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Chi possiede un minimo di onestà intellettuale non può non vedere come la ‘ rottamazione ‘ di Renzi contenga un marcato valore politico, anche nel caso che ci si opponga ad essa, anzi proprio perché c’è chi ad essa  si oppone. I detrattori del sindaco fiorentino hanno tutto l’interesse a derubricare la ‘rottamazione‘ ad argomento tecnico o di metodo e non di merito e così stanno facendo, sostenendo che  Renzi manca di contenuti politici o li nasconde. Al contrario in queste primarie la differenza politica con Bersani è invece quasi tutta solo lì.

Dirò di più. Tra i due contendenti la linea politica nei contenuti, economici, sociali, istituzionali, etici, è del tutto simile, quasi sovrapponibile, anche se c’è chi fa di tutto per marcare le differenze e per trovarle con il lanternino. Ma è solo propaganda. Certo poi nel partito differenze ci sono, magari non con Bersani, semmai con altri; ma ci sta che in un partito che aspira ad esprimere maggioritariamente un’egemonia sull’elettorato, potenzialmente oltre il 50 %, anche da solo se potesse, ci siano differenze, ci siano culture che vanno dalla socialdemocrazia al liberalismo. Ma non è ciò che si voleva con il PD questa contaminazione? Non sono tutte culture e valori presenti nella Carta Costituzionale? E, ripeto, in ogni caso le differenze di visione politica non emergono tra i due contendenti alle primarie, ma semmai con altri, anche internamente al partito.

Renzi comunque non si discosta certo dal filone da cui è nato il PD al Lingotto, che è lo stesso di Bersani. Anche Bersani ha un’anima liberal come lui, da ministro ha fatto un’importante riforma al riguardo, monca se si vuole, ma ha aperto una strada e una cultura. Esprime, Bersani, anche un’idea moderna di welfare. Ma anche Renzi sul terreno welfare la esprime allo stesso modo, innovativo; facendo sponda su un’idea flessibile del lavoro che tuttavia non arretra di un millimetro sui diritti e sulla battaglia contro il cinismo padronale (vedi al riguardo la polemica con Marchionne, molto più che l’inesistente diatriba sull’articolo 18). Quindi, se in queste primarie ci sono differenze politiche, queste si dovrebbero evidenziare su Vendola che è chiaramente diverso e per certi versi alternativo ad entrambi.

No, la vera differenza tra Bersani e Renzi è l’altra, sul partito e sull’idea di partecipazione e di rappresentanza politica nel terzo millennio. Bersani, che è in ogni caso di gran lunga migliore di tutti i suoi, galleggia e si regge su un apparato di potere che lo tiene, termine più efficace non c’è, ‘per le palle‘ e senza di cui non potrebbe sussistere e che gli dà i numeri per esistere. Di questo molti elettori e simpatizzanti del PD,  i molti del popolo delle primarie, in totale buona fede, ma molto ingenuamente, non si rendono conto. E si fanno raggirare dalla propaganda sulle differenze di contenuto, utili per mascherare il vero contenuto, che è questo. Vedono, i semplici elettori e i simpatizzanti, la solidità dell’uomo Bersani e gli aspetti più rassicuranti di un apparato e sono tentati da lui comprensibilmente per questa ragione.

Ma l’apparato è un’altra cosa. In un apparato del genere i migliori contenuti del mondo, che pure il PD ancora esprime o può esprimere, sono puro paravento per tutt’altro. L’apparato è nel retrobottega di un negozio di gran qualità (leggi: i contenuti del PD) che tuttavia è di sola copertura. Servono per fare altro, magari con l’idea anche onesta, ma otto-novecentesca, che l’organizzazione di un soggetto collettivo abbisogna di solidità e di fedeltà reciproche per tenere e presidiare la nazione e i territori. I contenuti ci vogliono, ma servono all’apparato per un altro fine: autoperpetuarsi. Ma a che prezzo? E ci si chieda come mai gente come Fioroni, Letta, Marini, Franceschini, e i loro uomini nelle province e nelle periferie del partito, persone che, se il discrimine fossero i contenuti politici, teoricamente dovrebbero essere tutti con Renzi, ci si chieda come mai questi stanno invece dall’altra parte, uniti in un abbraccio con gli apparati di origine diessina. Perché il PD, al di là dei contenuti, che contano quel che contano, è nato su un accordo di due apparti e di pacchetti di voti. Questi matrimoni d’interesse sono quelli che poi reggono di più e se ne ha la prova.

