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Il cosiddetto principio di sussidiarietà è stato spesso giudicato un principio reazionario, conservatore, anche di destra. E’ noto che tale principio è stato un caposaldo della dottrina sociale cattolica nell’800 e nel ‘900, quando la Chiesa ha cominciato a dover fare i conti con la presenza dello Stato. Tuttavia è un principio che può prestarsi a una lettura ristretta e limitata alla salvaguardia dell’azione sociale dei corpi intermedi, ma può offrire anche una lettura e un’interpretazione molto più ampia e variegata, utile per immettere efficienza ad una reale politica democratica atta a salvaguardare i principi di base di cittadinanza. Anche se mi rendo conto che questo adattamento e questa libera estensione del principio di sussidiarietà sconfina abbondantemente nel tema del rapporto tra privato, e quindi non solo privato sociale, e pubblico, in tutte le sue sfaccettature. Quello che del principio mi pare utile è soprattutto il metodo ed è questo che si presta ad essere adattato ed esteso. Vediamo se è possibile.

Spulciando qua e là trovo, tra le tante, una definizione semplice che mi è parsa la più chiara e sintetica:

“la sussidiarietà è quel principio regolatore per cui se un ente inferiore è capace di svolgere bene un compito sociale, l’ente superiore non interviene, ma può, eventualmente, sostenerne l’azione”

Aggiungo che da questa breve definizione si evince che l’ente superiore deve però intervenire laddove l’ente inferiore non garantisce pienamente il raggiungimento dell’obiettivo sociale, neppure se sostenuto. Ed è questa eventualità implicita nel principio ad essere interessante, perché lo si utilizza, il principio, ma, quando serve, e serve spesso, lo si ribalta. Va da sé che per ente in questa definizione non si intende solo quello pubblico, ma anche tutte le entità che pubbliche non sono, associative e imprenditoriali o l’uno e l’altro. Ma il principio di sussidiarietà può al contrario applicarsi anche a due enti pubblici, per esempio Comune e Regione o Regione e Stato centrale. Il riordino degli enti locali, che faticosamente il governo italiano sta provando a mettere in atto, dovrebbe rendere più efficiente questo rapporto abolendo i doppioni e partendo dal basso. Ci sono terreni d’intervento e problemi diversi a seconda delle scale territoriali. Il lampione, il marciapiede, l’aiuola li può curare e amministrare il Comune interno a una Città Metropolitana, e lo stesso Comune invece non potrebbe mai curare efficientemente la viabilità e il piano del traffico, da demandare totalmente all’ente superiore Città Metropolitana. E così via.

Il terreno quanto mai delicato è quello nel quale alcuni settori che dovrebbero garantire diritti costituzionali sono in larga parte gestiti quasi del tutto dal settore economico privato; e penso alla residenza, all’accesso ai beni di prima necessità attraverso il commercio, penso al lavoro e alla cultura stessa, che mi pare bene primario. In una società aperta la sussidiarietà dal basso, intendendosi per il basso il privato inteso come impresa individuale, è la norma e il nostro assetto istituzionale in via preliminare assegna un valore positivo alla dinamica della libera concorrenza, addirittura un valore sociale. Ma proprio per questo la tutela del pubblico, pronto a subentrare, innesca il senso contrario della sussidiarietà; che deve prevedere l’intervento dall’alto tutte le volte che il diritto di base non è garantito dal basso e per basso, con qualche forzatura, s’intende appunto il privato.

 

Residenza

Sulla residenza il concetto è semplice. Se ne occupa l’ente pubblico dove e quando il mercato non garantisce a tutti i cittadini una casa a prezzi abbordabili nei luoghi della città o del comune dove il cittadino vuole e, volendolo ne ha diritto, a risiedere. Sappiamo che questo intervento pubblico non riesce a coprire tutto. Da molto tempo c’è in Italia una vasta gamma di forme di edilizia convenzionata e popolare, ma il discorso va allargato ai ceti sociali medi e ai centri storici delle città, coperti con difficoltà dall’intervento diretto assistito. E qui con le diverse forme del cosiddetto “social housing” l’ente pubblico potrebbero supportare una politica della residenza in modo indiretto. Se ne dovrà riparlare.

