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In queste stesse ore, cinquant’anni fa, la frana del Monte Toc scivolava nel sottostante invaso del Vajont provocando enormi ondate che si abbatterono sui centri attorno e nella Valle del Piave, provocando 2.000 vittime. Intendo rendere omaggio alla memoria delle 2000 vittime innocenti con queste mie parole volutamente scritte negli stessi momenti. Domenica scorsa ero sulla diga e con un gruppo di amici abbiamo osservato un minuto di silenzio a cui ne abbiamo fatto seguire subito un altro per le persone morte nel mare di Lampedusa, in modi, tempi e contesti del tutto diversi, ma accomunate alle vittime del Vajont dall’essere anch’esse, mezzo secolo dopo, vittime innocenti del cinismo umano.

Cosa sia stata quella catastrofe lo stanno dicendo le numerose doverose commemorazioni mediatiche di questi giorni; moltissimo è stato detto in questo cinquantennio, soprattutto negli ultimi vent’anni e si conosce ormai bene la sostanza di quel che è accaduto. Un miscuglio di cialtroneria, vigliaccheria, ipocrisia, voracità di danaro, complicità, superficialità, cinismo soprattutto come s’è già detto, si sono combinate e disposte alle 22 e 39 del 9 ottobre del 1963. Dà vertigine riflettere come questi difetti, questi vizi cronici, questi banali mali che registriamo ogni giorno in noi stessi e tra i nostri simili nelle normali dinamiche quotidiane  si siano riscontrate e si riscontrino paro paro nelle istituzioni e negli enti che sarebbero preposti al servizio dei bisogni collettivi e per i quali forse si dovrebbero pretendere maggiori virtù. Dopo il Vajont, ma anche dopo Seveso, Sarno, Stava, cito a caso, e dopo innumerevoli vicende con minori vittime ma con la stesso marchio di irresponsabilità, di chi il comune cittadino dovrebbe fidarsi ? E’ vero che il comune cittadino si comporta spesso lui stesso così ogni santo giorno, ma come lo si potrebbe educare ad essere responsabile e civicamente corretto se l’irresponsabilità più eclatante si annida nelle istituzioni e nelle imprese economiche nelle quali viene trasferito lo stesso identico atteggiamento e le stesse nefaste attitudini? Sono domande, me ne rendo conto, senza risposta, forse inutili; ma, come si dice, sorgono spontanee.

Passare una giornata nei luoghi del Vajont ha costituito poi per me una provocazione quasi crudele e spiego brevemente perché.

Sono un deciso avversario del cosiddetto partito del NO  e, con buone ragioni, sostenitore del ruolo sociale e di interesse collettivo delle opere, soprattutto infrastrutturali, ma non solo, grandi e piccole e sostenitore dell’utilità dell’ingegno umano anche applicato alla natura ( vedasi al riguardo un mio editoriale di luglio scorso  ); sono un cosciente sostenitore delle possibilità della scienza per il progresso umano. E non considero questa parola, progresso, una parolaccia scorretta politicamente come ormai è considerata da molti, bollata spesso come illuministica illusione. Sono convinto che le condizioni economiche e soprattutto sociali del pianeta nella sua interezza siano comunque, ed è dimostrato, in continuo avanzamento, anche attraverso le buone opere; ovunque, i dati lo dicono, non solo nel mondo ricco, ma anche in Mali e in Burchina Faso. Al riguardo la scelta del titolo della testata che dirigo non è casuale. Provoca perciò una rabbia repressa ancor più forte una semplice constatazione di fronte a conseguenze così disastrose, quale è stata la costruzione della diga del Vajont, ed è questa: con il Vajont e con altri casi simili il pessimo e irresponsabile uso delle tecniche preventive e l’omissione verso la sostenibilità dell’ambiente e le inevitabili disastrose conseguenze finiscono per rendere oggetto di sospetto o addirittura per sputtanare qualsiasi progetto di opere e di interventi umani, offrendo argomenti a profusione a coloro che ideologicamente sono per principio contro tutto ciò che abbia questa caratteristica. Perché ovviamente l’uso strumentale delle catastrofi legate alle opere sposta l’obiettivo dal come e dal dove e con che garanzie le opere sono fatte alla cosa in sé, all’opera in sé, qualsiasi essa sia, per il solo fatto che è opera.  E’ evidente che opere come la diga del Vajont potevano e dovevano ricevere un fermo, semplice e lineare NO, prima, durante e dopo. Perché il NO in questi casi assume valore, credibilità e ottiene lo scopo solo le poche volte che viene pronunciato in maniera non negoziabile. Su questa capacità di discernere e di valutare criticamente ci giocheremo il futuro. Oggi mestamente ricordiamo il passato e le vittime della rapacità umana, impegnandoci a non dimenticarle e onorandole sempre con la costanza della ragione applicata ad ogni scelta che avremo davanti.

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.
  • lorenzo colovini

    Trovo molto stimolanti le tue osservazioni. Sulle quali volevo tentare qualche approfondimento.
    Credo sia fuorviante accostare il Vajont ad altre disgrazie tipo Sarno, Seveso o Stava (ancorché in effetti abbiano in comune la cialtroneria e la superficialità di molti). E questo proprio in considerazione delle tue acute osservazioni (che sottoscrivo in pieno) nella seconda parte dell’intervento. Le altre tragedie che citi sono infatti il frutto avvelenato del “non fare”. Certamente per esempio Sarno, dove per pigrizia, incoscienza e incapacità non si è saputo prevenire. Ma vale lo stesso anche per Stava e Seveso, pur originando da opere dell’uomo. La diga di Stava era lì da anni, non è colpa della miniera se è collassata ma dell’incuria (e del cinismo, per usare un tuo termine) di chi non l’ha mantenuta e di coloro che non hanno sorvegliato che ciò avvenisse. È una tragedia del “non fare”. E così il disastro ambientale di Seveso: non è l’esistenza dell’ICMESA la causa ma delle inefficaci procedure di sicurezza che i responsabili “non” hanno curato.
    E similmente, credo, si può dire della maggior parte delle disgrazie, naturali o antropiche se siano, che si sono succedute: il colpevole è l’uomo nella versione Epimeteo (“colui che pensa dopo”).
    Il Vajont no. Il Vajont è il frutto dell’aver voluto fare qualcosa che non andava proprio fatto, di creare un bacino idroelettrico dove non c’erano le condizioni. È il peccato di un uomo orgoglioso e tracotante (ricordiamo il contesto: boom economico, successi in tutti i campi, ottimismo a profusione, sensibilità ambientale ancora da imporsi) che si è creduto più forte e furbo della natura ed è stato vittima del suo delirio di onnipotenza. Ovvero l’uomo nella versione del fratello di Epimeteo, Prometeo (“colui che pensa prima”) che ebbe l’ardire di sfidare gli dèi rubando loro il fuoco. Nei casi citati sopra il peccato era l’accidia, in questo è la superbia.
    Chiosa finale con il facile senno del poi: il disastro del Vajont è anche frutto della mancanza di cultura della prevenzione; come noto, i sinistri segni che il monte Toc stava venendo giù erano noti anche se non si prevedevano ne’ l’ampiezza ne’ la velocità della frana. Con la mentalità di oggi, è quasi incredibile constatare che non si sia fatta la cosa più ovvia: svuotare l’invaso della diga. Si sarebbero “persi” kWh ma nessuna vita umana.