Quindi il discrimine sta tutto invece qui tra due idee di partito diverse e da questo punto di vista la ‘rottamazione’ assume ben altro significato politico. Soprattutto in un momento in cui i partiti in Italia sono al minimo storico di credibilità e ogni giorno certificano con i loro atti il fallimento della ragione stessa per cui si sono costituiti. Come poi Renzi intenda risolvere il problema di non cadere a sua volta in un nuovo apparato ce lo spiegherà e anzi lo deve fare. Ma una cosa ci ha già detto. La ‘rottamazione’ non è una battaglia anagrafica contro i più anziani d’età, come la propaganda vuole artatamente ridurla,  ma una battaglia contro i più anziani politicamente, sia per il tempo da loro effettivamente impiegato ad occupare il potere (lustri, decenni), sia per l’aspirazione a questo tipo di potere da parte dei più giovani e dei portaborse che sperano di trovare in questo tipo di politica un’occupazione stabile (per lustri e decenni). In definitiva Renzi ci fa intendere che la posta in gioco in queste primarie non è nella contrapposizione a Bersani uomo e uomo politico. Non è lui il problema, che se fosse solo per lui non era necessario forse contrapporsi nello stesso partito, avendo idee non distanti dalle sue: il problema vero sono i bersaniani, tanti, diffusi nelle federazioni e nei seggi ad ogni livello, a ingessare e inibire ogni movimento autonomo, critico, deciso nelle scelte. L’idea che attraverso le primarie si possano far fuori almeno in parte o, più semplicemente e più realisticamente,  si possa far abbassare loro la cresta, ridurne l’ambizione smisurata, la prosopopea, l’arroganza, è una prospettiva seducente, in questo momento pienamente e legittimamente ‘politica’, anche se evidentemente non basta e può essere solo una premessa. Un passaggio necessario anche se non sufficiente.

E va a favore di Matteo e del suo coraggio.

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.
  • Adriano

    Sarà, ma io questa somiglianza tra Bersani e Renzi non la vedo. A partire dal lavoro, dato che Ichino (Renzi) e Fassina (Bersani) sono agli antipodi su come riformare il futuro mercato del lavoro. D’accordo che Renzi ha ingaggiato una battaglia contro l’apparato del partito, ma ridurre solo a questo la sfida a Bersani è un errore speculare a quello denunciato nell’articolo. Se poi fosse una sfida al modello di partito, quello proposto da Renzi, contrario all’apparato, sarebbe giocoforza un partito “leggero” all’americana, con conseguente rischio di personalizzare la politica attorno a persone ambiziose piuttosto che alle idee (e sappiamo com’è andata a finire negli ultimi vent’anni).

  • Carlo Rubini

    Ciao Adriano ti rispondo subito con lo stesso testo che sarà postato nel sito:

    Le tue sono osservazioni pertinenti e fondate, ma si prestano ad altrettante controsservazioni.
    1) Renzi non è Ichino e Bersani non è Fassina. Sul lavoro, per quanto ci possa io capire, Renzi e Bersani si collocano ad una certa distanza da Ichino e Fassina in un senso e nell’altro, sicchè poi tra di loro non sono poi così distanti anche se accenti e linguaggio tendono all’uno e all’altro, si capisce. Certo Renzi ascolta Ichino, che comunque non è il demonio. La sua visione del lavoro, di Ichino intendo, è molto molto rischiosa me ne rendo conto, ma se accompagnata da un serio welfare (sui redditi minimi garantiti per esempio) sta anche in piedi e può rimettere in circolo energie ora bloccate da una situazione ingessata. Questo del lavoro però non è il mio terreno, mi muovo con difficoltà, ma in definitiva ci capisco così. Può essere che Bersani faccia fare il ruolo “sporco” a Fassina e su questi temi resti più coperto, ma io credo che il radicalismo garantista di Fassina gli serva per bilanciare un equilibrio da poi presentare come immagine più baricentrica nella sinistra. Sotto sotto Bersani però guarda ai discorsi liberal molto di più di quanto sia disposto ad ammettere in una fase delicata come questa.
    2) Quanto al partito ci vedi giusto sulla visione leggera e sui suoi rischi. Ma sono disponibile a correrli perché il partito pesante è già andato oltre i rischi e ha dimostrato, in spregio (e molto di più) ai contenuti, usati come accessori, di essere prevalentemente un sistema di potere. Tra il rischio della personalizzazione della politica e il presente della rendite di posizione della politica del PD attuale oggi scelgo il rischio.
    Grazie comunque del tuo pensiero utile per un dibattito approfondito, Carlo

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