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Prendiamo atto.

Lo dicono i politologi, meglio, gli osservatori e i tuttologi della politica che affollano le prime pagine dei giornali con i loro dotti editoriali in cui ti spiegano come vanno realmente le cose, perché loro sanno e capiscono.  Ma non ce ne sarebbe bisogno perché è una cosa che si vede ad occhio nudo: la politica italiana, e, vedo, non solo italiana, è frazionata in tre aree di consenso, nettamente separate tra di loro; e chiamiamolo, parola grossa, ‘consenso’ (un terzo, un terzo, un terzo o se si vuole un 33,3 periodico per tre): tre poli irriducibili ad alleanze reciproche. Irriducibili non solo prima del confronto elettorale, pura fantascienza questa, ma che lo saranno anche dopo (almeno da quel che si intende ora). Con questa prospettiva andremo verosimilmente alle prossime elezioni politiche.

Vero che nessuno è realmente al 33,3 periodico, ma i satelliti sono teoricamente, molto teoricamente, aggregabili per forza di gravità in egual proporzione ai tre poli, per cui: ci siamo, questi tre all’ ingrosso sono i valori numerici in campo.

Quindi stallo permanente.

Ho poca o nulla dimestichezza con le leggi elettorali. Nel passato, anche per emulazione, mi ero schierato per alcune leggi, rivelatesi parziali, se non fallimentari. Per cui da allora sulle leggi elettorali nel merito mi taccio. Può essere che qualche formula elettorale, non so quale, possa per sua intrinseca forza, cavare le castagne dal fuoco ad uno dei tre poli favorendolo, sbloccando cioè lo stallo e in una società che tira a campare sarebbe già qualcosa.

Ma non è questo il punto.

Non cambia la sostanza ‘sociale’ e ‘culturale’, azzardo, ‘antropologica’ di un paese drammaticamente diviso. Anzi il fatto che si invochi la necessità di una legge elettorale per andare oltre lo stallo, vuol dire che si accetta come fisiologico fino all’eternità il fatto che il paese rimanga diviso in tre, e comunque diviso; al di là di ciò che può produrre una legge che ‘droga’, cioè altera la condizione di divisione e di stallo, imponendo sempre e comunque governi di sostanziale minoranza; che si può star sicuri, stante la loro oggettiva natura, verranno sempre rinfacciati da chi dal governo è restato escluso. L’escluso con quest’arma si appresterà alla successiva campagna elettorale che comincerà la sera stessa della sconfitta e durerà se va male cinque anni e se va bene per incidenti di percorso anche meno (lo sconfitto si guarderà bene dal considerare che comunque avrebbe potuto usufruire anche lui esattamente dello stesso vantaggio).

I politologi, quelli che hanno la ricetta giusta per la legge, naturalmente ti diranno che questo è normale, perché è normale che ci siano le divisioni politiche e che anzi il conflitto permanente genera concorrenza ed è quindi politicamente sano. Perché i politologi “prendono – anche loro – atto”, mai che si slancino a offrire proposte che modifichino a monte le condizioni sociali e culturali per cui poi non sia necessaria una legge elettorale per fare, chiamiamole, maggioranze abbastanza stabili: per “sapere alla sera a urne chiuse chi ha vinto le elezioni e governerà stabilmente per cinque anni…”.

Vinto? Governerà?

Infatti in tutto ciò viene a parer mio rimosso il rilevante tema che ci sta dietro, sullo sfondo: nella politica italiana non si è ancora vista davvero, da parte di alcuna forza politica, la volontà di andare fino in fondo per cercare le strade del consenso vero, quello sostanziale e non quello artificiale.

Cosa intendere per consenso non artificiale? Quello che si basa su una larga coesa maggioranza come si dice ‘qualificata’ che si regge da sé in modo inequivocabile e non appunto rinfacciabile per la sua oggettiva minorità salvata da un premio di maggioranza qualsiasi. Cosa può voler dire consenso se non ‘l’acconsentire da parte di molti’ a un progetto di società largamente condiviso? Per volerlo ottenere, sapendo comunicare quel che si ha in testa, bisognerebbe puntare ad avere a monte una forte, ampia coesione sociale da parte di una comunità che si senta tale, per storia comune, unità d’intenti, per interessi condivisi, collettivi e generali.

