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Lascia a dir poco perplessi la recente pronuncia del TAR del Lazio che ha accolto il ricorso di alcune coppie omosessuali contro l’annullamento della trascrizione del loro matrimonio nell’anagrafe del Comune di Roma. Premetto subito che non è rilevante il merito della questione (peraltro sono assolutamente a favore del diritto dei gay a sposarsi http://www.luminosigiorni.it/2012/07/coppie-di-fatto-e-matrimoni-gay/) bensì a lasciare basiti è la forma, più che mai “sostanza” in questo caso.

In sintesi, i fatti: 1) alcune coppie omosessuali, approfittando delle disposizioni legislative di altri Paesi si sposano all’estero; 2) tornate in Italia, chiedono la trascrizione nel registro delle Unioni Civili dell’atto 3) molti Sindaci (tra i quali il Sindaco di Roma Marino) procedono a detta trascrizione 4) il Ministro Alfano, con apposita Circolare, ordina ai Prefetti di annullare le trascrizioni perché non conformi alle nostre leggi, che non prevedono matrimoni tra individui dello stesso sesso 5) alcuni interessati fanno ricorso al TAR 6) questo da loro ragione e quindi i matrimoni rimangono trascritti all’anagrafe.

Giustizia?

Giustizia?

Ma attenzione: il TAR del Lazio nel motivare la sentenza non dice che Alfano ha torto e che i matrimoni tra persone dello stesso sesso sono ammessi dalla legge italiana. Anzi, conferma che sono proprio una fattispecie non prevista e si pronuncia per l’intrascrivibilità degli atti di matrimonio perché inidonei a produrre qualsiasi effetto giuridico. In altre parole i Sindaci hanno fatto qualcosa che proprio non dovevano fare. Tuttavia, argomenta sempre il TAR, la materia di stato civile è una esclusiva prerogativa dell’Autorità Giudiziaria e non dell’Amministrazione Statale. Quindi l’annullamento richiesto dai Prefetti non si attua perché questi non dispongono di poteri in materia.

Ricapitolando: lo Stato conferma che degli atti non devono stare nei registri comunali, constata che sono stati tolti ma ordina di rimetterceli perché chi li ha tolti non aveva il potere formale di farlo.

La vicenda induce a due desolate considerazioni.

La prima, ovvia, riguarda la schizofrenia dello Stato, inteso nella sua globalità, che “non va d’accordo con sé stesso”. Proprio nella Patria del Diritto, lo Stato nelle sue diverse articolazioni si autocontraddice. Assai triste constatazione.

Ma ve n’è una seconda, se possibile ancora peggiore: atteso che i Prefetti non avevano titolo per agire, il buon senso direbbe che, visto che è stato acclarato che la trascrizione degli atti era illegittima, ci sarà un Procuratore della Repubblica che procederà di ufficio a disporre la loro cancellazione immediata. Ebbene no: lo potrebbero fare ma nessuno lo ha fatto (finora) e gli atti restano sui registri, pur essendo intrascrivibili e di nessun effetto giuridico. E questo la dice lunga sulla mentalità di questo Paese, della sua intolleranza per regole chiare e definite. Siamo fermi all’Italia di Azzeccagarbugli e delle grida manzoniane. Una pletora di leggi, sovente inutilmente vessatorie, che vengono applicate in modo arbitrario e/o casuale. Un Paese in cui puoi costruire un piano di casa abusivo e farla franca ma ti può capitare una denuncia penale se sposti una grondaia senza il permesso della Paesaggistica e il vicino dispettoso fa la spia. Dove Galan patteggia la pena (e quindi ammette il reato) ma resta Presidente di Commissione Cultura alla Camera perché nessuno ha titolo di dimetterlo. Insomma, siamo il Paese dell’atto compiuto, dell’acquisizione dei diritti per usucapione, dello discrezionalità nell’applicazione (e quindi del rispetto) delle regole. Un Paese per i furbi (che hanno ottime probabilità di farla franca) e per i rompiballe cronici (che, volendo, troveranno sempre una leggina per rompere le scatole al prossimo).

Non bastasse, la vicenda è stata salutata da molti commentatori di area liberal con insensati peana, quasi che fosse un trionfo della libertà e dei diritti individuali, che nella fattispecie non c’entrano niente. E, salvo poche meritorie eccezioni, non cogliendo le implicazioni negative della vicenda. A riprova che Azzeccagarbugli è ancora ben vegeto nella “pancia” del Paese.

Nato a Venezia, vi ha sempre risieduto. Sposato con una veneziana, ha due figli gemelli. Ingegnere elettrotecnico, all’Enel dal 1987, è stato Responsabile della Zona di Venezia. Attualmente lavora come International Business Development Manager, sempre per l’Enel, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. È stato presidente del Comitato Venezia Città Metropolitana.