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Prima o poi, quando arriva una crisi, torna imperioso il ricordo dei bei tempi antichi.

Capita spesso di guardare vecchie foto di Venezia, esteticamente spesso bellissime, ma quasi sempre impregnate di un’atmosfera di grande povertà.

Chissà forse non erano poi tempi così dorati e l’esodo, che inizia a cavallo degli anni ‘50/’60, testimonia le difficoltà che permeavano una città davvero sì popolosa e popolata, ma che viveva una situazione di sovraffollamento in condizioni igienico-ambientali degradate in particolare nelle sue parti più “periferiche” e più trascurate.

Certo che l’esodo nel corso degli anni, fino ad oggi, ha assunto proporzioni bibliche ma i fattori che hanno concorso sono molteplici e spesso imposti dalle leggi del mercato, ma anche dai cambiamenti socio-economici contro i quali è difficile, se non impossibile, andare: cercare di governarne le spinte, di mitigarne le forzature, di regolarne le pulsioni. Questo è compito della politica. Non delle utopie.

E allora è venuto da curiosare su un’altra questioncina: riesumando l’elenco dei Sindaci eletti (dal dopoguerra ad oggi) si verifica che 11 erano veneziani-veneziani, 1 “foresto” (di Trapani), 2 della provincia, fra cui l’attuale, e per altri 2 la provenienza non è stato possibile identificarla pur facendo qualche ricerca veloce anche se non archivistica.

Visto che secondo gli amici della separazione (fronte venezio-centrico) il disastro di Venezia è in gran parte dovuto al non essere governata da veri e veraci Veneziani, qualcosa non quadra.

E la maggioranza dei Sindaci, indipendentemente dalla nascita, pure ci abitava e girava per le calli dove lo si poteva incontrare e spesso anche parlarci; quindi dire che la separazione porterà finalmente a fare il sindaco un veneziano che potrà rendere personalmente conto alla gente in modo diretto, come è stato scritto, è una banalità antistorica e strumentale.

Certo non è l’argomento principe dei separatisti, ma non è nemmeno trascurabile la presa che una proposizione del genere esercita nell’immaginario collettivo di quelli che si sono apprestati a porre le loro firme sotto la richiesta referendario-separatista.

Perché poi il tema del rapporto fra Referendum e Democrazia rappresentativa bisognerà pure porselo. Se non si vuole andare verso la banalizzazione di un istituto chiave nel rapporto fra cittadini e politica.

Il referendum senza dubbi rappresenta un’eccezione all’interno di un quadro democratico che da parecchi secoli ha visto per lo più l’affermarsi di un tipo di democrazia – quella rappresentativa – diametralmente opposta a quella diretta.

Ci siamo abituati cioè ad un tipo di sovranità popolare indiretta che consiste nel delegare il potere a dei rappresentanti, selezionati attraverso il voto, che hanno il compito principale di difendere gli interessi di coloro che li hanno eletti.

I sostenitori della bontà e dell’utilità del referendum sostengono invece che vi siano materie che debbano necessariamente essere sottoposte al vaglio dei cittadini nonostante questi abbiano già scelto i loro rappresentanti presso l’assemblea legislativa.

Negli ultimi anni inoltre, a fronte di un netto calo della fiducia dei cittadini nei confronti dei loro rappresentanti presso le istituzioni, si è sempre più diffusa la tendenza ad utilizzare il referendum per recuperare l’appoggio degli elettori andato perso, superare le divisioni all’interno dei partiti o più semplicemente per ottenere un giudizio “di metà mandato” della qualità dell’amministrazione governativa. Basti pensare alla Brexit nel Regno Unito o più recentemente alla bocciatura dell’accordo fra il governo colombiano e le FARC in America Latina.

Le vicende politiche internazionali degli ultimi mesi infine ci insegnano che strumentalizzare questo istituto di democrazia diretta per recuperare consensi non è la strada migliore da seguire, soprattutto quando la partecipazione politica si sta riducendo sempre di più.

Per riportare le cose alle questioni più vicine a noi  – preso atto che i fronti separatisti di acqua e di terra questa volta si sono alleati in quella che assomiglia sempre più a una “Guerra Santa” – non è molto sensato continuare a riproporre sempre lo stesso tema separatista che è già stato bocciato in 4 precedenti occasioni – con motivazioni ben fondate e che non hanno mai perso la loro validità – sperando di ribaltare il risultato in virtù di una disaffezione alla partecipazione – quasi un “vediamo chi si stanca prima” – facendo valere come un vessillo il “lasciamo che siano i cittadini ad esprimersi”, perché allora si mette in discussione tutto l’impianto di cui sopra.

Ma c’è un di più che non si può ignorare e che costituisce un vulnus inderogabile: questo Referendum non ha le basi giuridiche per effettuarsi e di conseguenza inficia definitivamente anche questo appello populista alla partecipazione pur che sia.

Non è un caso che la Regione Veneto non l’abbia ancora né definitivamente adottato né promulgato, anche se ne ha sancito un parere di meritevolezza, tutto politico, proto-leghista, in sintonia con quell’altro obbrobrio del Referendum sull’Autonomia del Veneto.

Che ci sia qualche vena di resipiscenza o più banalmente la volontà di non rischiare una figuraccia giuridico amministrativa di fronte all’opposizione circostanziata di Città Metropolitana, del Comune di Venezia e financo del Governo? E’ una domanda che rimane sospesa fino alla prossima puntata.

Responsabilità e democrazia non sono due variabili indipendenti: nel rispetto dei cittadini.

 

Veneziano, con i piedi nell’acqua, dalla nascita (1948). Amministratore Delegato di una Joint Venture italo-tedesca di accessori tessili con sede a Torino. Esperienze di pubblico amministratore nei lustri passati. Per lunghissimi anni presidente del Centro Universitario Sportivo di Venezia (CUS Venezia) e ora presidente dell’Associazione VeneziaUnited il Supporters Trust dei tifosi arancioneroverdi.