cui gode presso i media. I quali da indipendenti, come vorrebbero essere, non dovrebbero commissionare opinioni del genere senza contraddittorio.
Settis è un conservatore vero, di razza, e come tale il suo bersaglio è la modernità, la sua invettiva è perfettamente coerente e non sorprende.
Questa nostra umile testata web al contrario ha tra le sue ‘ragioni sociali’ proprio la modernità e quindi per noi lui, e quelli della sua razza, sono dei nobili avversari politici. Si riporta così lo scontro politico alla sua natura più genuina, che la contarpposizione sinistra destra (fuorviante) ha a lungo occultato: modernità versus conservazione. Modernità non è perciò termine generico, contiene tutti i momenti innovativi e rivoluzionari della storia verso l’avanzamento umano; che è il progresso, altro termine che andrebbe riabilitato da una considerazione che lo vuole sinonimo di facile ed ingenuo ottimismo sulle sorti umane. La democrazia è il frutto più avanzato della modernità, lo stato laico, figlio legittimno della democrazia, è la sua forma istituzionale. Per questa ragione Luminosi giorni, a partire dal suo nome stesso, vuole condurre questa duplice battaglia: per una modernità sociale, in tutti i campi, territorio compreso, a Venezia a maggior ragione, modernità a favore dei diritti di cittadinanza e battaglia per la laicità come stile e contenuto, come discriminante politica. Laicità in cui non c’è posto per le granitiche certezze dell’integralismo dei sacerdoti come il nostro altezzoso opinionista. E per l’ombra che la nostra ricerca di luce vorrebbe dissolvere.Un po’ dappertutto.
Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.