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Incazzatura feroce, furiosa e biliosa.

Se devo assegnare una cifra al tempo in cui mi è data l’avventura di vivere, ebbene questa (anche questa, per fortuna non solo questa), è la cifra che riconosco ogni giorno attorno a me; una cifra che, lo dico subito, non è la mia; e per questo sono pesce fuor d’acqua, finirò per rinchiudermi in casa e non se ne parla più.

La rilevazione di questa cifra è già un luogo comune ma mi tocca aggiungerla perché ha un fondo di verità. E cioè: i social network sono lo strumento, anzi il luogo, dove lo sfogatoio quotidiano rovescia la bile e diciamo pure, senza tema di esagerare, l’odio, quello sopito, sottinteso e quello manifesto. Va anche detto che questi benedetti social network si rivelano alla fine veramente molto utili per capire la società che ci sta addosso, perché rivelano veramente il fondo più genuino della gente. Lì non c’è trucco, è odio vero.

Nella realtà non virtuale, se vai per strada, al lavoro, nella normalità appunto, a dir la verità non ti tocca di vedere questa rabbia feroce nella gente. Si litiga certo, un po’ dappertutto, ti capita di sapere, più che vedere, di risse, sai che la gente può esplodere per una futilità legata a uno sgarbo nel traffico. Ma lo leggi sui giornali. E ti fai l’idea comunque che la maggioranza della gente si fa i fatti suoi con una certa bonomia verso gli altri. In un colloquio normale una persona può perdere le staffe, ma normalmente si trattiene. Tutta finzione quel trattenersi nella realtà quando capita? Si e no. Potrebbe essere rabbia trattenuta che non ha il coraggio di colpire duro per le conseguenze che lì per lì potrebbero capitare, non si sa mai.

Invece con il Burka della tastiera viene fuori la vera indole della maggioranza, anche quella apparentemente più innocua. Che ha bisogno come il pane di nemici per sentirsi bene e nel giusto. E di menar le mani. Oppure di ergersi a tribunale del popolo.

Contro chi si scatena questa rabbia che arrossa gli occhi? Potrebbe essere quasi irrilevante chiedersi contro chi.

Ma la casistica è solo apparentemente infinita. Si riduce invece a pochi ben definiti casi che si comprendono meglio se si presta attenzione a ciò che nei Social NON trovi mai.

Intanto nei Social non trovi mai sfogatoi relativi alla dinamica quotidiana della gente. Le incazzature vere, quelle dal vivo che degli altri non vediamo mai perchè si hanno di solito in famiglia, anche in senso lato, non solo nella famiglia stretta, non si vedono nemmeno al video del computer; non troverai mai sfogatoi contro la suocera rompicoglioni o contro il fratello che se ne frega di accudire i genitori. Oppure non si vedono le incazzature frequenti nella realtà che si hanno sul lavoro variamente inteso, quello diretto e quello derivato dai rapporti indotti. Anche questo niente di niente. Nessuna traccia di queste cose sui social. Troppo banali e poi hanno dimensione privata. E al negativo il privato non interessa.

Insomma non troverai mai la foto dei piatti scaraventati a terra in pezzi, per una lite e commentati con disprezzo da chi ha subito l’atto dell’ira della moglie o del figlio ribelle.

Semmai nei social famiglia, lavoro, amici li trovi per l’esposizione contraria, quella spensierata e solidale che ti chiede “come si elimina un favo di vespe” e più frequentemente quella narcisistica che espone una finta felicità amicale alle stelle con la foto di gruppo in Trattoria o, sempre in foto, il gatto di famiglia, il selfie di famiglia, le lasagne della domenica, marito e moglie con le Dolomiti sullo sfondo, felici, sereni (è di solito la foto che poi i giornali pubblicano quando uno dei due accoltella l’altro, come dire: ma guarda un po’…).

Mi si dice che tra i giovanissimi le questioni amorose a volte nei social scatenano risse, sempre sulle gelosie e su futilità varie. Ma questi giovani il mezzo social, Face Book per esempio, per queste cose non lo usano troppo per una buona ragione: non sanno scrivere nemmeno nefandezze. E in questo caso si rifugiano nei social tascabili che consentono scambi con linguaggio primitivo fatto di fonemi che capiscono solo loro.

Vedendo allora ciò che nei Social non c’è ci sia avvicina a ciò che c’è, lo si mette più a fuoco. Ed è abbastanza facilmente inquadrabile. In verità ci sono solo un paio di schemi dell’incazzatura brutale, poi riconducibili a uno solo e accompagnati da corollari di sentimenti che non sono odio, ma lo presumono.

Uno schema è quello dello sfogatoio verso chi ha commesso azioni giudicate aberranti sul piano sociale. Non le enumero, si capisce quali sono e la casistica, la classificazione della casistica è ridotta. Se solo solo il protagonista dell’azione aberrante ha un profilo in un social viene inondato da insulti gridati da tutti coloro che verosimilmente si comporterebbero, se ne avessero l’occasione, come si è comportato lui; lo si capisce dalla violenza che esprimono, dal tono che utilizzano, dal Killeraggio verbale. Più articolato è lo scambio di insulti quando il fatto in questione divide il pubblico tra colpevolisti e innocentisti. Qui il protagonista scompare e il ping pong passa al suo pubblico. In questo caso ci avviciniamo alla dimensione vera della incazzatura globale.

Che è quella sui fatti realmente pubblici. L’esposizione pubblica su fatti pubblici dà l’ebrezza di essere in qualche modo protagonista e di rifarsi della frustrazione di essere solo numero.

Il “solo numero” diventa giustiziere.

