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La Repubblica del 5 febbraio scorso ha pubblicato un articolo “Addio piccola bottega. Così il cibo sparisce dalle vetrine delle città” che riporta cifre davvero impressionanti sulla drastica riduzione dei cosiddetti negozi di vicinato e segnatamente quelli di alimentari. Negli ultimi 10 anni, per esempio, Firenze ne ha visto una riduzione del 39%, Milano del 38%, Roma del 24% e così via. Venezia si attesta al 36%, in piena media nazionale. Interessante peraltro è considerare il numero dei negozi in rapporto alla popolazione. E qui siamo tra il minimo di 0,7 negozi per 1000 abitanti di Bolzano e il massimo di Cagliari, pari a 3,3. A Venezia siamo a 1,6, ancora sostanzialmente in media.

La prima considerazione che balza all’occhio è che, dunque, la denunciata sparizione dei piccoli negozi, spesso interpretata a Venezia come il segno di un irreversibile degrado del tessuto cittadino, non è affatto un fenomeno peculiare della nostra città: Venezia soffre di una sorta di mutazione genetica esattamente come tutte le altre città del nostro Paese. Questo, sia detto per inciso, fa giustizia della retorica catastrofista, assai diffusa in città, che vede in ogni biavarol che chiude il sinistro presagio di una imminente apocalisse.

Non c’è peraltro dubbio che il fenomeno registrato da Repubblica sia serio. Il macellaio, il droghiere, il salumaio di quartiere costituivano il collante del tessuto urbano, definivano e distinguevano la comunità locale, rendevano ogni quartiere unico e diverso dagli altri. Erano luoghi di incontro e di condivisione, piccole agorà dove ritrovarsi e riconoscersi. E dove anche la diversità delle proposte gastronomiche aveva un significato. Chi ha la mia età certamente ricorda che magari si andava da un luganegher a prendere il prosciutto crudo perché più buono di quello venduto dove solitamente si prendeva il formaggio… Altro che la schiera di negozi tutti uguali, standardizzati, identici dalle Alpi al Lilibeo, dove trovare mutande firmate, felpe e magliette tutte uguali, le medesime sneakers e quant’altro. O, peggio ancora, la sfilza di serrande abbassate con malinconici cartelli “affittasi”. Insomma, una fetta di piccolo mondo antico che si perde, probabilmente in modo irreversibile.

Ma, viene da dire, sono i tempi, bellezza. Sono mutati i costumi e le necessità della gente, soprattutto, direi, è drasticamente diminuita la disponibilità di tempo. Oggi in un supermercato (per non dire in un ipermercato) in un colpo solo si fa la spesa che si sarebbe fatta in 3-4 negozi diversi, spendendo di norma meno, in molti casi servendosi da soli senza mettersi in coda ad aspettare gli altri clienti (se non alla cassa). E le offerte speciali, il 3×2.. ed orari di apertura impensabili anche solo 10 anni fa. Insomma, una serie di comodità cui non sapremmo più rinunciare. Credo francamente che qualsiasi tentativo di invertire la tendenza si rivelerebbe velleitario. C’è chi ha fantasticato di regolamentare le licenze commerciali, chi invoca politiche fiscali dedicate, chi se la prende coi supermercati, chi (a Venezia) con i negozi di  maschere e vetri e con gli affitti esosi.

Temo che, purtroppo, sia tutto inutile. Non si inverte l’inerzia della storia.

Nato a Venezia, vi ha sempre risieduto. Sposato con una veneziana, ha due figli gemelli. Ingegnere elettrotecnico, all’Enel dal 1987, è stato Responsabile della Zona di Venezia. Attualmente lavora come International Business Development Manager, sempre per l’Enel, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. È stato presidente del Comitato Venezia Città Metropolitana ed è collaboratore della rivista Esodo.
  • Adriano

    tutto giusto, se non fosse che a Venezia la grande distribuzione di cui incolpare la sparizione dei piccoli negozi non è minimamente paragonabile a quella delle altre grandi città, a partire dalla terraferma mestrina (e tra quelli che conosco che abitano a Venezia, nessuno mi ha mai confessato di andare in terraferma a fare spese). E poi perché perdere tempo a contare i piccoli negozi? Basta guardare i dati del censimento per constatare la decadenza di Venezia.