By

 “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.

La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.

L’articolo 41 della Costituzione della Repubblica Italiana, qui riportato per intero, mi è sempre parso uno dei più chiari e inequivocabili nell’interpretazione. In sostanza dice che la libertà d’impresa in Italia è un valore importante anche dal punto di vista sociale e tuttavia deve attenersi alle regole che la limitano in tutte quelle circostanze in cui da valore diverrebbe un disvalore e un danno oggettivo per gli interessi generali e collettivi della cittadinanza. Si presume che, essendo un articolo costituzionale, sia condiviso da tutti i cittadini e da tutte le forze politiche che li rappresentano. La Costituzione infatti è di tutti e non di una parte.

Invece nei fatti non è così.

C’è tutta una parte politica e alcuni strati di cittadinanza che considera l’iniziativa economica privata, vale a dire l’impresa economica, qualunque essa sia, soprattutto il profitto che essa genera per chi la conduce, un male o comunque non certo un valore. Al massimo l’accetta come un male minore, a volte necessario ( io direi spesso necessario), ma fatica da matti ad assegnarle quel compito sociale in un sistema integrato con il pubblico che pure la Costituzione nella seconda parte dell’ articolo chiaramente le assegna, anche se coordinata dalla legge . Eppure l’impresa crea lavoro, che è un altro importante diritto sociale costituzionale e spesso interviene a integrare in settori sociali di rilievo ciò che il pubblico non è in grado di svolgere, a volte anche per mancanza di risorse, a volte per difetto di competenze; l’impresa in molte occasioni crea una grande ricchezza di prodotti ad alto valore culturale e di qualità, offre servizi, in definitiva è un protagonista sociale. Ma non c’è verso. Una cultura politica statalista, dirigista, collettivista, dura a morire, nata e cresciuta con l’idea del capitalismo cattivo, da una parte brandisce appena può la Costituzione, dall’altra fa sua solo la parte di essa che le piace e rimuove un articolo come questo, ignorandolo o derubricandolo. C’è al fondo una idea distorta del bene comune che pure è l’unico oggetto di cui la Costituzione si occupa, informando di sé tutte le parti del testo. Il bene comune, per questa visione delle cose, non è un quid che deriva da un equilibrato rapporto di sussidiarietà tra pubblico e privato ma è solo un compito dello stato o degli enti pubblici e va gestito da loro. Mi pare tuttavia che questa visione riduttiva dell’attività imprenditoriale sia sempre meno diffusa, dura a morire si, ma minoritaria e a dirla tutta influisce debolmente sulle scelte e sulle azioni che svolge, quando è al potere, la parte politica che pure proviene almeno in parte da una formazione di questo tipo. Lo si vede soprattutto nell’azione dei sindaci del centro sinistra, che con tutti i problemi che hanno, di bilancio soprattutto, agiscono spesso in sinergia tra pubblico e privato e con buoni risultati. Ed anche i governi nazionali in cui il centro sinistra è stato al potere hanno agito a volte con scelte addirittura manifestamente e persino troppo liberiste, come nel caso celebre, risalente esattamente a dieci anni or sono, delle famose “lenzuolate” di Bersani. Si proprio lui, oggi l’alfiere della sinistra-sinistra uscito dal Partito Democratico proprio per l’inaccettabile, a sentir lui, deriva di destra, è colui che porta impressa sulla sua persona una delle più limpide azioni legislative d’impronta liberista, in questo caso nel commercio ma non solo, che sicuramente mirava, in buona parte riuscendovi, a rompere privilegi corporativi ma che in qualche caso, come nelle città d’arte, in primis Venezia, ha finito per stravolgere la rete commerciale tradizionale. Forse è eccessivo sostenere che le ‘lenzuolate’ si ispirassero alla “destra economica” che è altra cosa e lo si vedrà, ma sicuramente con disinvoltura accettavano una funzione dinamica del mercato.

