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E’ dura, veramente dura di questi tempi continuare a mantenere una qualche passione per la politica attiva, anche solo d’opinione come nel mio caso. La voglia di mandare tutto a remengo ed occuparsi di cose private è grande. Anche di chiudere questo piccolo spazio di fucina di idee e di riflessioni che è LUMINOSI GIORNI perché inutile e sterile, se spera di essere uno spazio di pensiero libero. In Italia e in politica, me ne rendo conto, il pensiero libero non ha spazio. Cosa è successo, si chiederà chi legge, di così eclatante da far traboccare il vaso della mia resistenza a confluire solo e per sempre nel privato? Niente di particolare, ma una serie di cortocircuiti che magari nessuno ha avvertito, ma che, capitati per caso a me come concatenazioni di fatti e di riflessioni, spossano anche un resistente di lungo corso come pensavo di essere. Vediamo.

Stendendo un velo pietoso sulla situazione europea contrassegnata dalle varie minacce di ‘exit’ e di sfacelo, basta pensare  alla politica nazionale; il cui svolgersi mi condiziona nel dover trovare cose da dire anche qui su LUMINOSI GIORNI.

La politica nazionale è quella che tutti vedono. Fatta proprio ancora in questi giorni di contrapposizioni pregiudiziali tra schieramenti, tutte basate sull’appartenenza o meno a quella o quell’altra squadra, o meglio ‘fazione’, neppure più giustificata dalle ideologie di un tempo. L’idea di accordi di profilo un po’ più alto per venire incontro a esigenze più generali non sfiora nessuno (o se sfiora è sempre letta come ‘inciucio’, spartizione o accordo di potere). La vicenda della legge elettorale e del suo fallimento, a prescindere fosse buona o meno, è lì a mostrarcelo. Gioco delle parti, politica politicata e riposizionamenti successivi. Devo anche onestamente dire che la parte politica a cui personalmente avevo affidato i miei favori e a cui continuo nonostante tutto ad affidarli, vale a dire il PDR, il Partito Democratico a trazione renziana, è catturato dentro a questo vortice sempre più mediocre. Senza contare che il PDR sta dilapidando un tesoretto di consenso che l’aveva proiettato verso l’alto, per essersi negli ultimi tempi trovato sistematicamente dentro all’opaca situazione di sospetti più o meno fondati di interessi privati e non meglio precisate corruzioni. Saranno fondati o meno (loro dicono di no e forse è anche vero che non lo sono), ma sicuramente le frequentazioni del personale politico del PDR sono state comunque in più di qualche caso borderline con personalità o con azioni e fatti sicuramente illegali; su questo terreno la credibilità  che si vuole ottenere per l’azione politica obbligherebbe all’essere blindati e del tutto impermeabili a tali andazzi. E così, siamo alle solite, non è stato. E sia detto chiaramente non è che nella cittadinanza e nel popolo sovrano alla base si stia meglio: lo stesso scadimento lì è prassi normale nel linguaggio e nelle idee diffuse, tutte e sempre idee di pancia e quindi delle non-idee la cui sede ( delle idee intendo) nel corpo umano sta un pò più in alto.

Per inciso non c’è da parte mia nostalgia neppure per i bei tempi andati perché le appartenenze di partito del tempo che fu contenevano al loro interno limiti enormi. Il primo dei quali era quello ideologico che sfornava idee e pensieri solo funzionali alla lotta politica e quindi inattendibili per un pensiero libero che, per esser tale, dovrebbe avere le caratteristiche oggettive con cui procede la scienza: rileggo oggi per esempio gli storici italiani della Prima Repubblica ( e la storia dovrebbe essere una scienza), Paolo Spriano per esempio, ma anche un Franco Catalano, e li trovo bravissimi e documentati ma soprattutto bravi a documentare, da storici, per la propaganda politica della loro area di appartenenza. Tra gli intellettuali dell’epoca solo Pasolini devo dire era riuscito a scrollarsi dalla morsa del ‘politicamente corretto’ sinistrese, ma non sempre e non del tutto. Sentiva anche lui l’appartenenza.

Nella società liquida di oggi il sistema è in parte diverso e in parte però molto simile a quei procedimenti, nonostante i mutamenti e le ricomposizioni in altre forme ( si vede che sta nella natura umana o forse nella natura umana degli italiani)

Infatti quanto al ‘politicamente corretto’ e all’appartenenza il senso di scoramento che mi prende in questi giorni nasce anche dalla considerazione del sistema con cui avviene il dibattito politico presente in città a Venezia. Nel giro di una settimana ho dovuto prendere atto, trovandomi nella condizione di dover dare o di ricevere dissenso, che temi sensibili come la soluzione grandi navi, l’idea dell’unità di Venezia come città di terra e acqua (e non solo d’acqua) e l’utilizzo di un’area strategica come quella dei ‘Pili’ sulla gronda lagunare all’inizio del ponte Translagunare vengano portati avanti nel dibattito o per pregiudiziali date da appartenenze o con il sistema dell’amico-nemico basato dalla lettura del ‘politicamente corretto’; o dall’uno e l’altro insieme come avviene sistematicamente, per esempio, quando si vuole giudicare l’operato del Sindaco in carica a Venezia e della sua giunta. Attenzione che per appartenenza non dico appartenenza di partito o di ideologia, che ormai  nei termini classici non esistono più, ma appartenenza a filoni, a volte anche ma non sempre organizzati in lobbie, di ‘pensiero unico’ che in taluni casi è codificato in un ‘politicamente corretto’ con il suo Vangelo su un determinato argomento o su un determinato atteggiamento. Insomma esistono ancora schieramenti che mescolano componenti del vecchio sistema di appartenenze con il nuovo più liquido sistema agganciato a filoni di pensiero che, ripeto, solo in alcuni casi si sorregge anche in lobbie.

Bene se inserisco questa impossibilità del dialogo o del dibattito politico strategico in città al quadro nazionale delineato, che ti impedisce di poter dire alcunchè di costruttivo, ne esce una situazione in cui è impossibile il confronto che non sia viziato da una babele di pregiudizi e di dogmi precostituiti.

Io chiedo sempre a chi collabora con LUMINOSI GIORNI di concludere le riflessioni con qualcosa di propositivo in omaggio appunto alla luminosità della ragione e dell’ottimismo, emblemizzata dal nome della testata. Ma nelle condizioni in cui siamo non me la sento più perché io stesso ho perso le parole. Forse ‘ha da passà ‘a nuttata’ e domani le ritroverò. Vedremo.

C’è solo da consolarsi, e non è poco, pensando che, come in fondo è sempre avvenuto nella storia, la società – non il popolo-massa, la società come insieme di intelligenze – per la sua inerzia positiva andrà avanti lo stesso, facendo a meno della politica da cui raramente ha ricevuto qualcosa di buono e di significativo.

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.