 

Commercio per beni di prima necessità

Nel commercio, come ben si sa, negozi di vicinato, ma anche librerie e molto altro di ‘prima necessità’ ( e la cultura come ‘bene’ può anche rientrarci), scompaiono e chiudono, si pensi solo a Venezia e a Mestre, ma certo non solo a loro; dal ‘basso’, per le dinamiche del mercato in tempo di crisi, il compito non si svolge bene o non si svolge affatto e anche qui la sussidiarietà dall’alto potrebbe molto e potrebbe mettersi in gioco. E’ un settore, questo del commercio, dove si fa fatica a immaginare l’intervento pubblico diretto. E invece bisognerebbe anche immaginarselo. Siccome interessa molto la politica comunale, mi sentirei di suggerire a chi si candida a sindaco di Venezia di prendere in mano questa questione. Partirei da un’analisi accurata zona per zona del maggiore o minore soddisfacimento della domanda da parte del commercio privato su certi beni di base ( e non sulla tutela di chi offre, il commerciante, che in assenza di una domanda, se continuasse ad essere tutelato, sarebbe un semplice assistito). Dove la domanda non è soddisfatta dal commercio tradizionale in una certa zona che risulta carente e sprovvista di una rete di negozi chiamiamoli di base ( ma anche un bar può rientrarci) il pubblico potrebbe supplire. Non lo fa già con le farmacie comunali, di solito presenti dove non ce ne sono di private? Bene, lo si può fare anche per un bar ( che, non ci si pensa mai, è anche un presidio sul territorio), un panettiere, una libreria, una pescheria o direttamente o, cosa forse più fattibile, indirettamente detassando e agevolando e inducendo al mantenimento di quel che c’è o all’apertura di qualcosa che manca. In quest’ultimo caso del sostegno indiretto si è pienamente nella definizione di sussidiarietà da cui si era partiti (“…ma può ( lo Stato), eventualmente, sostenerne l’azione”)

 

Lavoro

Sul lavoro c’è poco da fare. Quando manca perché le imprese sono in difficoltà e il lavoro non lo possono  offrire, il diritto negato, per esempio con un licenziamento, può essere solo surrogato da interventi postumi dello Stato che ammortizzino socialmente il danno, vale a dire le ormai consuete mobilità, casse integrazioni e strumenti del genere le cui efficienze per altro sono state con buone ragioni spesso criticate perché non bastanti. Né la sussidiarietà dall’alto può scattare, come in teoria dovrebbe, attraverso assunzioni dirette dello Stato anche in assenza di relae necessità di tali assunzioni, perché s’è visto poi l’effetto disastroso sulle casse pubbliche, oltrechè l’inefficienza assicurata. La politica della prima Repubblica applicava alla grande questo sistema e negli enti pubblici del nostro paese nel meridione lo si è continuato ad applicare fino ad oggi. No, in questo campo la sussidiarietà dello Stato scatta solo con la politica sul lavoro e qui, certo, ci si può dividere politicamente, come ben si è visto nel caso delle recenti ultime scelte governative in materia. Se tuttavia si accetta la scommessa della flessibilità come grimaldello per sbloccare l’assenza di lavoro nel privato, va detto che una copertura e una tutela che come contropartita lo Stato deve mettere in atto è il reddito minimo garantito. Non c’è ancora in Italia, neppure all’orizzonte e c’è invece in molti paesi, per esempio nella cugina Francia.

