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È una situazione complicata difficile da interpretare e da leggere.

Ci sono alcuni fatti da cui partire per provare a fissare i punti di ancoraggio di una situazione politica convulsa.

Come si usava una volta proviamo a esaminare lo scenario internazionale, magari limitandoci a quello europeo, che a far danni in giro per il mondo ci pensa già Trump.

Dopo la straordinaria vittoria di Macron alle presidenziali francesi, grazie a una legge maggioritaria a doppio turno con ballottaggio, è confermato il bis della sua nuova formazione politica En marche in questo turno legislativo, che è sempre a doppio turno uninominale.

E sarebbe una gran cosa se consideriamo in quanto breve tempo Macron ha messo in piedi la sua organizzazione politica, la sua macchina organizzativa.

Ma è una gran cosa per i contenuti di un programma politico di taglio moderato nei toni, ma sufficientemente radicale nelle scelte. Senza risparmiarsi mai nella sua fede convintamente europeista.

Si propone di incidere nelle maglie di una economia nazionale che ha connotati di conservazione non molto dissimili da quelli italiani anche se il loro welfare ha contenuti per molti aspetti (famiglia, lavoro femminile) più solidi di quelli nostrani.

È un leader che non fa mistero di flirtare con alcune idee discusse con Renzi nelle occasioni in cui si sono frequentati.

Con grande scorno dei commentatori italiani che se potessero Renzi lo vorrebbero morto, politicamente parlando.

Dall’altra parte della Manica le elezioni anticipate, che avrebbero dovuto dare certezze ai Tories che si sono trovati a gestire una Brexit, voluta non solo da loro, molto più dura di quanto potessero aver messo in conto, hanno da una parte segnato la sconfitta di questa linea e dall’altra hanno premiato – anche se i voti non sono stati sufficienti a farlo vincere – un Corbyn che resuscita sulla spinta di un voto che anche in UK si può pensare sia stato un voto “contro”.

Contro quella Brexit che, una volta adottata con un referendum dai risvolti populisti, ha mostrato tutti i limiti e tutti i prezzi pesantissimi che l’Inghilterra avrebbe dovuto pagare.

E contro la May che più di tutti si è incaricata di interpretare la politica restrittiva che ne sarebbe derivata.

E che adesso si ritrova, in virtù di un sistema elettorale uninominale secco, a cercare i numeri per governare all’insegna del “dove piglio piglio”. Tanto da approdare ad un accordo con l’oscuro, e sconosciuto ai più, DUP che ha la caratteristica di affermare valori che definire conservativi sembra persino eufemistico.

E i commentatori ci raccontano di un Corbyn vincente perché propugnatore di valori di sinistra-sinistra, anche se sappiamo che le posizioni del leader dei Labour sono state giudicate “fuori dai tempi” persino dentro il suo partito.

In questo quadro contraddittorio si colloca benissimo la situazione della politica italiana. Reduce dall’esito referendario, padre/madre di tutte le paludi nelle quali nemmeno un accordo politico larghissimo ha potuto garantire di portare a casa una riforma parlamentare della Legge Elettorale che non piaceva a molti, per il suo impianto squisitamente proporzionalista. Sicuramente non piaceva a tutti quelli che avevano sposato fin dai tempi della sua nascita la vocazione maggioritaria.

Ma che ci si accingeva a digerire di fronte all’impraticabilità di ogni proposta diversa.

E tutti i nostri baldi e indefessi commentatori a spiegare che era un cedimento di Renzi, che ci si preparava all’accordo politico (a prescindere) con il Centrodestra – di più l’accordo era con Berlusconi ! – che la responsabilità di questo era solo e soltanto del PD, che le elezioni anticipate erano dietro l’angolo, facendo credere che l’unico che spingeva a tutta manetta in quella direzione fosse sempre lui, l’impostore di Rignano che smaniava per una rilegittimazione (nonostante la vittoria alle Primarie).

Poi patatrac, salta tutto per la totale e imperterrita inaffidabilità politica del M5S – che sta alla pari dei loro vaniloqui sulle scie chimiche e dello loro competenze sui vaccini – e giù tutti a cercare di dare anche qui la responsabilità al PD, disegnando un leader incapace di tenere i suoi, per una manciata di voti difformi, ma soprattutto definendolo a piene mani indebolito e “perdente” con il chiaro obiettivo di delegittimarlo nonostante, ma forse proprio per questo, la sua larga affermazione alle fin troppo vicine Primarie.

Insomma un bel ambaradan dove “le anime belle” dell’informazione italiana sguazzano impunite nonostante le topiche prese a ripetizione, nella più assoluta irresponsabilità (non pagano mai dazio) delle loro affermazioni e delle loro fallaci “analisi” politologiche.

O, peggio ancora, nonostante l’esercizio della loro macchina del fango che sta dando risultati del tutto opposti alla teoria colpevolista e giustizialista che avevano costruito e tagliato addosso al loro target, che neanche un abito di alta sartoria avrebbe potuto stare così a pennello.

E adesso siamo punto a capo.

Con le elezioni amministrative utilizzate come pietra di paragone e cartina di tornasole per definire il come e dove si andrà a parare.

E il dato che emerge con chiarezza è lo schianto del M5S che deve fare i conti con la sua doppia inconsistenza: quella delle proposte, e quella dei candidati che sul territorio non raccolgono quei consensi che invece un voto genericamente protestatario “garantisce” a livello nazionale dove il comico fa da garante dell’intransigenza parolaia.

È un quadro politico che necessariamente deve essere ricostruito proprio partendo dalla palude e dal “combinato disposto” (ricordate vero?!) dell’esito referendario e delle sentenze “riformatrici” della Consulta che ci regalano non solo la doppia Camera, ma anche una doppia legge incoerente e contraddittoria.

E c’è tutta la galassia della sinistra extra PD che cerca una sua legittima rappresentazione e che, in una prospettiva di un difficile accordo con il PD stesso, sembra non voler tenere in alcun conto delle percentuali relative, ma vorrebbe far valere il principio per cui i voti non si contano ma si pesano. E i loro pesano di più, ovviamente!

E non si venga a dire che le Leggi Elettorali sono solo uno strumento, per cortesia risparmiateci le banalità.

 

Veneziano, con i piedi nell’acqua, dalla nascita (1948). Amministratore Delegato di una Joint Venture italo-tedesca di accessori tessili con sede a Torino. Esperienze di pubblico amministratore nei lustri passati. Per lunghissimi anni presidente del Centro Universitario Sportivo di Venezia (CUS Venezia) e ora presidente dell’Associazione VeneziaUnited il Supporters Trust dei tifosi arancioneroverdi.