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Per avere il permesso di soggiorno lungo CE occorre superare un test di conoscenza della lingua italiana, livello A2 del Quadro Comune Europeo di Riferimento, che stabilisce la comprensione di frasi ed espressioni di uso frequente in ambiti correnti. Potrebbe sembrare una buona idea: lo straniero che desidera rimanere in Italia deve dimostrare una competenza minima di conoscenza del nostro idioma. Il sistema è rodato, in altre maniere, anche all’estero, ad esempio in Australia. Senza addentrarmi nel come si fa ad iscriversi, tralasciando le procedure del test e della valutazione (le info si trovano nel sito della Prefettura), ci interessa la filosofia di fondo. Innanzitutto non tutti gli stranieri hanno i requisiti. Per richiedere il permesso lungo lo straniero deve risultare titolare di un titolo di soggiorno da almeno 5 anni e rientrare nei parametri di reddito: pari all’importo dell’assegno sociale (circa €5.700) proveniente da fonti lecite che giustificano la permanenza in Italia (art. 9 d.lgs. 286/98). La Legge 94/2009 ha complicato la procedura, introducendo il suddetto test che va fatto una volta nella vita, ma di fatto esentando alcune categorie di stranieri: i dirigenti, i lettori o professori universitari, traduttori e interpreti, collaboratori familiari a tempo pieno che entrano in seguito ai cittadini italiani o comunitari residenti all’estero per la prosecuzione del rapporto di lavoro e i giornalisti ufficialmente accreditati. E passino le discriminazioni professionali e anche quelle di reddito già esplicitate. Rimane una domanda di fondo: lo Stato spende per gestire, preparare e correggere i test usando risorse interne ma anche dell’U.E. Lo straniero non paga alcuna tariffa di accesso alla prova imposta dagli enti verificatori e gestita molto spesso dai CTP e quindi dalle segreterie scolastiche e dai docenti. Ma qual è l’offerta formativa per i candidati? Appare abbastanza scandaloso che a un obbligo – certificare un certo livello di conoscenza dell’italiano – non corrisponda l’impegno a finanziare un allargamento dell’offerta formativa, una migliore preparazione degli insegnanti, una dotazione specifica (per esempio dotare le scuole dove si svolgono i test di PC o almeno di registratori audio funzionanti). Prendiamo d’esempio la più virtuosa Europa: alcuni Stati, tra cui Francia e Danimarca, organizzano pacchetti di formazione gratuita pagandoli con le risorse stanziate dal Fondo Europeo per l’Immigrazione con il risultato di elevare il numero dei promossi. E da noi? Ce la fanno a superare il test solo coloro che hanno un’istruzione di base e che imparano da soli le quattro abilità di base; per analfabeti e dintorni il test è ‘mission impossible’.