“Destra economica” è infatti la definizione sintetica di tutte le impostazioni politiche che invece ignorano ostentatamente la seconda parte dell’articolo 41 costituzionale, in cui si limita l’impresa ogni qualvolta reca danno agli interessi generali. Anche questa è una visione dura a morire, ma a differenza della prima, minoritaria e in via d’estinzione, è molto più presente nei programmi e nelle azioni di chi governa come centro-destra. Nei governi e nei programmi del centro destra a livello nazionale il liberismo spopola e, nei ‘mantra’ di questa parte politica, viene visto senza freni e limiti come il volano che può rimettere in moto il sistema paese. I costi sociali e ambientali? Ignorati sempre al 100%. Non so chi l’ha deciso e voluto, ma mi immagino per esempio che lo sfregio all’ultimo versante selvaggio del Monte Rosa a favore di un carosello sciistico da favola che sta per essere messo in atto con impianti devastanti, sia avvenuto in omaggio all’affare economico, come sempre coperto dalla creazione di posti di lavoro. Infine una certa tendenza liberista esiste e vegeta bene anche a livello di sindaci e di amministrazioni comunali, quantomeno come cultura o meglio come mentalità con cui si giudicano i fatti e le dinamiche sociali e da cui si traggono le conseguenze per le scelte politiche..

Qui il caso sin troppo facile che ho a portata di mano è quello di Luigi Brugnaro. Dico subito che la sua elezione a Sindaco di Venezia ha scosso bene o male la palude in cui si trovava la città dopo decenni di amministrazione di sinistra. Comprensibili il suo voler rinnovare e i tentativi che ha fatto e sta facendo sul risanamento del bilancio comunale, anche attraverso dolorose ma forse inevitabili riorganizzazioni della macchina e con tagli su settori per quanto importanti che tuttavia forse troppo a Venezia hanno vissuto sulla spesa pubblica a fondo perduto ( anche se lui avrebbe dovuto, con una campagna di comunicazione mirata, informare delle intenzioni e degli obiettivi, pena una lettura ben diversa da parte della cittadinanza dell’azione a 360° che sta conducendo e che, in assenza di trasparenza, gli si ritorce contro). Brugnaro infatti soffre, se si vuole anche in buona fede, della sindrome opposta a quella descritta nella prima parte ( impresa privata=demonio) e per lui il liberismo, il mercato, l’impresa sono un diritto senza condizioni e se hanno controindicazioni bisogna comunque forzare il più possibile per salvaguardarlo in quanto diritto assoluto. E’ una cosa più forte di lui, legata sicuramente alla logica con cui esso stesso ha sfondato e si è imposto sul piano economico con la sua impresa. Ecco che per Brugnaro anche spostare una bancarella di riso per i colombi in Piazza San Marco è comunque una sofferenza perchè a modo suo il banacrellista ha una sua mini impresa, lavora, produce reddito, forse con sacrificio e anche lui a modo suo si è fatto da solo. Magari lo fa spostare, ma si capisce che gli costa. Gli costa dal bancarellista fino alle grandi navi, di cui comprende benissimo il danno cercando soluzioni ( e forse le ha trovate), anche se si capisce che il suo cuore batte per le imprese portuali, per il giro economico che producono e per tutto ciò che ruota intorno a loro. Anche qui è più forte di lui, c’è poco da fare. Ci pensavo recentemente leggendo le cronache veneziane sui cronici abusivi che sul Canal Salso hanno le banchine per lo smistamento merci con la città storica. La logica del Parco San Giuliano disegnato da Mambro era che sloggiassero, punto. Si sarebbe dovuto dire fin dall’inizio in soldoni questo ai proprietari delle banchine e del servizio: secondo l’articolo 41 della Costituzione, quello citato, la tua impresa è in “…. contrasto con l’utilità sociale perché reca oggettivamente danno a un bene comune (il Parco); quindi adattati ad altre soluzioni ( molte furono proposte e scartate), non hai alcun diritto e per di più sei anche abusivo. Ebbene no, al termine di un contenzioso che durava da anni, si leggeva recentemente sui giornali che questi l’hanno avuta vinta, non si spostano e il Comune non si sa bene come ( si parla di manufatti non impattanti) riuscirà a renderli compatibili con quella splendida passeggiata che ci sarebbe stata lungo l’ultimo tratto del canale in vista della laguna. Brugnaro poteva andare contro a chi, par di sentirlo, “produce reddito e dà lavoro con fatica e sacrifici”?

