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… quando dico oggi intendo lunedì 21 agosto 2017. Bisogna precisarlo, perché il Mondo Globale consuma gli eventi a una velocità incontrollata. Tutto cambia, di continuo, rendendo vano a quel che sembra qualunque tentativo di capire. Oppure no?

Già, forse vale come sempre l’assunto per cui la risposta dipende dalla domanda. Se questa è formulata bene, centrando il cuore del problema, può darsi che riusciamo a trovare una risposta soddisfacente. Torniamo al titolo, allora: cosa c’entra il recente attentato islamista di Barcellona con la questione libica? Niente, mi sento già rispondere. Io, invece sto per dirvi “tutto”. Vediamo perché.

In un precedente articolo ho scomodato l’intuizione di due pensatori geostrategici, l’inglese Halford John Mackinder e lo statunitense Nicholas John Spykman, che hanno inventato rispettivamente i concetti di Heartland e Rimland. Sono fondamentali per capire cosa mai stia succedendo.

In estrema sintesi, per i distratti riprendo il nocciolo della questione: «25 gennaio 1904 in un articolo intitolato The Geographical Pivot of History (Il perno geografico della storia), il pensatore inglese Halford John Mackinder sostiene che luogo geografico, contesto storico e tradizioni di un popolo siano i tre elementi invariabili da valutare per ottenere la vittoria finale. Allo stesso tempo, individua nel treno il mezzo di trasporto che scalzerà la nave dalla sua posizione privilegiata. Combinando i due elementi, perno geografico e treno, arriva alla conclusione che l’Eurasia, chiamata isola-Mondo perché in via di principio autosufficiente, è destinata a riprendere il sopravvento, perduto a vantaggio delle potenze marittime. Questo per la sua posizione, è ovvio, ma anche perché il treno annullerebbe il vantaggio sin lì detenuto dalla nave. Eurasia o, per meglio dire, la sua potenza egemone e cioè la Russia, zarista prima e sovietica dopo. Da qui, dall’Heartland, diventa inevitabile arrivare al controllo del Pianeta. Per lui bisogna trovare il modo per “contenere” l’inarrestabile marcia di San Pietroburgo-Mosca, giudicata comunque inevitabile.

Si sbagliava, com’è evidente. L’Heartland sarà anche il perno geografico della storia, per così dire, ma il treno ha fallito nella sua missione di sconfiggere la nave; Heartland non è autosufficiente, soprattutto dal punto di vista tecnologico, e comunque è circondato dall’acqua… che i veneziani gli avrebbero insegnato unisce e non divide

Sulla traccia di Mackinder, negli anni Trenta del Novecento, l’americano Nicholas John Spykman arriva a conclusioni diverse: il Pianeta sarà dominato non dall’Heartland, bensì da chi riuscirà a imporre la propria egemonia sul Rimland ovvero sulla fascia di territori, tutti costieri, attorno a esso. Spykman divide questo Rimland in tre macroaree e cioè costa dell’Europa, del Medio Oriente, dell’Asia. Questo, dunque, è il vero perno della storia, in inglese “pivot”.

A differenza di quella di Mackinder, la teoria di Spykman ha precisi riscontri in campo storico.»

L’Italia si trova sul Rimland, quindi assumere il controllo della Penisola è un obbiettivo di grande pregio per chiunque aspiri al dominio del Pianeta. Vale a dire per un sacco di gente, sempre e ovunque. L’intero Mediterraneo si trova sul Rimland, del resto. Per questo riuscire a imporre la propria egemonia su di esso diventa scopo prioritario. Al prezzo di trasformare di continuo le sue acque in campo di battaglia. Come ora. Perché, tanto per dirne una, spero nessuno sia tanto sempliciotto da pensare che le ondate di “migranti” siano un puro e semplice fenomeno spontaneo. Esattamente come le guerre civili irachena e siriana sono state e sono tutto fuorché una “questione interna” dei due sfortunati paesi.