Quello dell’essere giustiziere si allarga poi alla dimensione più ricorrente che osserviamo nello sfogatoio, quella di carattere politico o politico-sociale con rilevanza pubblica. Ovvio e comprensibile che la cosa interessi la contrapposizione tra schieramenti partitici. Sarebbe, come dire, normale. In realtà c’è una predisposizione trasversale che in molti casi allea, senza neppure che i protagonisti se ne accorgano, appartenenze partitiche diverse, anche perchè in fondo non c’è partito che non si fondi sulla faziosità. E la faziosità accomuna. Ti senti solidale nel metodo e il merito può attendere.

E qui la cosa si fa interessante.

Qui lo schema diventa veramente un classico. Che mi pare questo. C’è il potere da una parte, corrotto sempre e comunque, fatto di ‘careghe’ occupate, simboleggiate dal potente più in vista di turno: per esempio un sindaco, un premier e i loro retroterra di governo. Dall’altra c’è invece il cittadino, portatore sano di virtù civiche, solidale con gli altri cittadini, onesto e sfregiato dall’arroganza oligarchica. Autorizzato moralmente a incazzarsi perché vittima. E’ l’incazzatura etica della vittima.

Infatti il vittimismo è l’atteggiamento che accompagna l’incazzatura costantemente, vittimismo che ha come suo corollario la colpevolizzazione del nemico di turno. La quale a sua volta si rivolge indifferentemente al fare “male, malissimo” le cose da parte del potente politico o al non farle, all’omissione (“non sta facendo niente per….’sto stronzo”) e al suo conseguente regale onnipotente e inaccettabile isolamento. “Dallagggénte”.

A tutte queste modalità si accosta, e a volte si sostituisce per coprirlo, l’altro sentimento, ritenuto nobile, manifestato da chi è oltre, superiore, non si abbassa neanche all’insulto o comunque se lo usa lo riveste: l’indignazione. Se ci si pensa è il sentimento-atteggiamento di chi è incorruttibile e può permettersi l’orgoglio di “considerare non degna” nei suoi confronti una tal azione, che è troppo bassa per la sua altezza etica. Di solito questa figura è un “capo bastone”, un punto di riferimento, attira i consensi dei più pavidi incazzati (“complimenti tal dei tali, ti appoggio, ti sostengo, vai avanti…”), capaci per l’insulto truculento ma inadatti all’indignazione nobile, che è più difficile e riesce solo a chi ha studiato.

Questo indignato giudica dall’alto, si trattiene con un fremente linguaggio misurato, sembra quasi voler ragionare (sembra). Si tradisce quando indulge nell’altra caratteristica dell’odio sopito: l’ironia, più frequentemente il sarcasmo, dove dà il meglio di sé, scadendo senza accorgersi a battute da trivio che non capisce nemmeno lui. Ecco allora che scatta, incazzatissima, la solidarietà degli onesti dal basso contro l’orgia del potere, accomunati da uno slogan che dà i brividi se se ne vede l’applicazione oggi in confronto a quella del passato, e soprattutto verso “chi” nel passato si applicava: Resistenza! ( il termine si è consacrato contro il nazifascismo, tanto per dire)

Tutte queste cose oggi hanno una palestra frequentatissima in Venezia. La lasciavo in conclusione, ma su questo stile dominante la mia beneamata città è una fonte d’ispirazione permanente. I resistenti veneziani sono uno spaccato di quello che sono i cittadini resistenti più o meno ovunque. I loro sentimenti rancorosi e furibondi contro il potere è il medesimo. Qui a Venezia con i Social però si autoconvocano, passano dalla rete alla strada, dove si fanno vedere come un vero e proprio comitato di liberazione.

Se si seguono i Social sul tema Venezia, sui suoi eterni problemi, con l’aggiunta del degrado di Mestre, del futuro di Mestre e del futuro di Porto Marghera, non si farà fatica a riconoscere in quintessenza, paro paro, la cifra dell’incazzatura permanente e del moralismo giustizialista che è del nostro tempo: mai uno straccio di pensiero critico, non dogmatico, possibilista, dubbioso; bensì l’odio vero e genuino, assatanato contro il potente cattivo.

Questo potere dominante presume il contropotere dal basso dal cittadino organizzato e solidale che parte dai media e finisce, come già detto, in strada, il luogo dei “buoni e coraggiosi” a manifestare l’orgoglio. L’incazzatura in strada si sopisce, si sospende perché si è tra amici, per ricominciare subito dopo a casa: finiti i ringraziamenti reciproci per “esserci orgogliosamente stati”, il Forum degli onesti ricomincia con più vigore di prima verso il nemico comune.

Il luogo citato, Venezia, è veramente un paradigma. Si seguano al riguardo i dibattiti su Social sulle Grandi Navi, spopolamento, turismo selvaggio, cittadino espropriato, scandalo MOSE, sindaco Brugnaro e sue battute, Referendum separatista, immigrati a Mestre. Vi troverete tutto, ma proprio tutto quanto si è cercato di narrare.

Per concludere una nota politica, si fa per dire. Che questo stile sia proprio della gente che poi finisce per sostenere i partiti populistici di casa nostra a Venezia come in Italia…beh è fin troppo scontato e non c’è nulla da aggiungere. Questi partiti si nutrono per loro stessa costituzione di tutto ciò. Il fatto è che anche la cultura della vecchia sinistra ormai in decomposizione si è fatta conquistare alla grande da questo stile che è praticato da molti elettori, o sedicenti tali, della sinistra radicale, ormai del tutto confondibile con i partiti populisti, e lo si trova anche nelle faide interne di chi sostiene il Partito Democratico.

Non c’è scampo allora.

 

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.