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Concludendo il suo ultimo editoriale Carlo Rubini, direttore di questa testata, ha posto un dubbio assai politically incorrect: di fronte all’incapacità della democrazia di coagulare, in termini di quantità e di durata, il consenso necessario a interventi sociali incisivi, non si deve concludere che sarebbe meglio, alla fine, orientarsi verso una qualche forma di dispotismo illuminato?

Giusto per non creare equivoci, dopo aver esaminato la faccenda sul piano teorico, Carlo cita un esempio assai lontano da noi per distanza, cultura e momento storico: l’imperatore giapponese Mutsuhito, colui che diede avvio alla cosiddetta era Meiji ovvero al periodo della radicale trasformazione del Sol Levante da arretrata realtà feudale a moderna potenza industriale.

Tradotto in termini italiani contemporanei, quindi, deduco che Carlo preferirebbe all’attuale pantano democratico, da cui pare impossibile uscire, un bel Tenno deciso a scaraventare la Penisola nel futuro. Non è chiaro, però, quale prezzo si sia disposti a pagare per questo, ma lasciamo la questione in sospeso per il momento.

Si tratta, in realtà, di un quesito ricorrente nella Storia. In tanti hanno cercato nel tempo di dare una risposta convincente e definitiva. Perché i mali della democrazia erano ben noti sin dai suoi albori e proprio nella sua stessa culla ovvero la Grecia classica. In particolare ad Atene.

Platone, per esempio, non si è limitato a scrivere La Repubblica, in realtà il titolo greco Πολιτεία cioè Politéia andrebbe tradotto in modo diverso, ma dopo aver teorizzato nella prima metà del IV secolo il modello politico perfetto ha pure cercato di attuarlo: a Siracusa.

Curiosamente, la città siceliota poteva risultare fatale al filosofo già nel corso del primo viaggio. Governata in forma di tirannide dal tiranno Dionisio I, non pareva proprio destinata a diventare la sede di un possibile esperimento di ingegneria politico-sociale. Tant’è che durante un simposio, Platone si abbandona a una durissima critica della forma di governo tirannica. Si salva solo grazie all’intervento personale del suo allievo Dione.

Nonostante il precedente, Platone ritorna in Sicilia e a Siracusa. Sono passati circa vent’anni. Su incarico proprio di Dione, diventato a sua volta tiranno della città, dovrà provvedere all’educazione di Dionisio II. L’obiettivo, trasformarlo in una sorte di re-filosofo capace di tradurre il sogno delineato ne La Repubblica in realtà.

È noto come il tentativo fallisca. Ancora una volta Platone è costretto a fuggire. Ci riesce in virtù di un nuovo intervento esterno provvidenziale. Questa volta sarà la spartana Taranto, governata da una minoranza di illuminati pitagorici, a portare al sicuro l’incauto filosofo ateniese.

Andrà senz’altro meglio a un altro grande pensatore greco, Aristotele, incaricato di istruire in modo adeguato il giovane Alessandro. Costui diventerà semplicemente Magno e si conquisterà, oltre a un impero sterminato, fama leggendaria. Il mondo antico resterà soggiogato dalla figura del mitico re macedone, elevandolo a modello insuperabile. Anche Alessandro rientra nella categoria dei tiranni/despoti illuminati: proverà in ogni modo e soprattutto con gli strumenti della coercizione a fondere vincitori&vinti nel tentativo di forgiare un ideale Nuovo Mondo. Difficile dire se Aristotele intendesse proprio questo, però.

Giusto per restare in Occidente è altrettanto vero che la rivoluzione romana, cioè il lungo processo che ha portato la città repubblicana a trasformarsi da regime oligarchico a impero, inizia sotto la spinta dell’esigenza popolare di partecipare al banchetto aperto dalle conquiste militari. Ci vorranno la creazione di un esercito di mestiere, opera di Gaio Mario, e il suo utilizzo da parte di singole personalità carismatiche votate alla conquista del potere per finire il lavoro. Saranno sempre provvedimenti dall’alto, imposti da singoli despoti, ad allargare la cittadinanza romana: prima all’Italia, poi all’intero spazio imperiale.

