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Molti di noi hanno letto l’accorato sfogo di Gianfranco Bettin http://ecovenezia.wordpress.com/2013/06/26/in-attesa-di-sentenza-una-storia-radioattiva-lettera-di-gianfranco-bettin/ su una vicenda personale legata all’imminente verdetto su una querela intentatagli da Corrado Clini che, se dovesse avere esito negativo per lui, condannerebbe Bettin al pagamento di un milione di €. La vicenda è assai complessa ma in estrema brevità: nel 2005 Luana Zanella e Bettin presentavano un’interrogazione rispettivamente alla Camera e al Consiglio Regionale Veneto (di cui erano membri) per fare luce su quanto sostenuto in un’inchiesta del settimanale L’Espresso in cui si sosteneva che nel 1990, nel bruciare i rifiuti della famigerata Jolly Rosso al Petrolchimico di Marghera, si sarebbero liberate nell’aria quantità di uranio (peraltro di tipo non specificato) in misura intollerabile.

L’allora responsabile del servizio di igiene pubblica dell’Ulss 36, dott. Corrado Clini (più famoso per essere stato Ministro dell’Ambiente nel Governo Monti), responsabile di una relazione sull’analisi dei fumi, che conferma la presenza di uranio (e qui, per la verità, dal testo di Bettin non si capisce se la relazione è stata resa pubblica o meno), si sente diffamato dall’articolo dell’Espresso e querela il settimanale. E con L’Espresso, querela anche la Zanella e Bettin, colpevoli di aver fatto l’interrogazione di cui sopra chiedendo lumi sulla vicenda. Bettin chiarisce (e noi non ne dubitiamo) che nell’interrogazione nessuna insinuazione o affermazione esplicita era rivolta nei suoi confronti e questo apparentemente rende insensata sia l’azione intentata sia il risarcimento monstre richiesto da Clini.    

Corrado Clini

Corrado Clini

La vicenda, al di là della sacrosanta solidarietà umana e civile a Bettin, si presta a molte osservazioni.

La prima è che Bettin se la prende con l’attuale Giunta Regionale che non ha opposto un conflitto di attribuzione nei confronti dei giudici (come invece successo alla Zanella, protetta dall’immunità parlamentare). Rileva nella circostanza un vulnus al diritto del rappresentante popolare (in quanto consigliere regionale) di chiedere l’accertamento della verità, il che costituisce oggettivamente un precedente pericolosissimo. Mi verrebbe da dire che il fatto che Bettin fosse un rappresentante popolare non è così fondamentale, semmai è un’aggravante ma resta il fatto che il diritto alla verità dovrebbe essere una prerogativa di qualunque cittadino.

Un’altra perplessità è che non si capisce, se davvero non vi è alcuna sostanza oggettiva, perché Bettin è seriamente preoccupato dell’esito del giudizio, anziché dare per scontato che vi sarà una assoluzione piena.

Infine, e più importante, è da sottolineare la sproporzione tra l’importo del preteso risarcimento e l’asserita colpa. Beninteso, ritengo che la tutela della proprio rispettabilità sia un diritto fondamentale, da tutelare e quindi sia sacrosanto il diritto di pretendere un risarcimento ove questa venga ingiustamente violata. Ne’ un rappresentante popolare deve essere legibus solutus da questo punto di vista. Però non può non sussistere una correlazione ragionevole tra causa ed effetto, tra la supposta colpa e il risarcimento richiesto. Se il potenziale diffamato è libero di stabilire “a capocchia” l’importo del risarcimento, è chiaro che si costituisce di fatto uno squilibrio tra chi ha spalle e mezzi finanziari per rischiare una causa e chi no.

L’affaire Bettin mette insomma in luce un altro aspetto, drammatico, dello stato inverecondo in cui versa la giustizia nel nostro Paese. Non si tratta di scegliere tra garantisti e giustizialisti. Si tratta di pretendere una giustizia giusta, ragionevole (e tempestiva). Nulla, purtroppo, di più lontano dalla realtà.