Molto più in generale sulla questione  Venezia e sul ruolo della città, sulla sua natura ‘snaturata’ dal mercato turistico, Brugnaro vive in evidente sofferenza e di fatto  assegna alla città storica il ruolo monoculturale che tutti conosciamo. Si rende perfettamente conto che il danno del mercato turistico sta diventando enorme, ma nello stesso tempo non può dimenticare che il turismo è business, e quando c’è business, ragazzi, per Brugnaro devi andarci cauto. Ecco allora il suo mettere in campo soluzioni  parziali che cercano comunque di salvare capra e cavolo, quando bisognerebbe scegliere drasticamente tra capra e cavolo: buone intenzioni, ma freno a  mano tirato. Mentre si sa bene che, anche per governare il turismo e la città storica, protetti dall’articolo costituzionale, (….L’iniziativa economica privata…non può svolgersi in modo….da recare danno alla dignità umana), si potrebbe fare moltissimo e arrivo a dire che perfino il mercato immobiliare, seppure solo attraverso un intervento governativo, potrebbe soggiacere all’articolo e a quella dignità umana lesa a cui fa riferimento.

Dignità umana appunto, recita l’articolo, e la città è fatta di uomini in carne ed ossa, o no? A Venezia oggi, al contrario della cautela, ci vorrebbe una cura da cavallo che parta da un assunto: adesso basta, profitto, interesse persino posti di lavoro che hanno fino ad ora avuto in città pascoli e praterie immense, possono attendere a tempo indeterminato e si fa così, così e così. Perché il danno dell’impresa turistica verso gli interessi della cittadinanza è oggettivo e di grandi proporzioni. Le stesse lenzuolate bersaniane potrebbero essere riviste e ritoccate, anche qui, si sa, attraverso il governo, per salvaguardare quel che resta del tessuto commerciale cittadino e risultando un esempio per quelle città turistiche che stanno soffrendo come Venezia. Io credo però che Brugnaro purtroppo non se la sentirà mai di andare fino in fondo anche su questo piano, perché va contro la sua filosofia di vita. Semmai va fino in fondo in senso inverso, come ha fatto per esempio con l’abolizione delle ztl in centro a Mestre, perché, il suo cuore, cè poco da fare, batte per i commercianti di Piazza Ferretto oltre che per la possibilità del mezzo privato di andare dove vuole. Anche se qui la questione è più complessa ed effettivamente in questo caso l’azione  è stata tesa a salvaguradare la funzione sociale del commercio che costituisce un presidio sul territorio e che lo riqualifica e lo tutela in un momento in cui il degrado è un dato oggettivo. Diciamo che l’azione gli va bene per entrambi gli obiettvi, ben sapendo che entrambi per lui contano.

Concludendo: cercasi per il futuro, da Venezia al Pianeta intero direi, una rappresentanza politica in grado di assumere in modo equilibrato il senso di questo articolo 41 o di ciò che gli rassomiglia in giro per il mondo. A dir la verità cercasi una rappresentanza politica in grado di assumere in modo equilibrato il senso dell’intera Costituzione, dal momento che in essa ogni articolo, come per il 41, cerca compatibilità tra il principio che esprime e le conseguenze anche negative che il principio stesso, se non normato nelle applicazioni, può avere.

A prima vista si dirà allora che questo è un discorso, un ragionamento politico di “centro” ed io risponderei che questo più che di “centro” è un discorso “avanti” ed  “oltre” lo spazio delle categorie storiche dove il centro non esiste più in assenza dei riferimenti per cui riuscivi ad individuarlo.

 

 

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.