 

Cultura

Certa produzione e diffusione culturale è di per sé un terreno che deve partire dal basso perché le molteplici forme di arte sono per definizione individuali o al massimo associative di piccolo gruppo. Si sa che lo Stato interviene e a volte è intervenuto troppo; su questo terreno è lecito avanzare dei dubbi sul fatto che le creatività artistica debba essere supportata e assistita, pena svilirne il significato. Semmai il discorso si può spostare sui sistemi di diffusione. Qui a Venezia l’esempio più calzante si ha e si è avuto con il Circuito Cinema del Comune. Vent’anni fa i cinema privati a Venezia centro storico rischiavano di sparire del tutto. Il Circuito Cinema è intervenuto a supplire ciò che il privato non poteva garantire e c’è riuscito pienamente. Tra i sistemi di diffusione c’è anche la libreria. Perché non fare altrettanto? Siamo nella casistica del commercio, ma l’esempio del Circuito Cinema vale lo stesso: si può imitare.

 

Sanità

Sanità e istruzione sono invece in Italia in capo al settore pubblico. Alcuni dicono sin troppo. In realtà qui il discorso è molto diverso. A ben vedere nella sanità un certo principio di sussidiarietà in Italia c’è, se è vero che se ne occupano le Regioni e non lo Stato centrale. A parte le diffuse situazioni di mala sanità, nel nord Italia il sistema regionale ( In Emilia e in Veneto per esempio) sembra funzionare bene. In Lombardia la Regione è stata guidata a lungo da un Ciellino, Formigoni ( e Cielle ha sempre dato alla sussidiarietà, a modo suo, un valore ideologico fortissimo ), e lì si sono date troppe concessioni alle cliniche private convenzionate ( sarebbero il classico ‘ basso’ del principio) e l’efficienza sanitaria è stata messa in molti casi a rischio. La sanità dal basso può starci, ma in misura moderata, come integrazione di un servizio pubblico diffuso e solido. Nel Veneto, pur essendo regione di matrice cattolica, la presenza privata c’è, ma moderata e non massiccia.

 

Istruzione

Sull’istruzione invece il discorso nel nostro paese sembra essere chiuso per la sussidiarietà. L’Istruzione dal ‘basso’ libera e privata è un di più ampiamente concesso, ma non può surrogare lo Stato che deve coprirne e garantirne il 100%. Quella dal ‘ basso’ può lavorare , ma costituzionalmente “ senza oneri per lo Stato”(art.33). Infatti lo Stato dove l’istruzione non è obbligo ( 6-19 anni ) lascia anche coprire al privato il settore educazione e istruzione, e in alcuni casi lo concede ampiamente, soprattutto per l’infanzia, ma anche per le Università; e, se del caso, “sussidiariamente”, ne sostiene economicamente l’azione. Dove la scuola è invece dell’obbligo non lo può fare perché sarebbe caricato di quell’onere che lo Stato non può e non deve, per legge costituzionale, sostenere. E se ne capisce il motivo: istruire è un’azione troppo importante e delicata per essere assegnata in modo sostitutivo ad un corpo sociale parziale e autoreferenziale come una scuola privata, necessariamente di parte per la sua stessa natura. E in certe discipline, soprattutto umanistiche, va garantita imparzialità e oggettività del sapere da trasmettere. In definitiva in questo caso, e rifacendomi sempre al principio di sussidiarietà e alla definizione da cui si è partiti, l’ente inferiore, nella fattispece la scuola privata, “non è capace di svolgere bene il compito sociale” per la sua stessa natura per definizione parziale. Più che altro non è in grado di svolgere compiutamente il compito sociale, anche se magari lo svolge bene.

Dopodichè bisogna vedere che cosa vuol dire ‘onere’. Se in modo indiretto e in misura estremamente limitata l’istruzione privata riceve qualche sostegno, la bassa entità di questo potrebbe essere tale da non potersi ritenere un”onere” da sostenere. Per esempio il discrimine con cui valutare la riforma della Scuola proposta dal governo italiano dovrebbe essere questo per ciò che attiene ai finanziamenti ai privati che la riforma contempla.

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.