Le ragioni di un reset

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Ormai è sotto gli occhi di tutti che il PD ha fallito la sua missione e ha mancato alla sua stessa ragion d’essere. Era nato con l’obiettivo di mettere assieme culture che venivano da esperienze distinte, di costruire un contenitore che sapesse far dialogare storie e sensibilità diverse, sulla base di principi e valori condivisi.
Un tentativo che si è presto rivelato inefficace non tanto perché mancassero quelle sensibilità, qui valori e quei principi ma perché ha prevalso da subito la logica del dislocamento, del posizionamento, dell’appartenenza a capi, capetti, correnti e fazioni. Una conta che è iniziata subito e che non ha mai visto la fine.
La rappresentazione plastica di questa situazione la si è avuta in occasione (solo l’ultima e la più drammatica) della rielezione del Presidente della Repubblica: l’esito della votazione sul nome di Romano Prodi è stato qualcosa di indecente, di volgare, di scandaloso, di autolesionistico.
Le conseguenze di quel voto hanno prodotto una situazione che mette il PD definitivamente con le spalle al muro obbligandolo ad un sostegno “fideistico” e inderogabile ad un Governo “di servizio” sul quale è evidente che il peso del PdL assume una rilevanza persino strategica e condizionante sulle scelte future. Qui non è in discussione la caratura e la serietà di Enrico Letta che farà di tutto per cercare di stemperare quelle spinte.
Ma è del tutto evidente che questa situazione si riproduce in un distacco ancor più marcato e più drammatico dalla propria base (quella elettorale, ma anche quella di tutti coloro i quali possono aver preso le distanze in questi anni e possono aver scelto – temporaneamente – di tenersi lontani e di mettersi in standby). Una base che recalcitra di fronte ad una prospettiva di un governo che viene definito “delle larghe intese” dai più buoni e che dai detrattori, che ne fanno strame, viene definito, persino banalmente, “inciucio”.
Ma questo, ancora una volta, è il risultato di una situazione che è stata prodotta e non governata da una dirigenza politica che ha preferito bearsi e autocompiacersi nel rito (sacrosanto) delle Primarie. Gestendole come una autorappresentazione, una autoaffermazione di democrazia, un autocompiacimento per una partecipazione che è stata ancora una volta solo e soltanto dei fedeli “alla ditta” (anche se molto numerosi).
Non ha voluto mettersi in gioco fino in fondo, confrontandosi con un elettorato “altro” che però era disposto a cambiare e ad appoggiare quel segnale di reale e concreto cambiamento rappresentato da Matteo Renzi. Ha preferito mettere in moto il solito campionario della demonizzazione dell’avversario, del dileggio, della mobilitazione dell’intellighenzia d’area per danneggiarne l’immagine, per allontanare da sé il pericolo di “contaminazione”.
Alla fine del disastro ora sono tutti o quasi – intellighenzia compresa – a chiedere ex post la necessità di un rinnovamento e di una guida “profondamente rinnovata” del partito: sepolcri imbiancati.
Bene, le prove provate di tanta insipienza e di tanta arroganza politica sono così numerose che pensare di rimettere le cose in ordine nel PD come è oggi sembra una sciocchezza e una ricerca dilatoria per prendere tempo solo per cercare di ritrovarsi nell’imperituro meccanismo di autoconservazione e autoriproduzione.
La sinistra italiana non può fare a meno di un partito che la sappia rappresentare, che ne sappia interpretare i bisogni, i desideri, che ne sappia coltivare soprattutto i sogni.
Ma certamente un PD com’è oggi non è lo strumento adatto, non è il contenitore che possa e sappia dialogare con tanta parte della società italiana. Rimanere ancorati alla “ditta” è non solo un limite ma un errore strategico di chi appunto ne ha fatto un contenitore di interessi personali e materiali.
Non c’è altra strada che un RESET, un azzeramento che va al di là persino del concetto tanto abusato e bistrattato di “rottamazione”. Per fare un reset è necessario partire dai fondamentali, prima ancora che dai programmi; va rigenerato il “sistema operativo”, vanno eliminati i virus e i malware; in buona sostanza bisogna ripartire da una ricostruzione dal basso (rifondazione è troppo male-augurante).Va ripreso lo spirito di quella che a suo tempo si chiamava “Associazione per il Partito Democratico” quando questo non era ancora nato e si voleva farlo nascere bene con tutte le sue cose a posto e con tutti i suoi principi e valori condivisi; senza nessun condizionamento di appartenenza e così via.
Non ci si deve accontentare di una generica richiesta di rinnovamento così come viene richiesta anche da coloro i quali dall’interno ne reclamano l’efficacia. Perché molti, moltissimi (non tutti) di questi sono gli stessi che hanno sempre, indefessamente, strenuamente sostenuto le ragioni e gli orientamenti di quelli che oggi dovrebbero essere rinnovati. Senza spirito critico, senza mai un dubbio, senza mai un contributo innovativo, con molta accondiscendenza e nel migliore dei casi con la solita realpolitik.
Come fare? Aprirsi alla società (tutta), azzerando qualsiasi carica, ad ogni livello dal comunello fino a Roma.
Andare a un Congresso, aperto, apertissimo, utilizzando le forme di democrazia partecipativa oltre quelle delle democrazia rappresentativa, altrimenti prevalgono sempre le logiche dell’apparato e dei capi/capetti.
27/04/2013

Veneziano, con i piedi nell’acqua, dalla nascita (1948). Amministratore Delegato di una Joint Venture italo-tedesca di accessori tessili con sede a Torino. Esperienze di pubblico amministratore nei lustri passati. Per lunghissimi anni presidente del Centro Universitario Sportivo di Venezia (CUS Venezia) e ora presidente dell’Associazione VeneziaUnited il Supporters Trust dei tifosi arancioneroverdi.
  • Adriano

    Essendo state le Primarie un elemento di costante divisione ed esasperazione dei contrasti, piuttosto che momento di sintesi (altro che già decise in partenza, specie le ultime!), è ormai necessaria una riflessione sull’utilità di questo strumento, tanto più che da quando sono state istituite hanno prodotto, a livello nazionale, candidati irrimediabilmente perdenti. A meno che non si voglia riprodurre il contesto politico nel quale le Primarie sono nate, ossia partiti che sono comitati elettorali che si riuniscono ogni 4 anni per scegliere il candidato. Basta mettersi d’accordo sul modello che si vuole seguire.