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Confesso che ho approfondito poco programmi e idee di Macron candidato al ballottaggio delle presidenziali francesi che si celebreranno domenica. Scrivo adesso, riferendomi a lui, senza conoscere il risultato finale perché è una considerazione che prescinde dall’esito. E dico subito che l’atteggiamento e il suo modo di porsi su alcuni temi, l’Europa tra tutti, mi ha suscitato, a pelle, interesse e curiosità. Tutti i commentatori italiani, soprattutto quelli delle due maggiori testate nazionali, hanno fatto a gara, e la rifaranno in caso di sua vittoria, per buttare acqua sul fuoco su un possibile parallelismo con Matteo Renzi e il suo nuovo Partito Democratico, per esorcizzare l’esplicito riconoscersi di Renzi stesso in Macron ed anzi il suo ritenere che sia stato Macron ad essersi ispirato alla sua azione politica e non il contrario: parallelismo inappropriato, dicono questi giornalisti commentatori, che comunque concludono che da noi il modello Macron è improponibile, Renzi se lo tolga dalla testa. Ci si potrebbe dilungare, ma non è il caso, su questa ennesima riprova che la stampa italiana, come un tempo la nomenklatura dalemiana e bersaniana del suo stesso partito, continua a considerare Renzi una sorta di hacker, un corpo estraneo da espellere e gli va contro quando e come può, anche se lo fa sempre con giri di parole e contorsioni, mai in modo diretto, il che è anche peggio. Invece il fatto che la stampa esorcizzi il parallelismo Renzi-Macron è semmai una prova in più che è invece ben fondato. Seppure Macron si è ispirato a Renzi va però detto che al momento ha dei vantaggi in più, non ultimo quello di essere libero dai condizionamenti di un partito storico come accade invece per il PD che continua ad utilizzare per sè la obsoleta partizione sinistra destra, collocandosi inevitabilmente in una delle due parti e con l’altrettanto inevitabile difficoltà di pescare consensi trasversalmente. Cosa che riesce più facile a un movimento del tutto nuovo e realmente trasversale come quello di Macron.

Se c’è infatti un elemento interessante di Macron è proprio questo, quello di aver delineato uno scenario nuovo della dialettica politica che manda definitivamente in soffitta le modalità ereditate dall’ottocento e dal novecento. Se esiste ancora la contrapposizione amico-nemico nella politica essa va rifondata su altre basi. Dice quindi Macron del suo movimento: “non siamo né di destra, né di sinistra, perché sono categorie superate, e di conseguenza non siamo di centro, perché se sono superate le prime due, anche il centro non esiste più. Noi siamo invece centrali”. E’ su quel ‘centrali’ che vorrei soffermarmi, perché c’è un intuizione che spariglia realmente. In pratica Macron dice: noi ci facciamo carico degli interessi generali e collettivi della nazione, per questo siamo centrali. Al patriottismo vandeiano, sovranista e regressivo della Le Pen, lui contrappone il patriottismo degli interessi generali della nazione, di cui, guardando avanti e non solo la punta del naso, anche l’Europa fa parte. E qui viene buona un’applicazione alla situazione italiana anche se certamente resa più difficile in Italia da una situazione tripartita e in assenza di ballottaggio nella legge elettorale, tutte cose che in Francia non ci sono. Eppure quell’essere centrali e nel contempo nazionali ed europeisti assomiglia non poco alla possibile ulteriore evoluzione del Partito Democratico in Partito  democratico e nazionale, con la stessa ambizione all’essere centrali e farsi carico di un governo che copra con larghezza di consensi i reali interessi generali della nazione, così come sono delineati nella loro interezza e complementarietà nella carta costituzionale.

Circa questa dimensione Nazionale che il PD dovrebbe avere l’ambizione di assumere (è in pratica la traduzione dell’“essere centrali” di Macron) già molti mesi fa quando si delineava, anche nella terminologia di ‘partito della nazione’, diventava elemento di scontro in prima battuta con le componenti interne e argomento su cui ancora una volta i commentatori si cimentavano per farne le pulci, le analisi del sangue, in una ridda di ‘ma’ e di ‘però’. Naturalmente, equivocando volutamente, riducendo la formula ad un progetto di ‘centro’ allargato o di alleanze con la destra berlusconiana, cosa che peraltro continua a rimbalzare anche in questi giorni.

Se invece si lascia perdere questa ‘riduzione’ attribuita da altri e si pensa a un profilo alto del Partito nello stesso tempo Democratico e Nazionale, qual è e dov’è lo scandalo nel pensarsi con questa dimensione ampia? E’ inappropriato per un partito che si definisce tout court semplicemente Democratico (senza altri aggettivi essendo questo autosufficiente) ambire a rappresentare la stragrande maggioranza dei cittadini e i loro interessi comuni? Se La Carta Costituzionale è la carta di tutti i cittadini e un Partito ambisce a rappresentarla nella sua interezza è o non è un Partito della Nazione? E’o non è un Partito ‘centrale’ della Nazione? La strada è lunga ma il percorso e il possibile esito può essere questo. Da questa posizione e con questa nuova fisionomia, se vi riuscirà, il PD potrà mettersi alla prova per durare nel tempo e svolgere un ruolo egemonico di pacificazione e di coesione nazionale. L’egemonia politica è, come si sa, categoria ben delineata da tempo da Antonio Gramsci; con la differenza che inevitabilmente nel ‘900 lui la faceva partire da una parte politica ben definita e identificata verso tutto il resto del corpo sociale, per quanto ciò fosse possibile. Mentre questa nuova egemonia dovrebbe partire da un’assunzione di responsabilità che già in partenza supera le parzialità partitiche e si presenta come garante complessivo degli interessi generali. Per far ciò ci sarà bisogno già da subito di una leadership empatica, inclusiva e non divisiva, anche sul piano delle relazioni con gli altri e della comunicazione. Matteo Renzi dovrà perciò presto imparare la lezione perché l’empatia, l’inclusività, la non divisività non gli sono proprio congeniali, anche nel linguaggio parlato e nella mimica gestuale, che oggi contano e molto; dovrà impararla, pena il fallimento suo e, ciò che più conta, del grande e ambizioso progetto che ho cercato di delineare.

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.
  • Luigi Marchetti

    Tendere alla coesione nazionale, con una leadership inclusiva. Un progetto affascinante, che comporta scalare montagne e attraversare oceani. Comunque, il nostro (pluralis modestiae) infinitesimo contributo lo stiamo già dando……