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Lo scorso 5 aprile, ho assistito, in una scuola della periferia sud di Milano, a una bellissima lezione di educazione alla legalità. Giovanni Impastato, fratello di Peppino, ucciso il 9 maggio del 1978 in un agguato mafioso, ha raccontato a ragazzi e genitori la propria dolorosa esperienza familiare.
Trovo utile che queste iniziative vengano intraprese nel profondo Nord (il giorno dopo Giovanni sarebbe stato a Venezia per una manifestazione contro le mafie) dove, nonostante il tessuto politico ed economico abbia assorbito, come una spugna, le infiltrazioni della criminalità organizzata, si nega ancora, con pertinacia, la presenza del fenomeno mafioso. O, quanto meno, lo si vede come elemento estemporaneo e del tutto occasionale.
Il signor Impastato, dopo aver messo in evidenza gli elementi forti che avevano caratterizzato la lotta portata avanti da Peppino, ha sottolineato la centralità delle istituzioni scolastiche che nel Nord, come nel Sud, devono educare al rispetto della legge. La qual cosa non significa muta acquiescenza alle regole. Le regole – ha detto – a volte possono non garantire quella giustizia sociale che dovrebbe invece caratterizzare ogni forma di comunità civile. Peppino, in fondo, si era ribellato a delle regole radicate e inveterate, in una Sicilia avvitata su se stessa, spaventata e incapace di evolvere.
Giovanni Impastato si è rivolto al suo pubblico e ai giovani, in particolare, con semplicità, rifuggendo da toni enfatici e da pose cattedratiche. Ha fatto presente che la mafia, prima ancora di essere una società organizzata, con le sue regole e le sue gerarchie, è una condizione dell’anima, una deviazione del pensiero, un vizio di rappresentazione del reale. Tale condizione non ha una sua collocazione geografica e trova terreno fertile laddove regna la logica della sopraffazione, dell’abuso, del privilegio. Una logica implacabile, che si nutre di ignoranza e superstizione, di avidità e di spregiudicatezza. Per questo motivo la lotta alla mafia non deve essere solo una prerogativa dei siciliani. Così come un’educazione improntata a questa lotta non deve essere appannaggio esclusivo delle scuole di quelle regioni meridionali più profondamente segnate. La lotta alla mafia deve inscriversi in ogni progetto di educazione alla legalità e deve recidere, sin dal loro apparire, i germogli della prepotenza, dell’ingiustizia, dello sfruttamento.
La scuola, dunque, è da intendersi come volano culturale, affinché ognuno, proporzionalmente alla propria età, sia in grado di vigilare con occhio critico sugli eventi che lo riguardano.
Ed è proprio per questo che molte realtà dell’Italia settentrionale hanno aderito all’associazione “Libera”, un movimento che si oppone a tutte le mafie e che ha l’intento di coordinare l’impegno di ogni cittadino contro tutte quelle manifestazioni criminali che si infiltrano e fanno breccia nei più disparati settori della società civile.

Laureata in filosofia, insegna Lettere in una scuola secondaria statale di primo grado in provincia di Milano. Si interessa, in particolar modo, di integrazione interculturale e di tecnologie e web applicati alla didattica. Scrive su alcune testate locali dove si occupo di scuola, libri, politica e intercultura.