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E’ stato da poco pubblicato, per i tipi dell’editrice Leonida, il nuovo libro di Annalisa Martino (il secondo, dopo il romanzo “Criada”), dal titolo “A due voci”. Una sua peculiarità, accanto alla scrittura fluida e accattivante, è che i fatti di ordinaria vita (quasi ordinaria) qui narrati, sono registrati da un duplice punto di vista: i medesimi avvenimenti sono raccontati con due sguardi differenti.

Dunque, c’è un Andrea, un adolescente in odore di “maturità”. E c’è un’Aurora, la madre del ragazzo, che ci appare subito una cinquantenne di molto assennata; assennata finché si tratta di esercitare la propria professione di psicologa. Un po’ meno equilibrata quando il suo ruolo di madre la porta a misurarsi con le proprie ansie circa la salute del figlio e i pericoli (presunti o probabili) che egli corre. Ma per fortuna c’è anche il marito, Riccardo, medico ospedaliero, che sa contenere tali ansie, sa tenere a bada e ridimensionare, con la calma e il  buon senso, i repentini spaventi della moglie.

Riccardo, però, non parla: non dice quasi niente, nel corso del romanzo, se non qualche battuta qua e là. Quello che lui fa, che lui pensa, e gran parte di ciò che egli dice, sono gli anzidetti  due personaggi a riferircelo: Andrea e Aurora sono, infatti, i due protagonisti narranti del racconto, e la narrazione si dipana, alternativamente, attraverso le parole dell’uno o dell’altra: attraverso, appunto, due voci.

Fino ad un certo momento della storia, il nucleo di questi avvenimenti è dato semplicemente dall’insieme delle cose che Andrea va facendo coi suoi pari, lontano dalle mura domestiche: in definitiva, niente di diverso dalla  solita gamma delle esperienze moderatamente trasgressive, azzardate da un adolescente per “emanciparsi” dalla tutela dei genitori. Dall’altro lato abbiamo la solita gamma delle apprensioni materne, quelle di Aurora, e dei suoi rammarichi perché non ha più un bambino che sia tale: non più facilmente abbracciabile e coccolabile. E fin qui niente di nuovo sotto il sole.

Vale però la pena di segnalare subito che tutto questo è narrato con straordinaria e naturale capacità mimetica, ossia con la capacità, da parte dell’autrice, di calarsi non solo nei panni della cinquantenne e responsabile Aurora, ma anche, egualmente, nei panni, nella testa e nel cuore di Andrea (adolescente e maschio, si badi): e ciò, ben al di là del gergo giovanile e dello slang, sta nella capacità della scrittrice di calarsi nelle paure del ragazzo, nei suoi pensieri, negli entusiasmi, nelle felicità-infelicità, nella maturità-immaturità di  un giovane che cresce e che cambia.

Ma in questa storia qualunque, in questa ordinaria storia familiare dei giorni nostri, nella quale almeno in parte un po’ tutti possono riconoscersi, non mancano i colpi di scena. Il più importante (ma non l’unico) che viene a intaccare un ménage familiare più o meno normale, fa irruzione verso la metà del racconto. E’ un colpo di scena, si badi, di normale amministrazione, del genere di quelli che la vita può riservare alle migliori famiglie: una separazione coniugale dovuta, in prima battuta, a ragioni abbastanza scontate.

Ed ora, affinché questa presentazione non si trasformi in un melenso panegirico, veniamo alle critiche. La principale delle quali riguarda il fatto che ad uno dei “lui” del triangolo familiare, a Riccardo, cioè al marito della protagonista narrante, l’autrice non dà voce, se non indirettamente, per le azioni che egli compie, per i suoi pensieri e per gran parte delle sue parole, ma solo le parole e lo sguardo degli altri due personaggi narranti.

E il lettore, di fronte a questo, si ribella un po’: perché mai togliere a Riccardo il diritto di parola? Perché non farci conoscere direttamente anche la versione dei fatti del terzo personaggio cruciale? E dunque richiediamo che l’autrice ci fornisca un’appendice integrativa, una ulteriore “deposizione” anche di questo “teste”.

Ma poi, tutto sommato, anche tale “lacuna”, certo voluta dalla scrittrice, si ribalta nel suo contrario e finisce per sortire un buon effetto narrativo: contribuisce a tenere il lettore incollato alle pagine del libro fino all’ultima riga. Alle pagine di un libro che si legge tutto d’un fiato.

 

Nato a Napoli nel 1953, vive e lavora da quarant’anni a Milano. Insegna lettere nella scuola superiore. Ha collaborato con agenzie pubblicitarie, con società di ricerche di mercato e con numerose testate specializzate in management, packaging, marketing, edilizia, arredamento. Ha pubblicato con la Mondadori alcuni testi scolastici e di recente una raccolta di brevi saggi di costume dal titolo “La bussola del dubbio”.