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Giorni fa, un’elegante ragazza, sui venticinque, anno più anno meno, si aggirava negli spazi della mia scuola. La mia è una scuola, diciamo così, di frontiera, un po’ distante dal centro di Milano e, pur disponendo di un organico storico di “vecchi” insegnanti dei quali, per fortuna o per disgrazia, faccio parte, accoglie ogni anno al suo interno giovani precari. Comparse che lavorano da noi per un anno scolastico o per un quadrimestre e di cui spesso si perde traccia. A volte tornano. A volte no.

Giorni fa, dicevo, vedo arrivare una giovane donna, dai modi raffinati e – da quel che ho potuto capire, parlandole – dall’eloquio fluido. Ho pensato che, come minimo, fosse un’insegnante fresca di laurea e di specializzazione. Vengo a sapere poi, dopo qualche battuta, che era, sì, fresca di laurea e di specializzazione in mediazione culturale, ma giunta a noi nel ruolo di collaboratrice scolastica. In poche parole era stata assunta a tempo determinato in qualità di supplente di una bidella in malattia.

Per una questione di correttezza, voglio sgomberare il campo da qualsivoglia pregiudizio su questo lavoro. Do per scontato che ogni mestiere abbia la sua dignità quando si esercita con impegno e serietà. Ma non riesco a trattenere l’amarezza che viene su spontanea e si esplicita nel seguente interrogativo: era necessario studiare cinque anni, specializzarsi, fare un master in Spagna, per sbrigare le infinite commissioni – a volte spicciole, a volte fisicamente gravose – che il ruolo di ausiliaria in una scuola comporta? No, che non era necessario e non lo trovo affatto giusto.

Casi simili a quelli della succitata dottoressa aumentano con intensità sconcertante giorno dopo giorno. Migliaia di giovani, come la brillante laureata in filosofia del film di Virzì, “Tutta la vita davanti”, accettano quotidianamente di entrare nei patinati quanto spietati ambienti dei call center e, per cinquecento euro al mese, lavorano fino allo sfruttamento. Migliaia di giovani qualificati lasciano che le loro anime e i loro sogni vengano risucchiati da impieghi frustranti. Migliaia di giovani, per una manciata di euro, si lasciano svuotare delle loro aspirazioni per scivolare, a volta senza ritorno, in una routine che li stritola e ne frena per sempre il volo.

Il panorama è questo. Sarebbero questi i “choosy tanto irrisi e bacchettati dal ministro Fornero? Sarebbero questi gli schizzinosi figli di papà che non hanno capito che la vita è sacrificio? Sarebbero questi i “giovin signori” che rifiutano i compromessi che la crisi impone? Sarebbero questi i “bamboccioni” incapaci di rimboccarsi le maniche e di accontentarsi di quello che passa il convento?  C’è qualcosa che non mi torna, signor ministro. Proprio Lei che ha la soddisfazione di vedere sua figlia cingersi degli allori più prestigiosi ai quali un laureato può aspirare, mentre tante sue coetanee, parimenti preparate e “dottorate”, son costrette a vendere collanine ai mercatini e a cucire bambole di pezza! Ma Lei lo sa che, oltre ad essere campioni di disoccupazione, ci difendiamo molto bene anche in tema di sottoccupazione giovanile? E mi inveisce contro quei presunti, immaginifici smidollati che così carinamente definisce “choosy”? Ma ci fa o ci è?

Il guaio è che la classe politica non è in grado di dare delle risposte. E anche di proposte ne ha poche. Non ha ancora dimostrato di dare la giusta priorità alle nuove generazioni, nell’accanita ostinazione di mantenere intatti i propri privilegi e quelli di nipoti, figli e cortigiani. Mai come in questi ultimi anni il capitolo giovani è stato umiliato e, nel migliore dei casi, dimenticato. Che ne rispettino, almeno, la sofferenza. Che ne accettino le lamentele e le proteste. Che ne riconoscano, in ultima istanza, la dignità. È il minimo che possono fare in un momento così drammatico.

 

Laureata in filosofia, insegna Lettere in una scuola secondaria statale di primo grado in provincia di Milano. Si interessa, in particolar modo, di integrazione interculturale e di tecnologie e web applicati alla didattica. Scrive su alcune testate locali dove si occupo di scuola, libri, politica e intercultura.
  • Adriano

    Grazie!
    Finalmente una boccata d’aria fresca in mezzo alle tante banalità che si sentono e si leggono riguardo ai giovani. A proposito, hai dimenticato un altro epiteto che l’attuale classe dirigente ci riserva: “sfigati”.

  • Annalisa Martino

    Grazie a te per avermi ricordato quell’epiteto che forse avevo rimosso!