La mia critica severa, per quel che può contare ben s’intende la mia severità, al Partito Democratico a dieci anni dalla sua fondazione – degli altri, si sa, mi interessa assai meno –  sta tutta qui. Non nei suoi contenuti che sono al fondo condivisibili e non da oggi. Ma sui tentennamenti scoraggianti con cui a volte vengono, o non vengono, portati in porto; nelle continue lentezze e contraddizioni nel proporli; derivate dal fatto che non si sono mai sorrette su un consenso forte, ampio, popolare, presente da nord a sud e anche in questo senso ‘nazionale’; in grado cioè di garantire già in partenza l’accettazione delle riforme e dei cambiamenti per non doversele conquistare faticosamente dopo. Se no si gioca d’azzardo, com’è successo con le riforme costituzionali e un referendum indetto alla cieca e malamente perso.

Nulla di diverso sia ben chiaro da ciò che da quasi sempre caratterizza la nostra politica.

Quasi sempre, perché c’è chi ci ha provato in altri tempi e con altre diverse prospettive.

 

Enrico Berlinguer in tutt’altro contesto, con altre culture politiche, unico caso che io sappia non solo in Italia, si era posto il problema del consenso dopo il golpe cileno contro l’esperimento di socialismo democratico di Allende. Con la consapevolezza, di fronte ai fatti, che nessun cambiamento sostanziale in una società complessa avviene senza una larga base consensuale. Il cambiamento che convinca nel progetto tutta una società non può in nessun modo essere condotto e governato da una parte, avesse anche il 51%, come forse Allende, inutilmente, aveva, con tutta l’altra parte contro.

Il fallimento è dietro l’angolo sempre.

Il “compromesso storico”, formula che con l’aggettivo nobilitava il sostantivo, nasceva da questa tesi di fondo.

Ce lo dice con lucidità Francesco Piccolo nel suo libro “Come tutti gli altri” (già uscito due anni fa per Einaudi e ristampato quest’estate dal Gruppo editoriale Repubblica/Espresso). Era un cambiamento da rivoluzione copernicana per il PCI perché si passava dall’isolamento comunista, – un comunismo camuffato perché già per altro su posizioni socialdemocratiche, (guarda caso anche allora confinato nel recinto del 33%, ma spesso al di sotto di tale cifra), alla contaminazione con l’altro grande filone del pensiero socio politico, quello di derivazione cattolica, per esprimere insieme una cultura di governo. Che a somme fatte, anche se solo ipoteticamente, avrebbe potuto sorreggersi su una maggioranza parlamentare di oltre il 60%; questo come minimo è il numero che anch’io ho in mente quando parlo di consenso reale. Berlinguer a questa conclusione c’era arrivato da solo e prima di tutti, ma destinato a restare tale anche dopo.

Il fallimento di questa ipotesi, dovuta sicuramente al delitto Moro che cambiò tutto lo scenario – ci dice sempre Piccolo – fece per rigetto tornare nel proprio ghetto il PCI di allora, che tornava, con uno slancio repentino quanto immotivato, alla linea di sempre, quella dell’essere ‘alternativi’ sempre e comunque. Una linea sostenuta proprio da Berlinguer stesso nella fase finale della sua vita che, rinnegando di fatto la sua intuizione precedente, fieramente e orgogliosamente rivendicava nuovamente la ‘diversità’ comunista. Consacrata nell’84 proprio dal suo funerale dove, con un milione di persone in piazza, il popolo del PCI esprimeva, oltre che la propria commozione, anche e soprattutto il proprio e orgoglioso essere ‘diverso’.

Ho sempre pensato che se c’era un momento in cui il compromesso storico avrebbe avuto un valore ancora maggiore sarebbe stato soprattutto dopo quel delitto, a maggior ragione dopo la fase di trattative con le BR che aveva visto peraltro DC e PCI sulla stessa condivisa posizione di fermezza. Ma evidentemente era destino che andasse diversamente e nessuno mai ci dirà se c’erano i reali presupposti perché quella che era stata solo una teoria diventasse pratica. Piccolo nel suo libro ce lo dice con l’amarezza di chi è costretto a rilevare che la debolezza e i limiti di un grande politico, di cui era ed è grande ammiratore, si sono manifestati proprio nell’ultima fase della sua vita, consacrati, poco prima della morte, dai famosi ‘fischi’ di un congresso socialista ; che solo oggi l’autore del libro vede sotto altra luce e che, se non giustifica, quantomeno comprende (magari fosse più frequente questo tipo di onestà intellettuale che Piccolo esprime).

