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Credo che, tra molti altri, un tema da porre con forza nel dibattito da qui alle prossime elezioni sia quello della legalità. Due esempi banali ma significativi.

Domenica scorsa, complice la giornata splendida ed il ponte del 25 aprile, Venezia invasa dai turisti. Sto recandomi all’Arsenale da San Marco via Riva degli Schiavoni e, dopo aver attraversato a fatica il ponte della Paglia (d’accordo, lì c’è il Ponte dei Sospiri da fotografare..) anche in quello successivo (quello del Danieli per intendersi) mi ritrovo imbottigliato in una calca che neanche il giorno della Salute. Cerco di capire perché e, stupefatto, scopro che la sezione di passaggio è pressoché dimezzata da una teoria di extracomunitari con la merce tranquillamente posata per terra lungo tutto l’arco del ponte.

Ponte dell’Accademia: nonostante alcune coraggiose iniziative per scoraggiare la pratica (ricordo l’anno scorso quella  dell’Associazione Cerchidonda per esempio) i manicotti del rinforzo metallico del parapetto traboccano degli orrendi lucchetti dell’amore (con, credo, non irrilevante aggravamento del carico statico della struttura). Lucchetti che periodicamente costano un occhio per essere rimossi, con rischio oltretutto che caschino in testa a chi si trova a passare sotto al ponte. E va bene, penso con fatalismo, ‘i danni dei romanzi di Moccia se li becca Roma come Venezia e, si sa, i turisti sono scemi’. Poi però… ‘scemi si ma anche previdenti.. si portano il lucchetto da casa?’ Ebbene no, tutto molto più semplice: proprio in cima al ponte c’è un ragazzotto che tutto felice vende sul posto i famigerati lucchetti..

Ora, sarebbe tanto complicato posizionare all’Accademia una coppia di vigili che quantomeno prevenga il commercio dei lucchetti? E magari diffidi la coppietta che si sta fotografando con il lucchetto in mano dall’attaccarlo? Sarebbe già un grosso deterrente. E sul ponte del Danieli? Non dico prendersela con tutti i commercianti abusivi ma almeno in casi palesi di impedimento alla circolazione? Sono domande quasi retoriche: non ci vorrebbe nulla. O meglio, ci vorrebbe la sensibilità di cogliere l’esistenza stessa del problema e la volontà di farvi fronte. Volontà pure di fare lo sforzo di andare a mettere il naso, per esempio, sull’organizzazione e l’utilizzo dei vigili urbani, di chiederne conto al Responsabile e così via.

un .. bazar non autorizzato

un .. bazar non autorizzato

E veniamo infine alla domanda chiave: qual è il grado di attenzione della nostra Amministrazione alla questione della legalità? Perché attenzione: se per piccoli, banali e soprattutto facilmente risolvibili casi come quelli sopra descritti non si fa nulla lascio all’immaginazione di chi legge cosa (non) si faccia per tutti quegli aspetti di legalità che sono oggettivamente assai più complessi e difficili da affrontare. Penso alla diffusa presenza di attività illecite, all’assedio dei “barbanera” a Mestre, alla miriade di Bed & Breakfast illegali che privi di autorizzazione all’attività ricettiva, senza alcun adempimento amministrativo, lucrano sulla città privandola del suo patrimonio abitativo. E l’elenco potrebbe continuare.

Ora, gioca certamente l’insipienza degli amministratori ed una loro sciatteria di fondo. Ma sospetto fortemente che non sia solo questione di incapacità o di indolente fatalismo. Temo, e mi piacerebbe essere smentito, che si tratti di un indirizzo preciso: perché il grigiore nella questione della legalità fa comodo a molti. È l’humus dove prosperano attività borderline, in cui si annidano margini di discrezionalità nell’applicazione della legge che fanno gioco a un mondo di amministratori, operatori pubblici ed ahimé anche elettori, dai vigili che vanno a spritz per i bar anziché rompersi le scatole tra le calli e le strade, ai baristi che dilatano a dismisura il plateatico, ai parcheggiatori abusivi, agli intromettitori di ogni risma.

Si tratta, in altre parole, di un “clima”. Un clima che poi quasi inevitabilmente produce gli scandali dei “motoscafi blu” (beninteso, in qualche modo esagerato, tuttavia significativo di una certa mentalità) o i 9000 abbonamenti gratis a titolo di “tessere di servizio” (si legga a tal proposito il Gazzettino del 1 maggio dove si evince che non si sa di preciso nemmeno quanti siano questi abbonamenti, meno che meno quanti di questi siano davvero dovuti per legge). Piccole cose, certo (beh, piccole per modo dire: prendendo il riferimento di 200 € per l’abbonamento annuale, stiamo parlando di 1,8 milioni, non proprio noccioline) ma significative. E ripeto ancora: un amministratore che non vuole o non sa occuparsi delle piccole cose a maggior ragione non vorrà o saprà occuparsi di quelle grandi.

Ricordiamocene, quando andremo a votare.  Mandiamo a casa questi cialtroni.

Nato a Venezia, vi ha sempre risieduto. Sposato con una veneziana, ha due figli gemelli. Ingegnere elettrotecnico, all’Enel dal 1987, è stato Responsabile della Zona di Venezia. Attualmente lavora come International Business Development Manager, sempre per l’Enel, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. È stato presidente del Comitato Venezia Città Metropolitana.