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Di cosa parliamo quando parliamo di democrazia e di diritti?

La recente stagione delle sollevazioni popolari contro i regimi egiziano, libico, tunisino, che con slancio poetico abbiamo intitolato alla primavera, sembra declinare in un mesto autunno; non nella promessa realizzata di fulgori estivi, ma nel presagio di un gelido inverno.

Con un automatico riflesso metonimico abbiamo scambiato il contenente – la piazza, anche quella virtuale dei social networks; la liturgia elettorale, le “istituzioni democratiche” – per il contenuto – i diritti, l’uguaglianza, la libertà – ma, mi pare, Egitto, Libia, Tunisia e forse domani la Siria, sono le evidenze da una parte della caparbietà del potere che si riproduce e ripropone camaleonticamente  e dall’altra della ambigua equazione maggioranza, movimento – democrazia.

Se la democrazia è piuttosto il luogo dove sono difesi i diritti di tutti, in primis quello delle minoranze, i movimenti, anche popolari, islamici, non sono democratici.

In essi, intrinsecamente, c’è una volontà plebiscitaria e perciò stesso illiberale.

L’hanno da lungo tempo imparato a proprie spese i tanti iraniani che nel 1979 si erano illusi di rovesciare il regime dello scià sostenendo e alleandosi a un movimento di protesta ispirato a dettami religiosi. Lo sanno, adesso, i giovani di piazza Tahir.

Da lungo tempo l’hanno imparato le donne iraniane. Lo sanno, adesso, le donne tunisine.

Anche se circostanze e, speriamo, esiti, non sono automaticamente assimilabili resta, e lo impone alla nostra attenzione soprattutto il caso delle donne, il problema di come risolvere la schizofrenia per cui un regime autocratico possa e voglia riconoscere sia pur imponendoli diritti e libertà (è il caso tunisino, ma non solo) che vengono invece minacciati o negati da un regime accreditato da maggioranze ed elezioni e che rivendichi autonomia e identità culturale in opposizione alla lunga sudditanza all’occidente di governi supinamente filoccidentali e corrotti.

Se la libertà religiosa è una libertà imprescindibile, deve poterlo essere nei due sensi: spogliare del velo o del chador, nel caso delle donne, ma anche imporlo insieme a molte altre restrizioni dei comportamenti e delle scelte individuali; secolarizzare la società per decreto o, viceversa, proclamarne l’identità religiosa come fondamentale e primaria sono le due facce della stessa dispotica volontà di controllo dei singoli da parte di un gruppo che si vuole investito della forza della maggioranza.

Quando parliamo di democrazia e di diritti, io credo, dobbiamo parlare in primo luogo di diritti singolari, pena la sopraffazione dei molti sui pochi, altrettanto insopportabile insopportabile di quella dei pochi sui molti .

La storia delle donne docet.

Clara Corona ha studiato Lettere a Padova e, dopo alcune esperienze in campo editoriale in Italia e in Inghilterra, ha cominciato a insegnare nelle scuole medie superiori. Attualmente, dopo un quinquennio berlinese, vive e lavora a Teheran, dove è lettrice di italiano presso l’università Azad.