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“Vous n’avez pas le monopole du coeur” diceva Giscard d’Estaing in un celebre dibattito con François Mitterand, in occasione delle elezioni presidenziali del 1974. Forse è possibile descrivere molti degli avvenimenti che hanno caratterizzato il Lido in questi ultimi anni proprio come un conflitto tra visioni ambiziose, diverse e concorrenti nel tentativo di rappresentare le istanze dei cittadini: un conflitto per assicurarsi “il monopolio del cuore”.

Da un lato si trovava il centrosinistra veneziano, latore di una visione sviluppista e gerarchica del territorio. Si trattava di un’interpretazione del territorio che, una volta identificata l’esistenza di un problema, presupponeva decision-makers in grado di formulare obiettivi per raggiungere la soluzione ottimale, sulla base di una valutazione delle soluzioni alternative e la selezione dell’alternativa più efficace ed efficiente. Il tutto accompagnato da una gestione opaca e da sinergie tra pubblico e privato più fondate su relazioni amicali e personali che sulle reali capacità e competenze del soggetto privato. Dall’altro lato, si osservavano i movimenti ambientalisti, portatori di un’idea di cambiamento radicale che toccava tanto i processi decisionali quanto gli obiettivi stessi delle politiche territoriali: un’idea malintesa di democrazia diretta seguita da spregio nei confronti del privato.

Due visioni del territorio in conflitto, che hanno goduto di alterne fortune. Con vincitori e vinti. Ed il PD, come maggiore partito ed erede del centrosinistra cittadino, ha perso questa battaglia. Certamente ostacoli ed incapacità, alle quali ormai siamo abituati, sono stati determinanti.

A chi ha governato è mancata la proposta di una visione politica del territorio che mettesse nelle condizioni di dialogare con la realtà sociale, cercando di interrogare la società civile sulla titolarità finale delle decisioni politiche. Se è vero che spetta ai politici eletti prendere le decisioni, vero è che il coinvolgimento dei cittadini consente però di prendere decisioni migliori perché si forniscono al governo del territorio forme di intelligenza sociale necessarie per comprendere i differenti problemi.

Certamente, sgombrando il campo da visioni ideali delle nuove forme di partecipazione democratica: anche se il governo locale abbracciasse il coinvolgimento dei cittadini previsto da questi in tutti i settori possibili, il problema del dialogo tra cittadini e governo non sarebbe risolto. Esisterebbero domande politiche fondamentali che probabilmente rimarrebbero senza risposta.

Ai movimenti ambientalisti va riconosciuta invece la capacità di  modellare una visione del Lido, contestabile ma accattivante, e di strutturare così il contesto in modo da poter vincere, dividendo il PD stesso, come sempre frammentato tra anime riformiste e radicali.

Perché il PD non ha capito un aspetto. Non ha capito che il conflitto politico è in primis un conflitto ideale, nel quale la definizione delle alternative è lo strumento di potere più rilevante. Non ha compreso che i problemi di policy sono il risultato di un’operazione di costruzione attuata dagli attori. E, in una  fase di “democrazia espansiva”, non ha saputo rinnovare la propria visione della città, attualizzandola. Forse il maggiore problema nella disputa lidense non è stata tanto l’assenza di una visione strategica del territorio, quanto, invece, un’incapacità di ri-pensare un progetto di lungo periodo. Ma forse è mancato per il Lido e Pellestrina, perché è mancato per l’intera città.

 

 

 

 

Dottorato tra i fondatori del comitato provinciale a sostegno ella candidatura di Matteo Renzi nel 2012, ha poi coordinato il comitato elettorale del centro storico, ed è stato il vice-presidente dell’associazione “Adesso! Venezia Mestre” fino a Gennaio 2014. Oggi Segretario del PD di Lido e Pellestrina.