By

Diritto alla casa: sembra uno slogan di qualche tempo fa. Gli anni passano, i problemi restano. Anche se oggi la maggioranza degli italiani è proprietaria dell’alloggio in cui vive. Pure a Venezia.

Come mai?

Qualcosa continua a non funzionare nella politica residenziale perseguita. Mi verrebbe da dire che l’idea di lasciar fare pure in questo caso alla mano invisibile del mercato ha prodotto i soliti guasti: in fondo si è costruito molto e ristrutturato ancora di più, Venezia, il Veneto, l’Italia intera sono pieni d’immobili vuoti… sembrerebbe impossibile trovarsi alle prese con compravendite bloccate e affitti dominati… ecco il punto, almeno qui in laguna, dominati e corrotti dalla rendita turistica.

Facciamo un passo indietro. Una città è la gente che ci vive. Gli abitanti ne rappresentano la linfa essenziale. E hanno bisogno di lavoro, casa, scuola, servizi per la loro quotidianità. Di questo dobbiamo parlare quando riprendiamo il vecchio slogan “diritto alla casa”. Non si tratta soltanto di affrontare una questione di “muri”. Certo, ne rappresenta il nocciolo ma se la inquadriamo nella dimensione globale, “olistica” se mi si passa il termine, dell’esistenza di ogni giorno.

Che fare?

Innanzitutto attivare politiche che contrastino le derive del “libero mercato”, quindi permettere ai veneziani di rimanere tali mettendo a disposizione un sostanzioso circuito di abitazioni che possano comprare e/o affittare con le loro disponibilità. Il Comune DEVE impedire la trasformazione della Città Storica in Parco Divertimenti per ricchi da ogni parte del mondo e della Città Nuova di Terraferma in Dormitorio per forza lavoro pendolare. Ciò accadrà se ogni strumento sarà scientificamente utilizzato al fine che ci si propone. I quattrini spesi in tale direzione rappresentano un investimento sociale d’incomparabile importanza.

“Affitto sociale”, “Supermercato diffuso dei negozi di vicinato”, “Bottega storica”, “Piattaforma Logistica Unica Comunale” non sono espressioni verbali: presuppongono la volontà di mettere un argine allo snaturamento della città. Sono le armi, le prime per affrontare in forma completa il problema “diritto alla casa”.

Perché tale diritto per essere reso effettivo ha bisogno del suo corollario di punti vendita, di merci disponibili a prezzo accessibile, di trasporti efficienti e abbordabili da tutti. E quanti sono in difficoltà devono poter contare su una rete di protezione.

Oggi tutto ciò non succede. Ognuno, se ne ha la possibilità, risolve da sé i propri problemi e gli altri restano indietro. Venezia, così, muore. Capita a entrambe le Venezie: d’acqua e di terra.

La Città ha bisogno di essere ri-regolamentata… perché adesso non c’è alcuna vera de-regolamentazione bensì la legge del più forte, la giungla della violenza. E il Comune è il soggetto abilitato a farsene carico.

Il primo passo è rappresentato dal riprendere il controllo del territorio: oggi è espropriato da una palude di norme ed enti sedimentati grazie al tempo e alla noncuranza con cui sono state subiti.

Venezia è un “caso speciale” perché convoglia per intrinseca natura una quantità smisurata di denaro e interessi vari da ogni parte del mondo. Senza alcuna chiusura, ma con serena fermezza, bisogna selezionarli e aprire le porte con intelligente e lungimirante prudenza.

Tanto per cominciare mettendo un freno agli appetiti speculativi di quella parte dei veneziani capaci soltanto di lucrare il guadagno immediato e tanto ciechi da non capire che stanno uccidendo il loro unico, autentico, bene: la città.

Controllare il mercato delle affittanze turistiche è la prima mossa. Frenare i cambi d’uso il secondo. Aiutare le attività tradizionali, come detto nell’articolo precedente, il terzo.

Come dimostrano il nodo del traffico e dell’inquinamento delle Grandi Navi e in Canal Grande non si può proprio lasciare “fare al mercato”… un tema comunque che mi piacerebbe sviluppare prossimamente. Adesso vorrei sapere cosa pensano del problema “casa” i lettori di Luminosi Giorni.

Federico Moro vive e lavora a Venezia. Di formazione classica e storica, intervalla ricerca e scrittura letteraria, saggistica, teatrale. È membro dell’Associazione Italiana Cultura Classica e della Società Italiana di Storia Militare.
Ha pubblicato saggi, romanzi, racconti, poesie e testi teatrali.
  • Adriano Ardit

    purtroppo la politica degli affitti in Italia (e non solo a Venezia) è morta quando è stato abolito l’equo canone, e introdotti prima i patti in deroga e poi il “libero mercato”. Da lì è partita la corsa alla casa di proprietà. L’unico modo di invertire la tendenza è, come si fa in altri Paesi, aumentare in numero rilevante il patrimonio abitativo di proprietà pubblica (in primis di comuni e province) da affittare a canone sociale, agevolato, concordato ecc. (e questo varrebbe anche per i locali da adibire a negozio) purtroppo la tendenza attuale è opposta, con la svendita di case popolari per mere ragioni di cassa. Anche altre politiche fiscali, ad esempio la “cedolare secca” per chi affitta, di fatto disincentivano un calmieramento del mercato perché hanno reso meno vantaggioso fiscalmente il ricorso ad affitti concordati tra associazioni di categoria, soprattutto per le fasce di reddito medio alto. Per rispondere anche a Colovini, il problema del vivere a Venezia non può limitarsi solo alla minimizzazione del disagio: per tutta una serie di motivi oggi Venezia è una città povera di attrattive, incapace di attirare nuovi residenti, al di là dei prezzi delle case. Anche questo è un punto centrale.