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Da quanto tempo passano le navi da crociera dentro le acque della  laguna veneziana? Diversi anni ormai; forse ne passavano in quantità più ridotta nel passato, ma i problemi che solleva oggi il benemerito comitato ‘NO grandi navi’ esistevano prima ed esistono oggi. Allora la domanda rimane: perchè solo ora la protesta? Forse eravamo tutti impegnati in altre questioni più serie per la città,  ma come mai questo tema non è mai stato così solertemente sollevato prima? Se si andassero ad approfondire le questioni legate alle ragioni di questa protesta, sarebbe difficile essere in disaccordo alla base, talmente ovvi, e talmente di buon senso sono gli argomenti (addirittura filogovernative le proposte, nel richiedere l’attuazione del decreto Clini-Passera per esempio) a sostegno di questa protesta. Argomenti che sollevano questioni molto meno gravi  e di impatto minore rispetto a problematiche più importanti da un punto di vista sociale e ambientale che la città ha affrontato in passato: si pensi per fare solo qualche esempio allo smantellamento della sanità pubblica al Lido e in centro storico o alla questione ambientale ed economica legata alla super infrastruttura del MOSE. La questione delle grandi navi è talmente una non-questione (politicamente) che trova consensi in modo trasversale, con risicatissime opposizioni francamente non credibili e difficilmente sostenibili. E’ un movimento antagonista che però non ha (cosa abbastanza unica e interessante) un’opinione pubblica credibile e diffusa al suo opposto.

Se si va oltre la formalità delle ragioni (ripeto, quasi impossibili da non riconoscere come ovvie) il fenomeno ‘NO grandi navi’ risulta più complesso e più interessante, per diversi motivi. Ciò che va riconosciuto ai promotori del comitato intanto è il fatto di essere riusciti a non monopolizzare in modo settario e autoreferenziale la protesta, ma allargarla alle realtà più diverse della città, facendo grande rete, mescolando appartenenze e colori distinti (partiti, istituzioni, movimenti, destre e sinistre, cattolici e laici ecc), alimentando la partecipazione civica più ampia possibile. Sono riusciti inoltre a superare quell’antagonismo tipico di certi movimenti che odora solitamente di individualismo reazionario (la sindrome NIMBY di cui molti movimenti vengono tacciati) e smuovere l’opinione generale per una evidente causa pubblica che persegue un interesse comune esplicito.

Ma siamo sicuri che sia solo il moto ondoso, o l’aria più pulita, o la salvaguardia da possibili pericolosi ‘inchini’ delle navi lungo le rive della città il vero interesse pubblico? Io stento a credere che si richiuda solo qui la questione. La polemica sulle grandi navi nasce solo ora perchè si muove come un chiaro pretesto per andare oltre la piccola questione nel suo specifico, e che altri movimenti nel passato non sono riusciti a compiere. Le novità e le specificità di questo movimento di protesta cittadino sono state quelle di richiamare l’opinione pubblica locale su una ovvia causa comune legata al ‘mini problema’ (molto lieve se si pensa ai veri problemi di questa città) delle grandi navi, creando un enorme consenso cittadino, e facendo  trapelare da questo ‘miniproblema’  uno squarcio più ampio sulle più serie e gravi problematiche che questa città si porta dietro da diverso tempo, e che solitamente non sono massmediaticamente considerate. Ha dato voce a un malessere comune, sicuramente non chiaro e definito, ma che però esiste ed è tale. Insomma, è evidente che dietro le scenate contro i fumi e le onde causate dalle grandi navi, o alle foto a effetto di questi pachidermi del mare c’è di più: c’è un magma che ribolle, pieno di contraddizioni, di cui questa città soffre e che si porta dietro da molto tempo e di cui soprattutto fa fatica ad avere rappresentanza; un disagio generale che, con il consenso che questo comitato si è riuscito a conquistare in questi anni,  potrebbe emergere maggiormente e raccogliere una (nuova?) convergenza politica mai prima raggiunta.

Quale idea di Venezia? Tante ce ne sono state, ma sempre deboli e compromissorie. Dietro il suo NO, questo movimento, non appena verranno riconosciute e sostenute le loro cause, potrebbe raccogliere l’adesione pubblica ricevuta verso una nuova direzione,  propositiva. Cosa mai successa prima per un movimento che nasce e rimane antagonista nella sua forma. Oppure implodere e frammentarsi come tutti i movimenti. Potrebbe ripartire da un’ idea forte che indichi, numeri alla mano, dove vuole arrivare questa città, come vuole ridisegnare il proprio destino. Cosa vuole e cosa non vuole per il suo mantenimento. Andare oltre la fatalizzazione dei pensieri deboli su Venezia ( e non solo) che non hanno avuto altro orizzonte se non quello del rimedio indolore, adattivo al conformismo inerte. Quanti abitanti deve avere Venezia per vivere e avere al suo interno una forte capacità civica? Di quanti ospedali e quante scuole necessita? Quanto verde? Quanto e quale turismo? Quanti e quali trasporti? Potrebbe porre questioni forti sul problema degli strumenti rappresentativi e sul difficile rapporto tra istituzioni (locali e centrali: si pensi alla gestione del Porto, completamente espropriata alla città, storica e moderna).

