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Per anni la concertazione ha ispirato una moltitudine di prassi decisionali, ed è stata applicata in quanto conduceva a decisioni e politiche condivise; la concertazione per lo sviluppo, nel settore urbanistico, o per l’approvazione di leggi riguardanti i servizi pubblici, o per le politiche sociali.

Consideriamo l’intermediazione come un coinvolgimento di associazioni, di corpi sociali, interessati da un provvedimento in cantiere, o che manifestano interesse e volontà di partecipazione ad un processo deliberativo. L’intermediazione come un processo aggregativo, antecedente la produzione delle decisioni. L’intermediazione e la concertazione propriamente non coincidono, essendo la concertazione una prassi con maggiori implicazioni, che prevede oltre la reciproca consultazione anche un’azione organizzata di comune accordo; ma fanno parte ambedue della stessa visione che tiene in considerazione i corpi sociali per l’emanazione di decisioni e politiche.

Un coinvolgimento che consiste in una mediazione da parte di gruppi tra l’amministrazione e i cittadini, o più propriamente in una aggregazione di gruppi da parte dell’amministrazione.
Un’aggregazione che presenta vantaggi: prevenire un potenziale conflitto tra l’amministrazione e le varie associazioni, civiche, partitiche o sindacali; in occasione di opere pubbliche, per esempio nel campo dello smaltimento rifiuti, tentare di evitare l’effetto NIMBY (dall’inglese “not in my backyard”, che l’opera in questione venga realizzata fuori dal mio territorio!); acquisire proposte e suggerimenti dei gruppi interessati; assicurarsi il loro apporto – o per lo meno un atteggiamento non ostile – in fase di implementazione, di attuazione delle scelte (anche se questa funzione non ha più l’efficacia di un tempo, in quanto non è detto che i singoli associati seguano poi i dettami dell’associazione, visto lo scollamento interno a partiti, sindacati e associazioni).
Non è proficuo escludere i corpi sociali, scrive Gianfranco Pasquino in un suo pregevole scritto, piuttosto contrario alla disintermediazione (“I corpi sociali nel disegno istituzionale” Fondazione Gramsci Emilia- Romagna, Giugno 2015.)

L’avvento della crisi economica internazionale del 2008 ha provocato una riconsiderazione in negativo di questi lunghi e inclusivi processi di mediazione, e soprattutto di concertazione, anche perché il coinvolgimento di gruppi comportava e comporta la loro successiva soddisfazione, sia normativa sia in termini di distribuzione delle risorse. Inoltre, sussiste il rischio – spesso avveratosi – che la concertazione, a causa di ripetuti accomodamenti ed emendamenti, provochi una attenuazione dell’efficacia insita in un provvedimento normativo originario.

A livello politologico si è fatta strada una linea di pensiero che richiede agli organi decisionali una maggiore autonomia di gestione del processo decisionale, anche ai fini di una più chiara individuazione, da parte dei cittadini elettori, delle responsabilità delle scelte da imputare alle varie amministrazioni.

Come esempio di ponderoso processo di intermediazione, a livello locale, cito uno studio-esperimento del 2002 svolto a Torino dal politologo Luigi Bobbio, su committenza della Provincia: “Come smaltire i rifiuti. Un esperimento di democrazia deliberativa”. Per la verità un esperimento di democrazia argomentativa, escludente il momento della votazione. Per la precisione, spiega Bobbio, nella terminologia anglosassone si intende la deliberazione come un processo “dialogico e discorsivo”, basato sugli argomenti, quando invece nella terminologia italiana la deliberazione comprende anche la votazione. Una sperimentazione lunga e laboriosa per la scelta di un sito per una discarica, tra 21 individuati, e di un sito per un inceneritore, tra 17 individuati, durata 17 mesi, con 35 riunioni. Si rimane impressionati dalla quantità di enti pubblici e associazioni private interessate, con 23 rappresentanti degli enti locali, 4 rappresentanti di aziende che trattano i rifiuti, 17 comitati di cittadini.
Un processo, quello dell’intermediazione, che ha dimostrato tutta la sua onerosità: lunghezza esasperante nel mettere d’accordo le varie istanze, alti costi dovuti anche all’impegno ed al tempo impiegato.

Intermediazione, allora, o disintermediazione? O più concretamente e opportunamente, quanti e quali gruppi coinvolgere nel processo di consultazione? Non è saggio escluderli, ma non si può certo ammetterli tutti alla consultazione, come suggerisce anche Gianfranco Pasquino.
Sarebbe opportuno ammettere gli interessi giudicati fondamentali, indipendentemente dal numero delle associazioni che di questi interessi si fanno carico. Ma soprattutto, tenendo sempre presente il quadro generale di una riforma, si dovrebbero non ammettere i portatori di istanze incompatibili con la riforma stessa. E questo è un criterio plausibile da osservare, il criterio della compatibilità delle istanze dei comitati e delle associazioni con lo spirito e con la organicità del progetto da realizzare.
Quindi, una inclusione (o esclusione) di corpi sociali selettiva. Una selezione da concretizzare caso per caso, a seconda della natura di una riforma, dei suoi obiettivi, dei tempi opportuni per il raggiungimento di decisioni, e a seconda della qualità e quantità dei corpi intermedi interessati. La selezione finale spetta dunque al gruppo dei decisori. E qui la politica deve dare prova di coraggio e risolutezza, il che spesso non avviene.

Inoltre, da parte di molti corpi sociali (tra cui anche i sindacati) è attualmente dilagante e sistematico il richiamo – spesso inappropriato – a valori e a testi costituzionali, per avallare o coprire interessi (legittimi) o rendite di posizione (di dubbia legittimità); interessi che magari confliggono con gli obiettivi e lo spirito di una riforma. A tal proposito una cosa è alla portata di tutti: chiamare le istanze portate avanti dai gruppi per quello che sono, cioè interessi, in modo da diradare le cortine fumogene di copertura. Una copertura spesso artificiosa, con slogan e parole d’ordine altisonanti che richiamano ideologie e valori. Oltre tutto, sono richiami che per la loro frequenza e la loro inidoneità finiscono per inflazionare e svalutare anche quelli che veramente sono valori e testi preziosi.

Toscano di provenienza, risiede da tempo a Venezia-Mestre. Ha avuto Esperienze manageriali in aziende industriali e di servizi pubblici. Collabora con istituti universitari ed enti di ricerca. Da tempo membro della Società Italiana di Studi Elettorali, particolarmente interessato alle dinamiche dei flussi e competente nella materia. Per finire è grande appassionato di fotografia, con predilezione per le cattedrali gotiche.