Nato a Venezia, vi ha sempre risieduto. Sposato con una veneziana, ha due figli gemelli. Ingegnere elettrotecnico, all’Enel dal 1987, è stato Responsabile della Zona di Venezia. Attualmente lavora come International Business Development Manager, sempre per l’Enel, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. È stato presidente del Comitato Venezia Città Metropolitana ed è collaboratore della rivista Esodo.
  • gianfranco bettin

    Ringrazio Lorenzo Colovini e “Luminosi giorni” per l’interesse prestato alla mia vicenda – il processo Clini / Jolly Rosso – forse più che un “affaire” un episodio di un lungo conflitto politico-ambientale che viene da lontano. Vorrei solo precisare un paio di cose, a scanso di equivoci, e anche perché mi sembra venga richiesto da Colovini stesso.
    Intanto, sottolineo che i rapporti dell’Ulss veneziana sulle analisi compiute il 19 gennaio e il 7 febbraio 1990 sulle emissioni dell’inceneritore SG31 del petrolchimico, che avevano accertato la presenza di uranio in quantità significative tra i rifiuti della Jolly Rosso ivi smaltiti, non furono allora resi pubblici. Fu, molti anni dopo, l’articolo dell’Espresso del febbraio 2005 a darne conto, avendo il giornalista Riccardo Bocca ritrovato i referti dell’epoca. E’ esattamente questo l’oggetto della mia interrogazione (alla quale la giunta regionale non ha mai risposto): sapere se le cose fossero andate proprio così e di chi, nel caso, fosse la responsabilità.
    E’ vero, poi, che ho chiesto (finora inutilmente) il rispetto delle prerogative che la Costituzione stessa assegna ai consiglieri regionali (art.122, comma 4: “I consiglieri regionali non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni”; ma si vedano anche gli articoli 121 e 123), prerogative che hanno, con tutta evidenza, funzione di garanzia a tutela del mandato dei consiglieri eletti e di chiunque, loro tramite, di tale tutela abbia necessità. E’ questa la ratio che spiega la scelta dei costituenti, non certo quella di garantire qualche privilegio intollerabile. Peraltro, nessuna istituzione ammetterebbe interrogazioni che si esprimessero in termini ingiuriosi o apertamente diffamatorii nei confronti di qualcuno. Infatti, non solo l’interrogazione venne ammessa ma la giunta Galan affidò a un costituzionalista come Bertolissi il compito di difenderla dalla querela di Clini. E’ la giunta Zaia che ha deciso di recedere da questa scelta, per ragioni che prima o poi capiremo…
    Sono naturalmente d’accordo nel considerare sacro il diritto d’espressione di chiunque e infatti ne sottolineo l’importanza proprio in questa mia memoria collegando il mio caso alla vicenda più generale delle “liti temerarie”. Le querele, cioè, che persone potenti o facoltose spesso intentano a carico di esponenti politici, di attivisti e di giornalisti. Cito, non a caso, la campagna che l’associazione “Articolo 21” sta da anni conducendo per la riforma della legislazione in materia affinché diventi più garantista per chi non può permettersi stuoli di avvocati in cause che durano molti anni, soprattutto in sede civile, dunque con costi ingenti e con esiti che dipendono in gran parte dalla capacità di pagare adeguate parcelle (per questo, con tutto il rispetto del tribunale di Roma, ho qualche preoccupazione…), rischiando pesanti condanne.
    Nel mio caso, che spero almeno serva a tale causa, la mancata costituzione in processo della Regione a tutela dell’insindacabilità di un cruciale atto ispettivo viola un principio basilare, ripeto sancito dalla Costituzione. Confido che il giudice infine lo riconosca, ma resta il fatto che il processo si è finora svolto ignorando tale principio e, anzi, calpestandolo.
    Ciò detto, come la stessa vicenda Jolly Rosso dimostra, sia prima che dopo il mio mandato in Regione non mi sono comunque mai ritratto dall’esporre o denunciare fatti e situazioni ogni volta che l’ho pensato necessario, anche senza protezione istituzionale o di qualunque altro tipo – perché non ci sono soltanto gli alti papaveri a minacciare rappresaglie, e le intimidazioni non si fanno soltanto in tribunale.

    Gianfranco Bettin