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I sanguinosi eventi di Parigi hanno indotto molti commentatori ad interrogarsi sulla validità della teoria del contratto sociale di Thomas Hobbes in una società sempre più complessa e multietnica.

La costruzione concettuale di Hobbes postula che il singolo individuo nel suo stato di natura primitivo sia “sovrano di se stesso” in quanto titolare di diritti naturali individuali e sia assolutamente egoista ed insieme assolutamente razionale. Egoista, quindi indifferente ai destini dei suoi simili e pronto a soverchiarli.  Ma anche razionale e quindi capace di rendersi conto che rischia altresì, poiché tutti gli uomini sono parimenti egoisti, di esserne soverchiato e quindi esposto a vivere in un continuo stato di guerra latente in cui homo homini lupus; il che non è certo una condizione auspicabile. Gli conviene quindi limitare la propria sovranità individuale in favore di un’entità terza, lo Stato, in grado di tutelarne i diritti elementari, la vita innanzitutto, e di mantenere la pace. Insomma una rinuncia razionale dettata puramente dalla convenienza.

Jean Jacques Rousseau

Jean Jacques Rousseau

Più di un secolo dopo, Jean Jacques Rousseau ci racconta il celebre apologo della caccia al cervo: una squadra di cacciatori si organizza in modo tale che alcuni si inoltrino nella foresta facendo rumore per spingere la preda verso gli arcieri che attendono l’animale presso tutti i varchi di fuga pronti a colpirlo. Immagina però che uno degli arcieri si allontani dalla sua postazione per inseguire un coniglio. Riuscirà a prendere il coniglio e procurare il cibo per se stesso ma il cervo fuggirà dal varco lasciato incustodito, privando l’intera comunità della preda che avrebbe sfamato tutti. Morale: un’ulteriore condizione per l’esercizio della convivenza è che una società si basi su una progettualità ed obiettivi comuni e le azioni individuali abbiano un’implicazione “sociale” in tale prospettiva. In parole povere: una società deve nutrire il concetto di un “futuro comune”.

Ma non basta ancora: secondo David Hume, i membri di una comunità oltre al futuro devono condividere anche il passato. Ovvero abitudini, credenze, tradizioni, vissuto, Hume usa il termine consuetudine, in modo tale che si riconoscano e si fidino reciprocamente.

David Hume

David Hume

Ricapitoliamo: i membri di una comunità che eserciti con successo la convivenza devono perseguire razionalmente il loro bene (Hobbes), condividere l’idea di un futuro comune (Rousseau) ed avere una consuetudine reciproca (Hume). Per onestà intellettuale: un relativista estremo potrebbe obiettare che questa è una elaborazione solo occidentale e pretendere di applicarla erga omnes è la solita manifestazione di arroganza dell’Uomo Bianco. Replicherei che tutta l’elaborazione di pensiero di cui prima si fonda sull’universalità dei valori ad essa sottesi e non possiamo metterla in discussione alla prima difficoltà di applicazione… Insomma trattasi di coerenza, non di arroganza.

Tentando appunto di applicare queste considerazioni alla società multietnica è facile, ahimè, concludere che quella che va formandosi (soprattutto per la componente islamica) non soddisfa affatto i suddetti requisiti. Finanche la prima condizione, che è scontata per la stragrande maggioranza degli immigrati, nei casi di maggiore fanatismo non si verifica. I feroci fratelli che hanno fatto irruzione da Charlie Hebdo ed il loro compare Coulibaly infatti erano cittadini francesi, nemmeno definibili immigrati, conducevano una vita normale che hanno gettato alle ortiche. Così abbiamo appreso di personaggi perfettamente integrati in Inghilterra, un medico, un disc-jockey di successo e quant’altri, andati a fare i tagliagole in Siria e morti combattendo. Certo costoro non hanno seguito il loro egoistico bene. Quanto alla progettualità comune, è lecito dubitarne assai, perlomeno per gli immigrati non europei. Non solo islamici ma anche le varie comunità di cinesi, cingalesi, africani che popolano le nostre città. Vivono in comunità separate, tendenzialmente chiuse ed impermeabili. Ma non solo: qual è la società futura che, per esempio alcuni islamici, vagheggiano? Qual è la concezione della condizione della donna, delle libertà individuali per esempio? Meno che meno la terza condizione: non c’è certo un passato comune con gli immigrati, non c’è consuetudine, non ci sono tradizioni condivise ed anzi c’è sovente l’enorme barriera della differenza religiosa, tema già affrontato in questa stessa testata (http://www.luminosigiorni.it/2012/07/il-dilemma-di-antigone/).

Il punto però è che non possiamo scegliere: gli immigrati sono già tra noi, è un fatto, ed è impossibile, oltreché sommamente iniquo, pensare di “rispedirli al mittente”. Forse si poteva gestire meglio la mutazione genetica della nostra società, forse qualsiasi tentativo sarebbe stato velleitario. A questo punto è irrilevante. Si tratta ora di perseguire la strada dell’integrazione creando il prima possibile le condizioni che sono state elencate. Compito immane e faticoso perché non ci sono ricette sicure e applicabili giuste a priori. Non è una soluzione l’arroccamento e/o l’espulsione cari a certa Destra, ma non lo è neppure l’astratto politically correct, il relativismo culturale, tanta retorica sul dialogo interreligioso di certa Sinistra radical chic avulsa dalla realtà. Insomma, un lavoro duro per i nostri figli e nipoti. Un ruolo fondamentale in questo lo ricoprirà ovviamente la scuola. E ci sono, di rado ma ci sono, segnali che fanno ben sperare.. http://www.luminosigiorni.it/2014/12/se-un-libro-e-la-scuola-ti-salvano-la-vita/

Nato a Venezia, vi ha sempre risieduto. Sposato con una veneziana, ha due figli gemelli. Ingegnere elettrotecnico, all’Enel dal 1987, è stato Responsabile della Zona di Venezia. Attualmente lavora come International Business Development Manager, sempre per l’Enel, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. È stato presidente del Comitato Venezia Città Metropolitana.