Questo ridefinirebbe  un primato della politica sull’economia e un più equilibrato rapporto tra pubblico e privato, utile a una città che sempre di più si sente soffocare dentro quel pensiero unico e dominante, a causa del quale ogni direzione politica (giusta o sbagliata che sia) non è più oggetto di facoltà decisionali forti, ma il risultato di un ineluttabile destino che è già stato scritto, per Venezia ma non solo.

 

Pietro Rubini abita a Padova. Si è laureato in Filosofia e lavora per una cooperativa sociale in qualità di insegnante/tutor (DSA). Oltre a Luminosi Giorni scrive e collabora con altre testate web.
  • Lorenzo Colovini

    Non concordo con il postulato iniziale in base al quale il comitato Grandi Navi ha ragione per motivi “ovvi” e tanto meno che “la questione delle grandi navi è talmente una non-questione (politicamente) che trova consensi in modo trasversale”. Che cosa è ovvio? Che le navi non devono passare dal Bacino di S. Marco (e qui ok, diciamo che è condiviso, più che ovvio, ma okay) oppure che le grandi navi non devono punto e basta entrare in laguna? In questo caso mi pare che non ci sia affatto consenso ed appunto il dibattito politico cittadino sia incentrato su dove e come devono muoversi.
    Concordo con il fatto che vi siano problemi, citati correttamente da Pietro, assai più importanti e decisivi di quello delle grandi navi ma vedere nel comitato NO Grandi Navi lo strumento per affrontarli (ricorda un po’ il ragionamento che aveva fatto Carlo per il comitato SIamo Palais Lumière ma con ben altra sostanza..) e che lo stesso si indirizzi in una “direzione propositiva” (ma davvero propositiva, non il remo, i vecchi mestieri e balle varie..) mi pare a dir poco avventato.
    Infatti, vero che sono riusciti a coinvolgere nella protesta molta opinione pubblica (ma attenzione ancora resta l’ambiguità di fondo: l’opinione pubblica è concorde nel non volere le grandi navi in Bacino, non credo nell’escluderle dalla laguna, eventualmente “tollerando” che arrivino al porto off shore) ma sostenere che “sono riusciti inoltre a superare quell’antagonismo tipico di certi movimenti che odora solitamente di individualismo reazionario”.. mi sembra fuori dalla realtà. Basta leggere quello che scrive http://salviamovenezia.wordpress.com/ Silvio Testa. In realtà, Pietro vede nel Comitato un motore del rinascimento civile di questa città semplicemente perché è intimamente in sintonia con le posizioni del Comitato stesso (del tutto legittimamente si intende), vedasi anche la sua evidente avversione per il MOSE.
    Nel mio intervento sullo stesso argomento avevo cercato di proporre un metodo decisionale condiviso (attenzione il metodo condiviso, non la decisione che mai potrà esserlo). Certo, se da una parte si dice che la posizione X è ovvia e non vale la pena di discutere oltre, dall’altra (vedi mio polemico commento su Casson a S. Leonardo) si dice “nemmeno un metro di scavo in Laguna” insomma, se tutti pongono dei paletti a priori, non si va da nessuna parte.
    Infine noterei che il capoverso conclusivo è quasi incomprensibile. Se lo interpreto correttamente (ma non ne sono sicuro) il senso è: “..questo ridefinirebbe un primato della politica che abbia facoltà decisionale tale da imporre una direzione e non lasciarsi accompagnare con fatalismo ad un destino altrimenti segnato”. E su questo sono d’accordo, in principio. Ma qual è “il pensiero unico e dominante”? Per quanto detto sopra, di pensieri unici e dominanti ne vedo pochi…

  • Pietro Rubini

    Quando parlo di ovvietà mi riferisco alla parte destruens del movimento, la ragione per cui è sorto, ovvero contrastare questo attuale stato di cose. E converrai con me che se non ci fosse stata questa presa di posizione dei vari comitati, i problemi e le proposte che poni correttamente tu non sarebbero stati nemmeno lontanamente pensati e affrontati. Detto ciò, io non ho particolare e personale simpatia nei confronti di chi ha movimentato così tanto l’opinione pubblica intorno a questo tema. Però ci sono riusciti. Hanno sfruttato un disagio abbastanza condiviso e lo hanno mediaticamente indirizzato verso una protesta che ha ottenuto grande visibilità e grande consenso. L’ovvietà sta proprio nelle argomentazioni della protesta sullo stato attuale delle cose. Sulla pars costruens credo che il comitato abbia una posizione abbastanza netta intorno alla soluzione Marghera-Canale dei petroli. Ma come ben hai mostrato tu, sull’aspetto propositivo le ovvietà sono decisamente assenti. E su questo convengo, mi scuso se non sono stato chiaro nel riferimento.