Restava, quella di Berlinguer e del ‘compromesso storico’, una grande intuizione, improponibile oggi in quei termini, ma sicuramente significativa non tanto per il modello di fondo che ispirava, quanto soprattutto per le analisi a cui si rifaceva e ancor di più per le ragioni che lo rendevano ai suoi occhi necessario.

I tempi di una maturazione troppo lenta fecero invece sì che ci volessero ancora cinque anni e uno sconvolgimento planetario come il crollo del muro di Berlino perché la matrice principale dell’isolamento, l’identità comunista, fosse rimossa (senza per altro sortire effetti rilevanti) e altri venti (in tutto fa venticinque, ma sono trentuno dal delitto Moro e trentasei dal golpe cileno! Un ‘eternità) perché si arrivasse, passando dalla stagione dell’Ulivo, al tentativo del Partito Democratico di proporsi nel 2007 come la grande casa del consenso popolare e democratico, basato anche, ma poi non solo, sulle culture politiche che avevano mosso quel progetto storico berlingueriano; con una componente in più che allora era mancata, quella laica, liberaldemocratica e repubblicana. C’era anche per il nuovo PD l’ambizione di proporsi non come uno dei tanti poli di consenso ma come il polo di riferimento della grande famiglia democratica. A parole e nelle intenzioni, forse. E d’altra parte solo a parole anche l’Ulivo che lo aveva preceduto, si era sostenuto, ma con armi spuntate, su questa stessa ambizione.

Nei fatti un flop dietro l’altro. Bisogna dirlo.

 

Venendo ai nostri giorni Matteo Renzi, non a caso recuperando tutte quelle tradizioni, al suo esordio era sicuramente sulla stessa lunghezza d’onda del voler ottenere un consenso ampio e popolare, per poter governare i processi in una difficilissima fase dell’Europa. E torniamo ai dati da cui siamo partiti: il perimetro, alleati potenziali ma non scontati inclusi, è però oggi ancora quello, se va bene, del 33,3%. Ne’ mi pare siano state messe in campo strategie per arrivare a concretizzare quello che invece Berlinguer era stato ad un passo dal concretizzare, con l’appoggio di colui che sarebbe rimasto vittima, e non a caso, dell’omicidio che quel passo non aveva più consentito.

Noi di LUMINOSI GIORNI che Renzi abbiamo sostenuto fin dall’inizio dobbiamo con onestà e con amarezza osservare anche  il fallimento del suo progetto per ciò che riguarda la base consensuale, progetto che per attuarsi doveva sfondare negli altri campi di consenso. E così non è stato, fin ora. A differenza di Berlinguer Renzi ha anche governato, e indirettamente continua a farlo, ma anche lui con deboli governi di minoranza.

Restano le sue scelte politiche, come si diceva, molto più condivisibili; ma, con questi numeri e questo limitato consenso confinate nell’eterno perimetro, minoritario tra altri due minoritari; scelte destinate ad essere ancora una volta teoriche per la più parte, solo buone e lodevoli intenzioni. Perché anche ciò che è stato fatto, penso per esempio al Job act, risulta monco se non è corroborato da altre scelte complementari.

E mancano le basi, anche nella prospettiva vicina, di ciò che potrebbe accadere con le elezioni per quel surrogato al ribasso del consenso ampio: quella politica di unità nazionale che ne è una riduzione di compromesso, ma che, hai visto mai, avrebbe potuto anche far maturare qualcos’altro.

Anche per questa minimalistica e per nulla entusiasmante ipotesi, è ormai certo, mancheranno i numeri che vengono dagli elettori.

La comunicazione del progetto di Matteo Renzi, non il contenuto del progetto, ha fallito.

E’ finita la sua stagione? Il fallimento nel consenso direbbe di sì, perché puoi avere le mele più belle e buone del creato, e le avevi, ma se non le sai vendere al mercato è come non averle, se in troppo pochi te le comprano. E il tuo tempo sembra essere scaduto.

A lui comunque l’onore delle armi perché, come si dice, “solo chi fa sbaglia”.

E si ricomincia.

 

 

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.