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C’è la singolarità degli individui, ci sono gli individui doppi e c’è la pluralità.

In che senso la grammatica dei sistemi politici – ovvero del modo di funzionare delle comunità – abbia relazione con questi concetti è evidente a chi consideri cosa significhino e come significhino nelle diverse società definendole nella viva esperienza di chi le abita.

Dall’affermazione della singolarità e dal suo correlato di irripetibilità discendono la tutela dei tanti unicum e il loro diritto alla cittadinanza nonché la difesa delle vite. Il plurale qui è la somma dei singolari e vale diritti e libertà. Singolare è plurale perché genera diritti individuali e perché implica all’origine la diversità. E singolare è tanto più plurale se si comprende come la  stessa singolarità non sia monolitica e che uno nella realtà dell’individuo valga molteplice, appunto, plurale.

Le società libere, detto altrimenti, poggiano sul rispetto delle diverse identità e sulla capacità di sostenere l’apparente paradosso di un identico plurimo o addirittura contraddittorio.

Società libere sono cioè quelle in cui la complessità del gruppo e quella del singolo sono accettate, coesistono e dialogano nella sfera pubblica come in quella privata.

L’esperienza dolorosa di una dualità – non la doppiezza intenzionale, evidentemente, la simulazione fraudolenta, che pertiene alla sfera morale- che è frattura identitaria e che si esprime nell’ossequio formale alle regole e nel loro segreto infrangimento è ben nota e segna tutti coloro che sperimentano un sistema politico fondato su una visione rigida del corpo sociale e sul rifiuto della complessità dentro e fuori l’individuo. L’asservimento a una morale pubblica e ancor peggio a una morale pubblica che si fa dottrina politica, mentre nega il plurale ci impone un doppio che  non amplifica il nostro sé, ma lo cancella.

Vivere in una teocrazia, non importa quale sia il dio che la connota, è l’esperienza della “doppia morale” portata alle sue estreme conseguenze.  La politica si fa sopraffazione e non importa quanti spazi “clandestini” tolleri il suo capriccio, il suo arbitrio, se il prezzo è comunque la perdita del proprio sé.

L’Europa – e l’Italia cattolica tanto più – che ha conosciuto al pari di molti altri paesi l’emarginazione e l’espulsione di ciò che ha turbato la visione monolitica di se stessa, può trovare solo nel rinnovamento e nel costante aggiornamento delle categorie liberali, di cui il confronto delle idee  e dei bisogni sono il presupposto, gli anticorpi contro i germi di quell’integralismo che è dis-integrazione di sé e degli altri.  La politica infatti non è mai un esercizio astratto, ma la concreta possibilità o la tragica impossibilità per ognuno di noi di vivere la propria vita.

Clara Corona ha studiato Lettere a Padova e, dopo alcune esperienze in campo editoriale in Italia e in Inghilterra, ha cominciato a insegnare nelle scuole medie superiori. Attualmente, dopo un quinquennio berlinese, vive e lavora a Teheran, dove è lettrice di italiano presso l’università Azad.
  • Antonia

    Ma la dualita’ non solo fa parte della politica teocratica ma anche dell’esperienza religiosa dal momento che la religione tratta i due estremi BENE o MALE, DIO o DEMONIO mentre, ahime’, trascura tutto cio’ che sta di mezzo. E cio’ quando si trasforma a una teocrazia, non vuol dire che o fai parte della morale imposta dal sistema politico e sei buono, altrimenti sei cattivo, bensi’ significa che sei comunque BUONO e A POSTO se in pubblico rispetti il codice di stato e il resto – la parte demoniaca – la lasci per l’ambito privato.