    Quello che ho scritto intorno al NO Grandi Navi rimane una mia personale analisi del fenomeno. Mi fa molto piacere quando si creano grandi convergenze civiche su un problema sensibile della città, ma sono dubbioso, sinceramente, delle sue possibilità a mutare forma: da movimento antagonista a organizzazione politica strutturata. Perché effettivamente con l’antagonismo crei convergenze, con la proposta (cioè la Politica) crei spaccature di solito. Quello di cui sono certo,ed è quello che volevo esplicitare nell’articolo, è che questo dinamismo creato intorno al problema delle grandi navi cela secondo me alle spalle un disagio e un malessere più esteso. Non definito, non magari totalmente e trasversalmente condiviso, ma che esiste. E allora mi chiedevo che direzioni avrebbe preso questo largo consenso. Ammetto di essere io stesso scettico sulle possibilità di una sua evoluzione. Ma non mi esimo dallo sperare in generale che questo disappunto prenda forma e abbia rappresentanza e non rimanga un triste borbottio di piazza (anche se non lo condividessi fino in fondo). La rappresentanza di istanze anche non condivisibili è il sale della democrazia.
    Sulla mia adesione al Comitato: c’è per le ragioni che ho prima spiegato. Ma non esiste nessuna vicinanza mia personale con le persone che lo compongono (ho scritto criticamente a proposito del PAT in un altro articolo). Solitamente aderisco o meno ad una battaglia sulla base delle mie personali opinioni, non per appartenenza a qualche bandiera o altro. E per questo non ritengo abbiamo nulla di individualistico queste proteste, anzi: il consenso così esteso (e il sostegno anche da parte di chi non vive la città direttamente )dovrebbe dimostrare le ragioni non personalistiche della protesta.
    Sul MOSE, le mie posizioni son state critiche, come lo son state anche quelle del sindaco Cacciari e di altre personalità importanti della politica locale. Ma non ho mai sostenuto attivamente la loro battaglia. La mia posizione critica è verso questo MOSE. Ho difeso e sostenuto le posizioni dell’Ing. Rusconi (che fece parte del Comitatone) anche pubblicamente a un incontro che avevo organizzato alcuni anni fa ai Frari. In questo caso, più che di antagonismo qui si parlava di politica, di proposte serie e alternative. Politica ce n’era moltissima. Peccato sia stata inascoltata e taciuta.
    Sull’ultimo capoverso: forse sbaglio a vedere la politica muoversi nei movimenti e non nei palazzi. Sicuramente sbaglio. Ma il mio discorso, volutamente sintetico e sbrigativo, voleva richiamare l’attenzione su un punto fondamentale, ovvero sul progressivo appiattimento (non da oggi, da tempo, ma oggi lo viviamo e lo percepiamo in modo più netto) della politica sull’economia. Mi spiego meglio. Ho scritto mesi fa qui un articolo sul MES, il famigerato Fondo Salva Stati, e ho intenzione di scriverne a breve uno sul Fiscal Compact. I due pachidermi giuridici che condizionano le nostre vite da circa un paio d’anni. E’ qui evidente che la questione economica locale è direttamente connessa con le questioni economiche nazionali e sovranazionali. IL rapporto politica-economia su scala locale è tristemente connesso ai suoi piani superiori oggi. Si pensi all’IMU per fare un esempio semplice e di attualità. La mia provocazioni si muoveva da questa realtà di fatto. Il mio auspicio è che sia la politica (intesa come raggiungimento del bene comune) a dominare progressivamente sui meccanismi autoreferenziali della finanza. Purtroppo quello che vediamo in Europa ricade come un fall-out distruttivo anche sui problemi di casa nostra. IL pensiero unico e dominate è esattamente il disincanto rispetto a questo stato di cose. La volontà di non riconoscere (o meglio, di riconoscere ma accettare come inevitabile) questa pericolosa deriva della politica, che non è più in grado di determinare, ma soltanto risolve e gestisce ciò che è già determinato.