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Ora che dopo il voto in Olanda e Francia il vento anti europeo sembra essersi attenuato è un recente sondaggio europeo a destare interesse.

A leggere infatti i risultati del sondaggio realizzato da YouGov per la Fondazione Tui, più della metà dei giovani tra i 16 e i 26 anni voterebbe per restare nell’Unione Europea e nell’Eurozona, mentre il 76% non è soddisfatto del governo e addirittura non ritiene la democrazia la miglior forma di stato.

A giudicare quindi dai dati ottenuti, l’Unione Europea e insieme ad essa l’Euro rappresentano per una parte significativa dei giovani italiani due irrinunciabili punti fermi.

Se questo dato è incoraggiante, legittimo è chiedersi cosa l’Italia stia facendo per consolidare la sua posizione all’interno dell’Unione anche al fine di non tradire tutte queste aspettative.

Ad oggi la Commissione Europea purtroppo segnala, nelle sue previsioni di primavera, che in Italia è in atto solo una modesta ripresa.

Il Pil italiano dovrebbe crescere poco meno dell’1% nel 2017 e poco più della stessa percentuale nel 2018.

Accanto a queste previsioni, di non trascurabile impatto per le finanze italiane potrebbe essere la possibile riduzione sugli acquisti di titoli di stato che la Banca Centrale Europea ha compiuto dal 2015.

La fine di questo programma per l’Italia potrebbe avere ricadute significative, sia per quanto riguarda l’aggravarsi del debito pubblico che alla fine del 2017 potrebbe salire al 133% del Pil, sia perché diventerà molto difficile attuare ulteriori politiche espansive necessarie per stimolare la crescita.

Sul piano economico, per non disattendere le speranze emerse dal sondaggio citato all’inizio e per non perdere peso all’interno dell’Unione Europea, l’Italia dovrà predisporre un piano per essere pronta ad affrontare la possibile cessazione degli stimoli provenienti dalla BCE ed e’ questo, uno dei temi principali su cui dovrebbe incentrarsi la prossima campagna elettorale visto e considerato che anche in Italia, dopo Olanda, Francia e Germania presto si andrà a votare.

Se lo stato dei conti pubblici, sarà determinante per capire che ruolo avrà l’Italia all’interno dell’Unione Europea, non meno lo sarà il tema della sua crescita demografica.

Infatti, quale ruolo e quale peso politico potrà avere un paese nel quale le previsioni demografiche Istat indicano che nel 2065 potrebbero esserci 7 milioni di abitanti in meno rispetto ai 60 milioni di oggi e nel quale l’età media potrebbe salire a 50 anni?

Il tema della crescita demografica è davvero cruciale se si pensa a tutte le implicazioni che esso ha per lo sviluppo di un paese che potrebbe dover affrontare questioni quali: minori risorse per il welfare, la presenza nei settori del lavoro di lavoratori più anziani, quindi da un lato più esperti ma dall’altro meno produttivi, meno consumi e più spese per servizi di cura dovendo però tenere conto di un sistema previdenziale che verosimilmente potrebbe essere già abbastanza sotto pressione.

Il peso dell’Italia all’interno dell’Europa sarà determinato anche da questo tema, se è vero come ha scritto sul New York Times l’economista Ruchir Sharma che: “la crescita ha più a che fare con la popolazione, con nascite e immigrati che con Google e Stanford.”

Se il riordino dei conti pubblici passa necessariamente dalla predisposizione di un serio programma di gestione delle finanze pubbliche, il tema demografico chiama in causa la necessità di predisporre un piano di sostegno ai giovani che implichi far diventare premiante la nascita di figli e in cui l’educazione sia accessibile e di qualità per fare in modo che giovani di altri paesi europei e non solo, possano trovare dei vantaggi nell’idea di trasferirsi in Italia.

L’assenza di questi temi dall’agenda politica italiana dovrebbe preoccupare, perché continuare a trascurare questi temi significa da un lato continuare a perdere peso e centralità all’interno dell’Unione Europea e dall’altro correre il rischio che il 24 per cento dei giovani del sondaggio già citato che preferirebbero degli esperti non eletti democraticamente, o quel 19 per cento che ritiene sia meglio far governare una persona o un partito senza alcun controllo parlamentare, prima o poi possano diventare molti di più.

Nasce a Bassano del Grappa nel 1980, cresce a Venezia e si laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Ferrara con una tesi in Diritto Costituzionale seguita da Roberto Bin e Giuditta Brunelli. Nel corso dell’Università studia materie giuridiche presso la facoltà di legge del King’s College di Londra.
Nel 2007 consegue il Master in Istituzioni parlamentari europee e storia costituzionale, diretto da Fulco Lanchester presso l’Università “La Sapienza” di Roma, con una tesi finale su: Elezioni primarie tra esperimenti e realtà consolidate seguita da Stefano Ceccanti.
Oggi vive a Milano dove lavora come avvocato.