L’elenco potrebbe proseguire. Non c’è cambiamento radicale che non sia imposto da una rivoluzione quindi dalla volontà di un singolo o di un ristretto gruppo di individui. Quasi sempre, poi, una catastrofe incombente o la semplice percezione del suo avvicinarsi ne rappresenta l’inevitabile premessa.

Nella Venezia del 1298 lo sfibrante dibattito sull’eccessiva ampiezza dell’assemblea depositaria del potere si conclude bruscamente all’indomani della catastrofe navale di Curzola. Sotto la spinta del terrore popolare, che già vede le galee genovesi di Lamba Doria in Bacino San Marco, la cosiddetta Serrata, cioè la chiusura dell’accesso universale al Maggior Consiglio, viene adottata come principale risposta al pericolo.

Naturalmente, la stagione d’oro del dispotismo illuminato è il Settecento. Non c’è lembo d’Europa in cui non si esplichi l’attività riformatrice di singoli sovrani che, utilizzando ogni arma possibile per centralizzare il potere, non abbia l’ambizione di spazzare via le incrostazioni del passato e lanciare il proprio paese in una sorta di era Meiji, ante litteram. Rivoluzione francese, giacobinismo e suo esito imprevisto con l’Impero di Napoleone I ne sono quasi la naturale prosecuzione.

Non c’è dubbio: scuola pubblica laica con l’incarico di veicolare la nuova lingua nazionale, codici e organizzazione della giustizia, riforma dell’amministrativa centrale e periferica dello stato, questi i lasciti principali di quel periodo nella Grande Nazione. I cui risultati furono esportati ovunque grazie alla rapidità “dispotica” con cui furono messi in atto. E grazie all’energia, per così dire, delle baionette. Non si tornò più indietro. Da nessuna parte.

Possiamo dire che ci siano state democrazie altrettanto efficaci? In tutta onestà, no. Non solo in Italia, ma ovunque. Il processo democratico è di per sé lento, intrinsecamente votato al compromesso, per sua natura portato a produrre risultati contradditori. Quindi è meno efficace.

Però…

Dione e Dionisio II si affronteranno in una guerra civile; Roma troverà una breve stagione di pace a partire da Ottaviano Augusto a Nerone e quindi da Vespasiano a Commodo, dopo di che sarà sempre squassata da lotte intestine che saranno la vera causa del suo crollo finale; Venezia perderà poco per volta il dinamismo sociale che l’aveva portata nel Duecento a costruire l’Impero Marittimo e l’esaurirsi, anche demografico, del suo ceto di governo ne provocherà la fine; la Grande Rivoluzione di Francia finirà per divorare se stessa e provocherà un vero collasso umano al paese con una serie di guerre senza fine.

La storia ci dice che i regimi dispotici ottengono di sicuro grandi risultati “riformisti”, sono gli unici capaci di  imporre svolte impopolari ma necessarie, finiscono però sempre nel sangue e, in genere, esigono anche durante la loro esistenza un pesante tributo ai sudditi… poi c’è, appunto, la questione della libertà: siamo proprio sicuri che valga la pena sacrificarla per avere in cambio maggiore efficienza amministrativa, operativa, organizzativa, in una parola per vivere in una realtà più ordinata?

È chiaro, ognuno ha le proprie preferenze e inclinazioni. Dopo aver riconosciuto alle tirannidi i loro meriti, però, io personalmente concludo con le parole che Dante mette in bocca a Virgilio al momento dell’incontro con Catone l’Uticense nel primo canto del Purgatorio

 

Libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta.

 

La democrazia ha infiniti difetti però fino a ora è il meno imperfetto dei sistemi inventati dall’uomo per darsi un po’ di organizzazione e garantire un minimo di libertà. Quindi teniamocela stretta e pazienza se è lenta e pasticciona: in fondo ci lascia il tempo e il modo per rimediare. Perché permette d’immaginare un futuro.

Federico Moro vive e lavora a Venezia. Di formazione classica e storica, intervalla ricerca e scrittura letteraria, saggistica, teatrale. È membro dell’Associazione Italiana Cultura Classica e della Società Italiana di Storia Militare.
Ha pubblicato saggi, romanzi, racconti, poesie e testi teatrali.