Quanto avviene nel Mediterraneo riguarda la lotta continua per l’egemonia sul Rimland. Degli uni per imporla, degli altri per evitarla o infrangerla quando ormai consolidata. Su un aspetto Mackinder e il suo Heartland centrano il problema: «(…) luogo geografico, contesto storico e tradizioni di un popolo» sono sul serio tre costanti. Sarà bene che noi italiani cominciamo a rendercene conto. Da questo gioco, semplicemente, non possiamo chiamarci fuori. Al tavolo non siamo invitati, ma seduti per forza.

Anche Barcellona e la Libia si trovano sul Rimland. Come la Francia di Macròn, a dispetto dell’entusiasmo con cui è stato accolto a partire da me forse uno dei peggiori presidenti francesi di sempre. Proprio sulla Libia è riuscito a fare la figura del fesso, preso in giro senza complimenti tanto da Al Sarraj che da Haftar, inimicandosi al tempo stesso in maniera radicale l’Italia. E dopo le bravate di Sarkozy a Parigi non avevano davvero bisogno di farsi ancora del male in materia. Ciliegina sulla torta, ha aggiunto lo scippo navale ai danni di Fincantieri: clamoroso sotto ogni punto di vista e con immediate e giuste ritorsioni. Il giovane Macròn e la sua squadra di neofiti stanno facendo del loro meglio per distruggere quanto restava, poco per la verità, della credibilità internazionale della Francia. Meditino quanti si mostrano ancora fiduciosi nelle virtù dei “giovani&puri” nostrani, vale a dire i Cinquestelle: ve l’immaginate come se li sbaferebbero i volponi del Rimland?

Invece, sulla questione migranti, dopo molte indecisioni, finalmente l’Italia ha saputo trovare la giusta risposta. Non le è servito inventarsi nulla di nuovo, in fondo è stato sufficiente alla squadra del ministro Minniti, uno dei migliori del governo di oggi, ripescare il precedente albanese: sarà un caso, ma l’approccio strategico e le soluzioni adottate sono pressoché identiche. A partire dalla riorganizzazione della Guardia Costiera libica che, coperta alle spalle dalle nostre navi, spara senza tanti complimenti sugli scafisti. E a terra completa il lavoro. A Misurata come a Valona, insomma, a distanza di qualche anno.

Se riusciremo a disinnescare la bomba dei “viaggi della speranza” attraverso il Mediterraneo dovremo ringraziare donne&uomini di Aise, Agenzia per l’informazione e la sicurezza esterna, e Forze Speciali presenti da tempo nel cuore della “caldera” libica. In particolare, poi, la Marina le cui navi sostengono da un pezzo il ruolo principale. A cominciare dal far rimangiare ad Haftar quanto appena detto sugli attacchi ai quali avrebbe sottoposto le nostre unità: minaccia ridicolizzata con un alzo di sopracciglio.

Ecco, quando ci si domanderà a cosa servono armi ed equipaggiamenti mi piacerebbe che qualcuno si ricordasse di oggi: a questo, a fermare la minaccia quando diventa concreta e grave. Essere superiori in modo schiacciante evita di dover sparare. Si chiama “deterrenza” e incarna la certezza per chiunque abbia velleità offensive di una ritorsione immediata e tanto massiccia da annullare qualunque successo iniziale ottenuto.

L’Italia è sul Rimland, bisogna tenerlo ben presente, danza pericolosamente sull’orlo del vulcano, e deve ricordarsi quello che è – per «luogo geografico, contesto storico e tradizioni di un popolo» oltre che, aggiungo io, per dimensione politico-economica – e cioè una “potenza regionale”. La quale vuole mantenersi libera e prospera. Altrimenti la strada è quella della sottomissione, una via già percorsa dalla Penisola nel passato e che ha portato solo miseria, disperazione e distruzioni. Credo proprio non esista scelta possibile. Questi sono il tempo e il luogo. Nessuna fuga è ammessa.

 

 

Federico Moro vive e lavora a Venezia. Di formazione classica e storica, intervalla ricerca e scrittura letteraria, saggistica, teatrale. È membro dell’Associazione Italiana Cultura Classica e della Società Italiana di Storia Militare.
Ha pubblicato saggi, romanzi, racconti, poesie e testi teatrali.