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È di circa un mese e mezzo fa  la notizia secondo cui molti giovani tra i diciotto e i trentacinque anni – spesso laureati – lasciano l’Italia per cercare in altri Paesi, l’Inghilterra in testa alle classifiche, occasioni di benessere e di realizzazione. Ci ho riflettuto tanto e la cosa mi tormenta. Non c’è da stare allegri. Né si può far finta di niente, pensando che a noi non è capitato e che forse non capiterà neanche ai nostri figli e ai figli dei nostri amici. E neppure c’è da sperare che, prima o poi, ci sarà una virata in senso positivo del timone dell’economia e che, finalmente, verranno tempi felici per tutti noi. Per carità, la speranza deve vincere e allearsi con il futuro. Ma, in questo triste momento storico, l’emorragia di giovani e di menti e braccia fresche e robuste è un dato di fatto.

Sento spesso – le vecchie generazioni, in particolare – che i giovani sono spenti, non hanno passioni. E dunque, i loro insuccessi dipendono da una loro incapacità di sognare e di progettare il futuro. Niente di più falso. Per motivi personali e professionali sono vicina alla fascia difficile e tormentata degli adolescenti. Devo dire, invece, che le passioni vibrano dentro di loro come corde di violino, agitano le loro anime, fino a piegarle, come fa il vento con i ciuffi spugnosi di giunco, quando tira forte. I nostri ragazzi non sono, tanto per intenderci,  solo social network e cellulari.

Il salto generazionale che separa queste soggettvità da genitori, insegnanti, adulti di riferimento crea dannosi preconcetti. Essere figli del loro tempo viene spesso considerata una colpa che li scaraventa in modo irreparabile in un territorio ombroso. Una sorta di limbo senza gioie né dolori. Senza speranze né progetti. Molti ragazzi, troppi, si presentano male, con le teste sempre chine sui telefonini, timpani perennemente assediati da auricolari trasportatori di suoni devastanti, pantaloni informi che li rendono goffi e impacciati. Pochi capiscono che in questo dannato bisogno di omologazione e di frastuono si nascondono paure, ma anche aspirazioni che non si osano confessare.

Quando si dice che l’adolescenza è un periodo difficile, si cade nel banale e nello scontato. Col tempo ho imparato che non di rado i luoghi comuni sono lo specchio della verità. A quell’età si  oscilla dallo scimmiottamento dei propri pari, accompagnato da ostinate contrappposizioni ai grandi, a momenti di cupa riflessione e di autentica ricerca di se stessi. Uniformarsi agli altri è spesso la via più semplice per promuovere la propria persona e renderle posssibile l’accesso alla vita di gruppo. L’appartenenza al gruppo regala l’illusione di non essere soli al mondo, anche se si è  privi di un progetto comune. Si è  come anestetizzati dalle angosce di un presente difficile e di un futuro incerto. La crisi sgretola beni materiali e anime, e tutto diventa confuso e torvo.

Il cielo grigio che sovrasta queste individualità tanto fragili quanto forti deve aprire degli squarci, bagnarli di luce e di azzurro. È indispensabile. Occorre agire con urgenza: spianare la strada per una crescita felice. Restituire il presente, il futuro, la vita, ingiustamente espropriati.

Io un’idea ce l’avrei. Non possiamo fare molto ma, per favore,  asteniamoci dall’ascoltare proteste populiste, ignoriamo gli incantatori di serpenti, contrastiamo la passiva acquiscenza a tutto ciò che ci viene dall’alto “perché-tanto-noi-da-soli-non-cambieremo-il-mondo”. Impariamo a fare delle scelte consapevoli e a non arrenderci, e insegniamolo anche ai nostri figli, se davvero non vogliamo che questa società non si avviti su se stessa e mostri la sua maschera esangue e priva di anima. Una società senza giovani è come una casa senza voci, un’orchestra senza suoni, un’infanzia senza giochi, un anno senza primavere.

Laureata in filosofia, insegna Lettere in una scuola secondaria statale di primo grado in provincia di Milano. Si interessa, in particolar modo, di integrazione interculturale e di tecnologie e web applicati alla didattica. Scrive su alcune testate locali dove si occupo di scuola, libri, politica e intercultura.
  • Adriano

    “Né si può far finta di niente, pensando che a noi non è capitato e che forse non capiterà neanche ai nostri figli e ai figli dei nostri amici.”
    Casomai il contrario! L’unica speranza per un futuro migliore è proprio abbandonare questo sciagurato Paese. Un genitore che abbia a cuore il futuro dei suoi figli, deve fargli imparare qualche lingua straniera (meglio se frequentando una scuola internazionale), e poi esortarli ad abbandonare questo Paese il prima possibile. Il resto sono solo belle parole.

    • Carlo Rubini

      leggo ” deve….esortarli ad abbandonare, eccetera”. Io ho due figli, 32 e 30 anni. Gli ho ‘esortati’ a fare la loro vita seguendo le loro inclinazioni e a guadagnarsi da vivere mettendo a frutto la loro formazione e i loro saperi. Così hanno fatto, conoscono una lingua straniera e lavorano entrambi nella città in cui sono nati e vissuti e uno dei due ha già una famiglia. Non so se andranno via, per ora non lo fanno perchè dove vivono ci stanno bene. Allora Adriano io non voglio darti consigli perchè sei libero di sentirti male in questo paese, ma quel “deve” non mi piace, come non mi piacciono i “dover essere”. Parla per te e allora va bene, ma non generalizzare

  • Adriano

    Prima di scrivere quel post ero ancora scosso dalla lettura di un libriccino di un’emigrata italiana a Londra che metteva a confronto Italia e Inghilterra, davvero sconsolante.
    Se ti fa piacere sostituisci pure il “deve” con un “potrebbe prendere in considerazione l’idea che” ma stai tranquillo che non parlo solo per me, magari fosse così.