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Sono persuaso che le donne in politica non siano ne’ migliori ne’ peggiori degli uomini. Sono oneste e capaci (o disoneste e incapaci..) tanto quanto i loro colleghi maschi. Insomma, in politica, come in generale nelle professioni intellettuali, un individuo dev’essere valutato per quel che vale ed è irrilevante che sia uomo o donna.

Ciò premesso, nutro molte perplessità di fronte alla questione della cosiddetta “parità di genere”. Mi riferisco alla battaglia bipartisan di molte parlamentari affinché l’istituenda legge elettorale preveda l’obbligo che nelle liste per l’elezione alla Camera vi sia una rigorosa alternanza uomo/donna. Poiché l’Italicum  non prevede preferenze ma l’elezione a scalare secondo la posizione di lista, tale disposizione garantisce in automatico una quasi perfetta ripartizione a metà tra i due sessi dei seggi parlamentari.  Le battagliere parlamentari usano abilmente tutto l’armamentario retorico del politically correct e spacciano la loro battaglia come una questione di civiltà. Sentita Rosi Bindi tirare in ballo addirittura i “principi non negoziabili” con esito francamente grottesco. Io ritengo invece si tratti di una sesquipedale sciocchezza.

Per convincersene, basta decontestualizzare: immaginiamo per un momento che il Ministero della Pubblica Istruzione, in omaggio alla parità di genere, disponga che d’ora in poi tutte le entrate in ruolo dei docenti siano riservate rigorosamente metà ad uomini e metà a donne. Conseguentemente, quando in una determinata Sovrintendenza si rendono disponibili due cattedre di una determinata materia, si attinge alla graduatoria dei precari per individuare i promossi. La graduatoria teoricamente rispecchia titoli, punteggi acquisiti, anzianità ecc. (in una parola il merito). In essa si trovano molte più donne che uomini, per il semplice fatto che mediamente sono assai più le donne che si rivolgono alla professione dell’insegnamento (per tutta una serie di motivi ben noti che non interessa approfondire in questa sede). Quindi è statisticamente molto probabile che ai primi posti della graduatoria si trovino tutte donne. Mettiamo per esempio che l’uomo meglio piazzato sia al quinto posto. Che fa allora la Sovrintendenza? Assegna la cattedra alla prima in graduatoria ed al quinto. In barba alla seconda (donna), alla terza ed alla quarta. Tutte costoro hanno ovviamente più titoli e quindi, teoricamente, più meriti del quinto. Ma la regola della parità di genere assegna la cattedra al quinto che non ha altro titolo che quello, appunto, di essere un uomo.

Credo che tutti si sia d’accordo che una regola siffatta, ove esistesse, darebbe luogo ad una grande ingiustizia e soprattutto sarebbe una colossale sciocchezza in termini di logica. Ebbene, l’eventuale modifica all’Italicum costituirebbe, a generi invertiti, esattamente l’identica stortura. Infatti, gli uomini sono la larga maggioranza di coloro che si occupano di politica a vario titolo e che quindi più o meno legittimamente aspirano ad un posto in Parlamento. S’intende, un riequilibrio nella rappresentanza dei due sessi all’interno della classe politica è assolutamente auspicabile ma è un processo che deve essere stimolato dal coinvolgimento dell’altra metà del cielo a monte, dopo di che le candidature femminili sboccerebbero in modo automatico e naturale. È un processo del resto già ampiamente in corso, come è peraltro avvenuto in moltissimi altri campi. Ricordo per esempio che ai miei tempi (ahimé ormai preistorici) una donna in facoltà di Ingegneria era più rara di un panda, oggi è assolutamente normale, senza che ci sia stato bisogno di alcuna forzatura.

Naturalmente i partiti possono, se ritengono, dotarsi di norme interne che favoriscano la partecipazione femminile, anche nel caso stabilendo quote rosa. È una decisione organizzativa autonoma, di una libera associazione e del tutto lecita. Ben altra cosa altresì è imporre ex lege l’assoluta parità nella rappresentanza. Non mi stupirei si ravvisassero perfino profili di anticostituzionalità.

Una palmare dimostrazione di quanto profondo sia il potenziale vulnus al meccanismo della rappresentanza, verrà peraltro da eventuali primarie per scegliere i candidati da mettere in lista. Assai verosimilmente vi sarebbero degli aspiranti candidati maschi esclusi dalle liste pur avendo ottenuto un consenso maggiore di quello ottenuto da donne che si ritrovano candidate per, appunto, mancata concorrenza. E proprio nel PD, dove le primarie sono ormai una prassi e dove il  “ricatto” del politically correct ha più presa, sarà interessante vedere gli strascichi. Credo che cadrebbero molte ipocrisie…

Nato a Venezia, vi ha sempre risieduto. Sposato con una veneziana, ha due figli gemelli. Ingegnere elettrotecnico, all’Enel dal 1987, è stato Responsabile della Zona di Venezia. Attualmente lavora come International Business Development Manager, sempre per l’Enel, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. È stato presidente del Comitato Venezia Città Metropolitana.
  • Adriano

    Condivido dalla prima all’ultima riga. La parità di genere “per legge” a prescindere sta diventando una barzelletta, per poi passare a veri e propri “vulnus” della democrazia, a partire dalla stortura della doppia preferenza obbligatoria uomo/donna. Se devo essere sincero la bocciatura degli emendamenti mi ha fatto solo piacere.

  • Lorenzo Colovini

    grazie Adriano. Mi fa molto piacere che stavolta sia del tutto d’accordo. :-)