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Federico Moro, Franco Vianello Moro, Giulio Giuliani, Emanuele Dal Carlo e Lucio Scarpa hanno scritto prendendo spunto dall’’intervento di Lorenzo Colovini sulla prossima scadenza politico amministrativa a Venezia, ormai noto come l’articolo del “Papa Nero”; nè è uscito un dibattito interno alla testata  che ha arricchito con nuovi argomenti utili la griglia di riflessione sul tema. Invito quindi a leggere i loro interventi che appaiono nello spazio ‘commenti’ in calce all’intervento iniziale (http://www.luminosigiorni.it/2014/03/un-papa-nero-per-venezia/). Prendo anch’io spunto da quegli interventi e da quello iniziale per provare a fare il punto.

Dunque Lorenzo prefigura l’idea che per Venezia ci voglia un nuovo inizio. Qualcuno avrebbe potuto obiettare con scetticismo: ancora una volta? Quanti nuovi inizi abbiamo immaginato per Venezia negli ultimi decenni ?

Per quanto l’annuncio di un nuovo inizio sia stato lanciato più volte ad ogni scadenza elettorale e non solo, si è trattato sempre di un rito dovuto, molto formale. In questo concordo con Lorenzo: sin dai primi passi il nuovo inizio sbandierato da tutte le nuove amministrazioni elette non è mai stato messo in pratica con la necessaria convinzione, incisività e capacità; subito arenato nelle secche di un cabotaggio di profilo incerto e tendente al basso. Questo esito è dovuto all’intrinseca natura dei protagonisti e attori della politica cittadina, tutti più o meno direttamente legati a un sistema di potere di autoconservazione che, attraverso il PCI, PDS, DS, PD, governa la città praticamente senza soluzione di continuità da quarant’anni. Con i risultati che vediamo: questa enorme risorsa urbana tra terra e acqua, sia ben chiaro, non è né defunta né degradata come una vulgata conformista la vuole descrivere; tuttavia vegeta abbondantemente al di sotto delle sue potenzialità, finendo per aggravare le sue criticità negative e finendo per far percepire a cittadini e ospiti solo quelle.

Concordo che per far breccia in questa situazione bloccata è necessario un programma di governo chiaro e determinato (su punti critici ormai noti, ma cronicamente irrisolti); un programma portato avanti da un candidato sindaco capace di sparigliare le logiche politiche vigenti, innovativo, coraggioso e credibile per una sua storia personale lontana dalle pastoie delle lobbies e delle corporazioni. Insomma per dirla con Lorenzo “qualcuno che sia estraneo ai giochi, ai laccioli delle appartenenze, al sottobosco di politicanti che da anni zavorra la città e che sarebbe tempo  di mandare a casa”. Insomma il Papa Nero. Questo della credibilità non è un fatto secondario perché chi annuncia punti programmatici deve sbilanciarsi a dire cose che non ha ancora fatto, prendere impegni e chi lo vota deve affidarsi alla persona e alle sue doti perché non ha già sotto mano un primo mandato da valutare in cui certe promesse sono state mantenute.

Nel dibattito interno a questo punto c’è però chi ritiene meno decisiva la figura del leader candidato sindaco e dà più peso alla squadra e al programma. Io sono tra quelli che invece pensa che una visibilità già acquisita da una persona, ma acquisita per meriti civili estranei alla politichetta cittadina, sia necessaria. Non sufficiente, ma necessaria si, per le ragioni sulla credibilità a cui ho già fatto cenno.

Poi c’è il problema della collocazione di questa iniziativa nella mappa delle appartenenze, degli schieramenti e delle identità politiche con cui si giocherà la partita. Logica e coerenza vorrebbero che il  Papa Nero  si collocasse al di fuori da ogni schieramento, essendo schieramento a se medesimo.

La cosa non è così scontata perché l’inerzia delle appartenenze conta eccome e con i numeri non si scherza e si deve valutare attentamente lo spazio che si ha.

Per questo io penso che chi si butterà in questo agone dovrà partire da una conoscenza minuziosa degli scenari che si stanno muovendo, senza aver paura di scadere in tatticismi. E conoscendo gli scenari il realismo sarà d’obbligo. Perché ogni mossa andrà adeguata  a quella degli altri, anche se si può prefigurare perfino il contrario: che questa azione di sparigliamento possa essere così dirompente da condizionare gli altri ad adeguarsi.

In un contesto del genere non si può però derubricare la questione del PD a sola questione di gruppo di potere da sconfiggere. Perché non è solo questo, anche se è molto questo. Intanto al suo interno ci sono energie individuali che non si possono assimilare tout court a mera copertura di un potere automantenuto e che quindi non si possono buttare con l’acqua sporca. E poi soprattutto non si può ignorare che il PD nell’ultimo anno ha conosciuto una stagione di forte e reale cambiamento dovuta al fenomeno Renzi. Su Renzi noto che le opinioni al nostro interno continuano ad essere diverse per non dire distanti. Da parte mia ho considerato la ‘rottamazione’ una novità di grandissimo contenuto politico che se fosse applicata anche a livello locale cittadino creerebbe di per se i presupposti per l’operazione che andiamo proponendo. Inoltre per me Renzi ha anche alcuni precisi contenuti con cui si può anche non essere d’accordo, ma io lo sono. D’altra parte lo stesso Lorenzo ammette che Renzi a livello nazionale è un “Papa Nero”

E’ pur vero che a Venezia non c’è Renzi, ma il movimento che lui ha messo in moto non può non avere ricadute locali e non si può rinunciare in partenza ad avere sponde in quel versante, perché possono entrare nel gioco. Come? E’ prematuro dirlo. Sicuramente la questione delle primarie del PD sarà dirimente e in ogni caso quando si scioglierà il nodo sulla loro fattibilità o meno bisognerà essere già pronti per una scelta. Sia in un senso che nell’altro.

Molte dunque sono le variabili, ma un ambito deve restare fermo e non negoziabile. Quello sui contenuti che saremo disposti a mettere in campo. E su questo si può già cominciare.

Si è detto che i contenuti riguardano un numero limitato e preciso di azioni e di obiettivi che già nell’intervento di Lorenzo sono descritti. Sottolineo però l’importanza che le soluzioni abbiano il coraggio dell’innovazione e della modernità. Un avversario da sconfiggere è il conservatorismo che questa città ha subito da parte di un partito trasversale che da due secoli ha preteso un mantenimento di una forma urbis statica e inamovibile (salvo poi fare della terraferma un retrobottega inguardabile che solo ora ha assunto una fisionomia accettabile e potenzialmente ancora molto migliorabile). Una forma urbis statica e inamovibile e per questo esposta a tutti gli interessi dinamici che hanno voluto appropriarsene deteriorandola; e non il contrario come artatamente i conservatori ideologici fan sempre intendere.

Questa linea di conservazione ha di fatto creato, probabilmente all’insaputa dei protagonisti, un’alleanza tra una classe politica che ha attuato sempre, per dirla calcisticamente, una ‘melina’ per mantenere se stessa e un pensiero ‘forte’ ideologico che si è sempre opposto alle innovazioni per mantenere un mito. Questa ‘strana’ alleanza va battuta politicamente. E un po’ anche il mito.

 

 

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.