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Manca qualcosa, a quella frase “Aiutiamoli, e aiutiamoli casa loro”, che, anche se tra molte polemiche, sembra tornata di moda.

Qualcosa andrebbe aggiunto, per rendere concreta questa affermazione di intenti, perché non resti “ideologica” e quindi effimera. Manca, secondo me, il senso e la qualità della rinuncia, del sacrificio, della “diminutio” che qualcuno deve compiere perché qualcun altro sia aiutato, qui o altrove.

Ogni gesto di sostegno e di aiuto presuppone che chi aiuta sottragga a se stesso delle risorse, e le conceda ad altri. Il mantello che san Martino condivide con il povero non si duplica per la bontà d’animo del cavaliere. Si divide, invece, e a Martino ne resta la metà. Non è possibile parlare di politiche di aiuto dimenticando che la bottiglia da cui si versa il vino dell’accoglienza resta poi per forza un po’ meno piena.

Dei due attori che in questi mesi ragionano intorno al tema “Aiutiamoli, e aiutiamolo a casa loro”, la Chiesa ha ben chiaro da sempre che aiutare significa dare. Non entro nel merito dei modi e delle eventuali distorsioni dell’azione della Chiesa verso i Paesi poveri. Qui conta solo che la Chiesa, mettendo in campo queste azioni, ha dato tanto. Nel Terzo Mondo come nelle nostre città. I cristiani hanno ben chiaro in testa che non si aiutano gli altri se non a partire da un sacrificio personale e concreto, da una scelta che è sempre, anche se in piccola misura, scelta di autoprivazione. I Veneti, aggiungo, lo sanno ancora meglio, perché fortemente veneta è la tradizione del dono di sé in favore di chi ha di meno.

L’altro ambito in cui ci si confronta a partire dall’assunto “Aiutiamoli, e aiutiamoli a casa loro” è la politica. E qui l’idea che per aiutare qualcuno ci si debba privare di qualcosa è la grande assente. Si discute se aiutare qui o aiutare là, ci si confronta su dove intervenire, ma si tiene ben lontano dal tavolo del confronto ogni ammissione sui “costi” di ogni intervento. Si gioca, in sostanza: si propongono due formule come se entrambe fossero magiche, e come se, una volta individuata la migliore di queste formule – aiutiamoli qui o aiutiamolo a casa loro –, avremo trovato il modo di dare ciò che serve a chi ne ha bisogno… a costo zero.

Poiché non è così, alle affermazioni “Aiutiamoli” e “Aiutiamoli a casa loro” i politici e gli amministratori dovrebbero aggiungere una chiara ammissione dell’inevitabile costo di qualsiasi intervento. Qui o là è un falso tema, perché il tema vero è che comunque occorrono risorse da mettere in campo: comunque accogliere qui, o sostenere là, significa per i cittadini dei Paesi ricchi ritrovarsi impoveriti perché qualcun altro stia meglio, o subire la concorrenza degli “altri” nelle politiche del lavoro e in quelle abitative, o avere in casa “altri” con un odore diverso e abitudini sociali diverse, alcune anche “complicate” da gestire.

Lo Stato laico potrà avere anche meno slancio della Chiesa, in fatto di accoglienza e di aiuto; sta su un altro pianeta, lo Stato, e faccia il suo.

Deve rispondere a due domande, lo Stato laico. La risposta alla prima – “Li aiutiamo qui o li aiutiamo a casa loro?” – conta relativamente poco, ed è banale: va fatto questo e quello. Cruciale invece è la seconda domanda, che suona così: “Per aiutare i Paesi poveri, a chi in Italia sottraggo risorse? Ai pensionati? Ai lavoratori? Alle imprese? Ai ricchi? Alle banche? Al ceto medio?”. Il resto è dibattito ideologico… Poiché aiutare costa, partiti e governi devono rispondere a questa domanda: devono dire chi a casa nostra si ritroverà con una coperta più corta, tagliata a metà dalle irrinunciabili politiche di accoglienza e di aiuto ai Paesi poveri, che costano, altro che fandonie. E devono dire su chi si farà gravare il peso della presenza di tanti “nuovi” italiani. Che sono un problema, altro che favole.

Ed è rispondendo a questa domanda “Chi paga per aiutare altri” – non giocando al gioco “Li aiutiamo qui o li aiutiamo a casa loro?” – che spiegheranno al Paese se sono di sinistra o di destra.

 

 

 

Veneziano per costumi, anche se non per nascita, ha cominciato ad osservare e a raccontare la città attraverso gli articoli e le inchieste di GENTE VENETA, di cui è stato caporedattore per dieci anni. Come portavoce del sindaco Paolo Costa, nei primi anni del Millennio ha seguito da vicino alcuni dei grandi progetti per il rilancio di Venezia, dalla ricostruzione della Fenice al processo verso la Città metropolitana, dall’idea del tram a quella della rete dei parchi urbani alla riorganizzazione delle Municipalità dentro il Comune unico. Dal 2005 al 2015 è stato il responsabile culturale del Duomo di Mestre, che ha contribuito a far crescere come luogo di elaborazione di culturale e di impegno civico attraverso eventi e convegni – dove ha portato Gianfranco Fini ed Emma Bonino, il cardinal Ruini e don Colmegna, Jacques Barrot e Vittorio Sgarbi, Massimo Cacciari e Philippe Daverio, Moni Ovadia e Oscar Giannino – e attraverso le pagine del giornale PIAZZA MAGGIORE. Gli stessi temi tornano nel suo blog www.piazzamaggiore.wordpress.it, e nel suo libricino “Venezia. Cartoline inedite”, pubblicato nel 2010.
Da qualche anno segue la comunicazione dell’Azienda sanitaria veneziana.
  • Luigi Marchetti

    L’articolo tocca un problema cruciale delle politiche (o pseudo-politiche) rivolte ai migranti e ai paesi di provenienza. Il dichiarare quante risorse reperire, e a discapito di chi reperirle, sarebbe un motivo di chiarezza e di realismo politico. Non condivido comunque tutto l’articolo: non è banale, a mio avviso, la sclta se aiutarli qui o a casa loro, anche se sono d’accordo che vanno intraprese tutte e due le strade, con criteri di scelta e selezione ben saldi.