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La proposta di un Museo della Civiltà Veneziana che manca in città, che circola da tempo, ripresa e lanciata con forza dallo scrittore Federico Moro, è stata accolta con favore se non entusiasmo dai veneziani di punta, che rappresentano le varie sfaccettature della società e che hanno voluto partecipare al dibattito che ne è scaturito. Un museo da realizzare in una sede idonea, che potrebbe essere il Correr, come ipotizzato da Moro. “Al Correr, o altro luogo, ci vuole un museo dal circuito moderno, che sia in armonia con i tempi, facendo funzionare anche l’aspetto marketing – suggerisce lo scrittore Alberto Toso Fei -. A Venezia abbiamo tantissimi reperti da impiegare e va fatta una scelta per un itinerario dall’assetto cronologico e una suddivisione tematica. Vanno valorizzati le peculiarità di Venezia, dove è stato fatto l’inosabile, come sono stati costruiti i palazzi, dove prima c’era fango e erba secca, per arrivare a una metropoli con 170.000 abitanti. Illustrare la tecnologia avanzatissima dell’Arsenale, dove venivano costruite galee intere in pochi giorni; spiegare le elezioni con i ballottini, che tanto hanno influito sulle votazioni moderne. Insomma, far uscire dalla visita delle persone che si sono divertite e arricchite di ciò che Venezia è stata. Si potrebbe collegare il biglietto a degli sconti da usufruire in città, sui libri, escursioni, ristoranti o bacari”. Secondo lo scrittore e giornalista Alessandro Marzo Magno “Venezia merita questo museo solo per l’apporto che ha dato al modo di vivere nel mondo attuale. Basta pensare che è stata una grande potenza navale, al pari della Gran Bretagna; ha inventato l’editoria moderna; la finanza: l’assegno è stato pensato qui; la diplomazia: i britannici ci hanno modellato il loro Foreign Office; la sanità: i processi a Venezia contemplavano l’infermità mentale”. Anche per l’archeologa Paola Sfameni c’è la necessità di un museo della civiltà veneziana “che valorizzi la Venezia cosmopolita, con le proprie tradizioni e origini, dalla storia molto più interessante del suo mito”. Le fa eco il collega Davide Busato, che aggiunge “non va solo presa in considerazione la cultura anfibia della città, ma anche il Dominio de Tera e il Dominio de Mar, capire come li gestiva, nel campo amministrativo (le acque) e in quello della giustizia, perché anche la terraferma sia coinvolta in questo progetto, un perno dove far ruotare un museo diffuso”. Irina Freguia, ristoratrice è convinta che “un museo della civiltà debba parlare anche del cibo, le colture, i piatti tipici originati dalla storia per far capire quello che è Venezia anche nel piatto: penso al baccalà e al viaggio di Pietro Querini nelle Lofoten”. La fotografa Ettalisa Basaldella, sottolinea invece che “Si è sempre parlato di questo museo, fin dagli anni ’70, quando si voleva riconvertire l’Arsenale a museo della città. Il Correr ha le sue memorie, un suo percorso, una sua storia, mentre per la civiltà veneziana si ha bisogno di un percorso ampio. Il complesso dell’Arsenale ha invece spazi meravigliosi, ideali per capire quello che è stata Venezia nella sua peculiarità, visto che i veneziani sono stati grandi naviganti e commerciavano con l’Oriente, intrecciandone la storia. Hanno importato per primi il caffè dallo Yemen per esempio. Perché continuare a portare la gente a San Marco per il Correr, mentre esiste una chicca come l’Arsenale dove dirottare la folla?”. Paolo Coltro, giornalista e fotografo, premette una riflessione. “Innanzitutto, come tante cose, questa non deve nascere come una discussione e rimanere tale per secoli. Va fatto un approccio metodologico, perché mille anni di storia non possono essere raccontati in quattro stanzette, ma espressi in un museo moderno, con un percorso pensato e organizzato. Perché se pensiamo di portare anche i cinesi e giapponesi dei 20 milioni di turisti che visitano all’anno Venezia, dobbiamo pensarlo con un linguaggio globale, comprensibile a chiunque, con un respiro verso il mondo. Per questo progetto io vedrei bene l’Arsenale piuttosto che sottrarre spazi ad altri siti. Ma c’è un problema: l’Arsenale è in fondo a Venezia. Da una parte si toglierebbe il concentramento a San Marco, ma non si porterebbe il flusso del Correr, e un museo, per essere sostenibile, deve essere visitato, e avere attrattive pari o superiori pari a quelli che esistono già”. Altro pensiero viene espresso da Carlo Montanaro, scrittore, giornalista e critico cinematografico. “Nel settecento Venezia era la metropoli più grande al mondo, con un’amministrazione avanzata e una democrazia seppur pilotata. Sarebbe necessario far capire qual era la vita reale, come si viveva, l’artigianato e i mestieri che hanno fatto grande la città, accanto alle grandi arti di pittura e scultura. Insomma, una lettura della storia fatta in maniera contestuale”. Daniela Spagnol, editrice, rimarca come “l’idea di questo museo sia l’uovo di colombo, che deve essere sostenuta dai  cittadini assieme a tutti i politici, di destra e di sinistra. Abbiamo un lascito culturale enorme da far conoscere a chi ci viene a trovare, anche perché la storia veneziana è poco studiata a scuola, non si capisce quanto sia stata importante. E allora questo dovrebbe essere il primo museo da vedere, per far capire quant’era effervescente questa città cosmopolita. Penso a Manuzio che ha fatto di Venezia il centro dell’editoria nel mondo allora conosciuto”. Giovanni Montanaro, scrittore, sottolinea che “L’idea di Federico Moro è interessante. Ci vedrei due chiavi di lettura, dove la prima vede il museo che contempli la civiltà di Venezia che finisca al 1797 ma che arrivi fino ai giorni nostri, contemplando anche l’ottocento e il novecento. La seconda, che questo sito non sia solo il biglietto da visita per il turista, ma la casa dei veneziani, un luogo del contemporaneo. C’è difficoltà per i veneziani trovare uno spazio, un punto di riferimento costante, non frammentato per la città, dove volgere l’attenzione, il ritrovo, il dibattito”.