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Puntualmente, quando si parla di riforma del mercato del lavoro, tornano le polemiche.
Quali sono le ragioni della recente polemica? Non dipendono dai contenuti della legge delega, a mio parere, sebbene questa sia la ragione addotta dai principali protagonisti
delle polemiche di questi giorni. Va precisato, infatti, che stiamo parlando di una legge che delega al Governo la determinazione dei principi e dei criteri direttivi che diventeranno regolazione solo dopo l’approvazione dei decreti legislativi delegati (e quindi entro sei mesi dall’approvazione della stessa legge delega). In secondo luogo, l’obiettivo della delega è quello di ridurre le forme contrattuali flessibili e ridurre il peso percentuale del contratto a tempo determinato. L’ottica è quella di rendere più efficiente il mercato del lavoro proteggere il lavoratore, allocandolo efficientemente. Si tratta di superare quelli che sono universalmente riconosciuti come problemi del sistema del mercato del lavoro italiano: il mercato duale, la semplificazione della disciplina contrattuale, la riduzione dei costi del lavoro e la presenza di incentivi alla produttività. E su questi punti in Commissione non vi sono state difficoltà nella maggioranza di governo, e all’interno del PD. Occorre, peraltro, ricordare anche che la legge delega prevede accanto al riordino delle forme contrattuali e dell’attività ispettiva – con la riorganizzazione in un’unica Agenzia dell’attività ad oggi realizzata da Ministero, Inps, Inail, Asl, Arpav – la riforma degli ammortizzatori sociali.
Inoltre apre la porta al salario minimo (tipo lo SMIC francese e cosa diversa dal reddito
minimo garantito).

Ad oggi le soluzioni rispetto ai problemi di cui si occupa la legge delega sono due: la proposta Ichino e la proposta Boeri-Garibaldi. Non entro nel merito
se sia meglio una soluzione oppure l’altra. Sottolineo tuttavia che la proposta Ichino adotta un approccio complesso e completo al problema: propone un differente mercato
del lavoro, dai rapporti contrattuali agli ammortizzatori sociali.
Ritengo invece che dovremmo considerare le polemiche recenti attorno all’articolo 18 per quello che sono: prove di forza nella lotta politica infra- ed intra-partitica.
Infatti, il Nuovo Centrodestra ripropone la discussione semplificata sull’abolizione o meno dell’articolo 18, soltanto a fini di meglio definire la propria identità all’interno di un governo nel quale il PD – o meglio il PDR – sta dettando tempi e contenuti. La minoranza PD, dal canto suo, trova nella questione dell’articolo 18 un elemento unificante dell’opposizione interna a Renzi ed un nuovo strumento per mettere in
difficoltà il Presidente del Consiglio e Segretario del PD.
Mi soffermo su questo secondo punto poiché di interesse per quanto riguarda la natura stessa del PD ed il suo rapporto col maggiore sindacato italiano, la CGIL. Spesso i gruppi pi influenti si oppongono ai cambiamenti, perché sono processo i destabilizzanti che portano cambiamenti radicali. Infatti, quando vi sono cambiamenti vi sono sempre degli sconfitti generalmente sono coloro che temono di perdere la loro influenza sul sistema politico: quando si genera un conflitto di questo genere, per risorse scarse come l’influenza politica, qualsiasi cambiamento rispetto alle regole del gioco si traduce in un conflitto, sulle istituzioni che condizioneranno l’attività economica e ne selezioneranno i vincitori. Qualcosa di simile accade da decenni in Italia. Fin dal famoso discorso di D’Alema al Congresso PDS del 1997, quando una parte della sinistra ha cercato di identificare delle riforme complessive che garantissero uniformità e dessero coerenza al mercato del lavoro, anche superando l’articolo 18, la sinistra sindacale ha invece cercato di difendere qualsiasi potere di veto avesse nel tempo acquisito, trovando nella battaglia sull’articolo 18 un simbolo unificante dell’esistenza stessa della sinistra: non si trattava
nemmeno più di una discussione rispetto alle scelte di policy quanto uno scontro etico, tra prospettive radicalmente opposte e differenti.

Se qualche problema c’è in questa vicenda, questo non riguarda il Governo, bensì il maggiore dei sindacati italiani, la CGIL. La CGIl potrebbe essere assieme agli altri
sindacati italiani il motore del cambiamento, se non vuole farsi travolgere dai cambiamenti. Questo avverrà in primo luogo quando riconoscerà che i tempi sono cambiati e al sindacato non dovrebbe più spettare il compito di rivendicare standard minimi di trattamento, quanto bensì di guidare i lavoratori nella valutazione di nuovi piani aziendali e poi nella contrattazione degli stessi: dovrebbe assumere un ruolo di disegno strategico nel futuro della singole aziende. In secondo luogo, la CGIL potrà essere motore del progresso economico quando romperà i legacci che ne vincolano l’azione ad una parte della classe dirigente del Partito Democratico. L’esigenza che la CGIL torni ad essere autonoma dovrebbe essere in primo luogo una necessità del sindacato stesso, prima che del PD.

 

 

Dottorato tra i fondatori del comitato provinciale a sostegno ella candidatura di Matteo Renzi nel 2012, ha poi coordinato il comitato elettorale del centro storico, ed è stato il vice-presidente dell’associazione “Adesso! Venezia Mestre” fino a Gennaio 2014. Oggi Segretario del PD di Lido e Pellestrina.