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E’ tempo di documenti congressuali per il PD ed anche Matteo Renzi ovviamente ci si è cimentato (“Cambiare verso”). Quale partito e soprattutto quale Paese propone il Sindaco di Firenze? Cercheremo brevemente di descriverlo e di mantenere autonomia intellettuale nel farlo.

La visione politica generale di Renzi non è molto diversa da quella che ha caratterizzato la sua candidatura alla scorse primarie ed il suo vero punto di forza: un partito aperto, a vocazione maggioritaria, con capacità di parlare ad un elettorato più ampio rispetto a quello tradizionale del centrosinistra. Insomma riportare il PD alla sua originale carica innovativa.

Questa volta però la competizione per la segreteria impone di unire il recupero dei consensi al forte richiamo all’orgoglio di partito. Quindi il Partito Democratico deve innanzitutto recuperare i voti di coloro che non lo hanno votato alle precedenti elezioni, pena la sconfitta, e deve saper “accogliere le speranze tradite di chi ha creduto in un progetto […] e che poi ha fallito: le speranze delle persone non hanno bollini, non hanno etichette”.

Tuttavia recuperare i voti di chi ha votato altro dal PD non può essere sufficiente: si deve restituire fiducia agli iscritti e ritornare a credere che “la dimensione del PD sia quella di un partito grande, ampio, vincente”. Per farlo serve cambiare “radicalmente non solo il gruppo dirigente che ha prodotto questa sconfitta, ma anche – e soprattutto – le idee che non hanno funzionato, le scelte che hanno fallito, i metodi che ci hanno impedito di parlare a tutti”.

Se la strategia politica generale non è mutata – ricercare i consensi nell’elettorato di centrodestra e del Movimento Cinque Stelle – sono in parte mutate le proposte politiche che hanno consentito a Renzi di rappresentare una novità agli occhi di un’ampia fetta di elettorato estraneo al PD. L’anno scorso, dobbiamo dirlo, le proposte erano più coraggiose, perché rappresentavano una rottura rispetto alle tradizionali politiche proposte dalla sinistra italiana.

Dipende probabilmente dal fatto che oggi è il favorito. L’anno scorso doveva rincorrere e per farlo doveva in qualche modo “rompere”. Oggi la situazione è diversa: deve ricercare l’unità di un partito che poco lo sopporta e nel contempo deve dimostrarsi leale nei confronti del governo Letta.

E quali sono le idee che Matteo Renzi propone? Certo in parte sono le stesse che caratterizzavano il programma per le primarie del 2012:  la lotta all’evasione fiscale, la diminuzione del debito pubblico, il rilancio del Sud, la dismissione del patrimonio statale, la riforma della pubblica amministrazione.

Ma su tre temi in particolare che lo avevano contraddistinto dal programma di Pierluigi Bersani, Matteo Renzi ha cercato di incontrare maggiori favori da parte degli iscritti: lavoro, scuola e Europa.

In primo luogo, sul lavoro si realizza uno dei cambiamenti più rilevanti. Accantonata la riforma del lavoro ispirata alla flexsecurity e proposta da Ichino, Renzi sembra avere anche modificato il punto di partenza dell’analisi sul mondo del lavoro in Italia: in precedenza l’analisi prendeva atto della scarsa capacità del paese di attrarre investimenti esteri per la creazione di nuovi posti di lavoro e ne individuava i rimedi nella semplificazione normativa e burocratica, nella riduzione del prezzo dell’energia, in un codice del lavoro semplificato e in relazioni industriali aperte all’innovazione. Oggi la parte del lavoro nel documento congressuale si riduce ad una proposta di riforma dei centri per l’impiego, peraltro condivisibile ma poco coraggiosa.

In secondo luogo, sul tema della scuola si è passati dalla necessità di superare alcuni tabù, attraverso l’introduzione di criteri di merito e di valutazione dei docenti e dei dirigenti scolastici alla questione più attrattiva per la sinistra della critica ai bassi guadagni degli insegnanti.

Infine, sull’Europa la posizione di sindaco del Firenze è leggermente mutata. Certo rimane ancora forte l’appello al rispetto dei trattati, perché è nell’interesse dell’Italia rispettarli, ma nel contempo propone ciò che lo stesso Bersani all’epoca chiedeva, cioè di essere temporaneamente dispensati dalla soddisfazione dei vincoli dei trattati.

Qualcuno potrà dire che ha raggiunto la maturità politica, adattando i contenuti di rottura dello scorso anno alla differente situazione del PD e dell’Italia oggi.

In realtà solleva qualche riflessione politica più approfondita: se la forza Matteo Renzi sta nella sua capacità di attrarre nuovi consensi, al di là dell’elettorato tradizionale di centrosinistra, e questa sua attrattività si basa sulla percezione che di lui hanno gli elettori, cioè di un elemento di rottura rispetto al passato della sinistra italiana, cosa accadrà al suo indiscutibile peso politico nella scena politica italiana se per riscuotere maggiore consensi tra gli iscritti del PD dovesse perdere i consensi esterni al partito? Che cosa lo renderebbe a quel punto una novità per il PD e per il Paese rispetto al passato?

 

Dottorato tra i fondatori del comitato provinciale a sostegno ella candidatura di Matteo Renzi nel 2012, ha poi coordinato il comitato elettorale del centro storico, ed è stato il vice-presidente dell’associazione “Adesso! Venezia Mestre” fino a Gennaio 2014. Oggi Segretario del PD di Lido e Pellestrina.
  • Adriano

    L’errore di Renzi è indicato proprio nel paragrafo finale. Per attrarre consensi tra gli iscritti ha dovuto (per forza di cose) smorzare le spigolosità che lo rendevano attrattivo verso un elettorato non tradizionalmente di sinistra. Fosse rimasto fuori dalla corsa alla segreteria e si fosse proposto come candidato premier avrebbe mantenuto il suo appeal intatto. Così rischia di perdere quella che era proprio la sua caratteristica vincente. Un’ultima osservazione sul “restituire fiducia agli iscritti”: il modo migliore per farlo sarebbe stato quello di far votare il segretario a loro,come in qualsiasi associazione o movimento (o partito estero), abbandonando la soluzione populista (e sottolineo populista) delle Primarie, tanto cara ai renziani.