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Una cosa è chiara a tutti. Vincitrice indiscussa delle ultime elezioni è stata l’impossibilità di fare un governo e di eleggere il Presidente della Repubblica. La geometria perfetta di tre minoranze in contrapposizione tra loro ha impedito qualunque accordo tra i grandi elettori. Certo, una grossa anomalia. Ma, di sicuro uno stallo inevitabile e prevedibile, a fronte di una legge elettorale scellerata. Meno prevedibile, invece, è stata la malattia autoimmune che ha aggredito il PD. Scioccante per noi elettori, che abbiamo creduto, sperato e investito i nostri sogni di futuro in una classe dirigente che non meritava tanta fiducia.

Molti cittadini, in questi giorni di sofferenza, sono ricorsi al web. Per informarsi, per confrontarsi, per invocare l’elezione dei propri leader, per esprimere i propri dissensi, per inveire contro un Parlamento paralizzato, per aggredire lo stallo che ci sta togliendo l’ossigeno. Molti eletti, invece, e anche molti giornalisti, con arroganza, hanno irriso la realtà del web, accusando il suo popolo di voler sovvertire le regole della democrazia rappresentativa. Accusa, questa, ostinata e anacronistica. Il web, si sa, permette delle modalità di comunicazione veloce che arrivano ad includere preziose interazioni tra eletti ed elettori. Ignorarle è un errore strategico che non pochi politici hanno commesso in occasione di questa infausta avventura politica. Con il risultato che siamo in molti a sentirci un po’ orfani della sinistra.

All’indomani della rielezione di Napolitano, accompagnati dalla sensazione di una grave perdita, guardiamo impotenti il fumo delle macerie di un partito e di una speranza di cambiamento. Di fronte a tanta devastazione, abbiamo il diritto di urlare che sono tutti uguali, legati alle sedie del potere, disposti a spingere nell’abisso un’Italia fragile ed esposta al rischio. Abbiamo il diritto di essere indignati e di maturare sentimenti antipolitici, fino a precipitare nelle trappole del qualunquismo. Anche se questo toglie meriti a chi crede ancora nel proprio mandato.

Alcuni apparati monolitici del PD meritano offese e ingiurie. Devono, tuttavia, imparare qualcosa da quella gente, da quella piazza cui non hanno saputo dare ascolto. Ed è questa. Buona parte dell’elettorato di destra è disposta ad assolvere e a dimenticare. Costretta a digerire, spesso, malaffare, corruzione, leggi ad personam, compravendita di parlamentari, evasione, ama il leader, indipendentemente da ciò che dice, mentre esulta ad ogni sua impennata di voce. L’elettorato di sinistra, invece, non è di bocca buona. Pretende dai suoi eletti onestà, rigore, coerenza e fedeltà alle promesse fatte. E, soprattutto, ha buona memoria. Non dimentica. Non è incline all’innamoramento acritico del capo carismatico, ma guarda ai contenuti, e all’aderenza dei propri principi e dei propri valori ai programmi. A volte si tura il naso di fronte alla mediocrità, ma segue una linea, anche se è costretto a scegliere il meno peggio. La sinistra non perdona.

Ma come spesso capita, la paralisi favorisce i furbi, i navigati giocatori di poker, abili nel rilancio e nel bluff. Personaggi come Berlusconi si alimentano delle carcasse di una politica in difficoltà. Difficoltà che, per paradosso, gli restituiscono un ruolo di statista. Mai ruolo fu più inappropriato e insensato. Ma, dopo i disastrosi fatti quirinalizi, la sua popolarità è cresciuta e ha messo in ombra in via definitiva scandali e vergogne. È proprio vero, allora, quello che diceva Califano? Che nella palude “se sarva solo er serpente”? Io aggiungerei  – scusandomi per la citazione poco letteraria –  che nelle acque limacciose  e torbide nelle quali ci muoviamo, chi altri, se non il caimano, del quale siamo ostaggio da un ventennio, riesce a sguazzare e arrivare primo? Mi sembra un incubo senza fine.

Laureata in filosofia, insegna Lettere in una scuola secondaria statale di primo grado in provincia di Milano. Si interessa, in particolar modo, di integrazione interculturale e di tecnologie e web applicati alla didattica. Scrive su alcune testate locali dove si occupo di scuola, libri, politica e intercultura.