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Leggo sulla Repubblica del 1 febbraio un articolo molto interessante sui primi scricchiolii della cosiddetta sharing economy. Giganti come Uber e Airbnd hanno incredibilmente levitato il fatturato, hanno un altissimo enterprice value teorico (perché non quotate in Borsa) eppure sono.. in perdita.

Situazione apparentemente paradossale, che naturalmente potrà evolversi anche in modo positivo, ma potrebbe anche essere strutturale.

Ma cos’è la sharing economy? È un modello economico basato sulla condivisione di beni (e servizi connessi a questi). Beni sia tangibili come l’auto e la casa sia intangibili come il tempo libero. Parte dall’assunto che ogni bene inutilizzato è sprecato e che quindi ne vada massimizzato l’accesso anche a chi non lo possiede. Mentre sei in ufficio la tua macchina giace inerte nel parcheggio? Ecco che la puoi prestare a un terzo che la usa per andare a fare le spese al supermercato. Lasci casa per andare in vacanza? La presti a chi nello stesso periodo viene in vacanza nella tua città. Ti piace cucinare? Perché allora non accogliere turisti a casa e consentire loro di immergersi nella tradizione culinaria locale… il tutto ovviamente a fronte di un modesto riconoscimento economico. Risultato: la gente può godere di servizi a prezzo contenuto che per i canali tradizionali non si sarebbe potuta permettere ed i fornitori di questi servizi si fanno un franco. Il tutto come condizione preliminare la fiducia e la condivisione (e qui la possibilità della Rete di creare communities di persone unite da esigenze complementari è ovviamente fondamentale).

Il fondamento della sharing economy: I need, you have

Il fondamento della sharing economy: I need, you have

Tutto bene dunque? Andrebbe tutto bene se appunto il processo descritto si fosse limitato allo spirito con cui è nato, cioè piccoli vantaggi, nessuna formalità burocratica (niente tasse..), attività ancillari rispetto a quella principale. Ma, per la irreprimibile tendenza dell’uomo a massimizzare i vantaggi di una certa situazione, il successo dell’idea è stato tale da snaturarla. Visto che la cosa funziona, visto che si fanno bei soldini, visto che non si pagano tasse, perché allora limitarsi a prestare la macchina e non mettere a disposizione per tutto il giorno un parco macchine? Perché invece di aspettare di andare in vacanza, non affittare tutto l’anno l’appartamento della buonanima della nonna rimasto vuoto? E poi un altro? E poi gestire quello anche del vicino di casa? E perché non una decina o più? E se i turisti apprezzano così tanto la mia cucina, visto che l’appetito vien mangiando (appunto..) non farne un’attività fissa e principale?

Insomma, il sistema è cresciuto al punto tale da costituire una alternativa parallela, del tutto deregolamentata, tendenzialmente esentasse, a chi opera nei vari settori in modo tradizionale. Una concorrenza vera e propria e, va da sé, una concorrenza sleale. Perché il tassista che si è pagato la licenza a peso d’oro, l’albergatore, o anche il gestore di un B&B ufficiale, il ristoratore, tutta gente che ha costi operativi rilevantissimi, infiniti adempimenti burocratici, che paga le tasse e le varie imposte… più di qualche ragione di incazzarsi ce l’hanno.airbnb

E sono scattate le contromisure. Limitando l’analisi alle affittanze turistiche, preso atto che la casa condivisa occasionalmente è ormai una favola, in molte città hanno cominciato a mettere dei paletti. A Londra d’ora in poi non si potrà affittare a turisti per più di 90 giorni all’anno. A Parigi non più di 120. A New York e S. Francisco ogni proprietario non può affittare più di un appartamento (scelta a mio parere più logica). A Barcellona la alcadesa Ada Colau ha dichiarato guerra a Airbnb. E si sta spostando sempre più sulla piattaforma (che finora si è sempre “nascosta” dietro ai proprietari di casa) la responsabilità verso la municipalità del regolare pagamento delle tasse ed il rispetto delle limitazioni sopra descritte. Insomma Airbnb è diventata adulta e sta per doversene assumere gli oneri e quindi perdere il vantaggio competitivo che le ha consentito appunto di crescere. Il futuro dirà come va a finire.

Un commento infine sulla situazione locale. Non sarà sfuggito che le norme limitative descritte sono relative a città estere.. In Italia tentativi di limitazione di queste attività si sono per esempio attuate nella Regione Toscana, dove si pone un tetto “dimensionale” alla locazione turistica in forma non imprenditoriale. A Venezia, dove l’esplosione della locazione turistica costituisce un pericolo mortale per la residenzialità, si parla molto di misure simili ma non si è fatto nulla. Molte le proposte sul tavolo (anche della Municipalità di Venezia). Io personalmente trovo poco produttivo imporre un numero di giorni massimo all’anno, meglio piuttosto limitare ad uno gli appartamenti locabili, alla maniera di New York. Sta di fatto che va fatto qualcosa, a partire dalla lotta all’evasione totale.

L'Assessore De Martin

L’Assessore De Martin

Su questo ultimo punto l’Amministrazione sembra oggettivamente più attiva di quelle che l’hanno preceduta. Sul tema generale del depauperamento della residenza invece siamo alla notte fonda. Il tema sembra proprio non essere nelle corde di Brugnaro. Che al contrario sembra tenere molto ad incrementare anziché limitare il turismo, tema questo fortemente connesso alla residenzialità in centro storico. Quindi, apertura di alberghi a tutto spiano perché secondo dell’assessore all’urbanistica De Martin “realtà produttive alternative non ne abbiamo. L’economia si basa sul turismo ricettivo” (Gazzettino, 9 febbraio).

Tema davvero critico, sicuramente quello dove l’Amministrazione Brugnaro è più insufficiente.

Nato a Venezia, vi ha sempre risieduto. Sposato con una veneziana, ha due figli gemelli. Ingegnere elettrotecnico, all’Enel dal 1987, è stato Responsabile della Zona di Venezia. Attualmente lavora come International Business Development Manager, sempre per l’Enel, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. È stato presidente del Comitato Venezia Città Metropolitana ed è collaboratore della rivista Esodo.