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Le ingiustizie mi hanno sempre dato l’orticaria. Ma che dico? Qualunque cittadino che non si senta suddito, ma detentore di diritti fondamentali, non ultimo il diritto all’uguaglianza, prova sempre un moto di sdegno di fronte a ogni tipo di discriminazione.

Da piccola non sopportavo le ingiustizie a scuola. Anche quando ero io a beneficiarne. Ero una scolara diligente e attenta e questo mi offriva una sorta di immunità. Che mi garantiva anche quando avevo palesemente torto. Forse ero troppo vigliacca per protestare, ma – giuro – ne ero infastidita.

Con gli anni ho maturato l’anelito a una società giusta, dove tutti potessero esprimere il meglio di sé e dove ognuno potesse aspirare allo stesso trattamento, indipendentemente dal ceto sociale, dal lignaggio, dal conto in banca. I fatti mi hanno dimostrato che non è così e che le ingiustizie sono strutturali alla vita. L’ultimo ventennio italiano, poi, col suo tripudio di volgarità, di arroganza e di sfacciata impudenza, ha rappresentato, per me, la negazione brutale di quell’eticità che dovrebbe  essere, invece, l’anima della società.

Non voglio far polemiche sul caso Cancellieri. Se ne è parlato troppo. Voglio solo dire che è sintomatico di una patologia tutta italiana. Voglio dire che la parola “amicizia” non dovrebbe comparire in  un lessico ministeriale serio. Voglio dire che una guardasigilli alquanto vulnerabile, come si è dimostrata quella che fino all’altro ieri era un’icona di imparzialità e di rigore, non dovrebbe continuare a svolgere questo mestiere. Le parole sono importanti. Hanno un peso. Quel “qualsiasi cosa  io possa fare” pesa come un macigno su una figura istituzionale che dovrebbe anteporre anche ai propri moti di pietà e di empatia verso chi soffre la ragion di Stato. Insomma, la «solidarietà umana», raccontata alle Camere il 5 novembre dalla Cancellieri, che ha suscitato trionfo ed ovazione presso i parlamentari, il respingimento della mozione di sfiducia del 20 novembre rappresentano a pieno titolo lo sdoganamento di quel “particulare” che gli uomini delle istituzioni italiane sanno perseguire con estrema naturalezza a danno dei propri sudditi.

Quando giornalisti ed opinionisti sentenziano che nei Paesi civili un ministro si dimette per molto meno, non fanno demagogia. Dicono un’amara verità.  Un Paese che sbarca da un ventennio che ha toccato la sua punta massima di abominio nell’affermazione corale che Ruby era la nipote di Mubarak ne ha di strada da percorrere, se si vuole fare un po’ di pulizia. A noi non resta che lasciare in eredità ai nostri figli e ai nostri nipoti quei principi di uguaglianza nei quali abbiamo creduto. Dubito che ne vedremo, per ora, l’affermazione.

 

 

 

Laureata in filosofia, insegna Lettere in una scuola secondaria statale di primo grado in provincia di Milano. Si interessa, in particolar modo, di integrazione interculturale e di tecnologie e web applicati alla didattica. Scrive su alcune testate locali dove si occupo di scuola, libri, politica e intercultura.