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La Storia, lo ripeto spesso, sa essere piena d’ironia. Così in questi giorni ci troviamo di fronte a due anniversari per eventi accaduti, però, un secolo fa: Caporetto e Rivoluzione d’Ottobre.

L’anno, quindi, è il fatale sotto molti aspetti 1917, i giorni rispettivamente il 24 e la notte tra il 25 e il 26. Il contesto, sempre la Grande Guerra.

Caporetto è diventato sinonimo di disfatta catastrofica. È ormai da tempo nel linguaggio comune dire una Caporetto per significare un evento dallo svolgimento tragico e dagli esiti devastanti. In questo senso, la percezione collettiva ha finito per alterare in modo irrimediabile la realtà. Caporetto ha rappresentato di sicuro una dura sconfitta per il Regio Esercito Italiano, ma non è stata per nulla una catastrofe.

Nell’occasione perse molti uomini, più di 300.000 tra morti feriti e prigionieri, armi pesanti, 2.300 cannoni circa, un’ampia fetta di territorio per una profondità di almeno150 chilometri. Fatto che provocò un esodo di massa delle popolazioni friulane e venete.

Nonostante questo, l’Esercito riuscì a ritirarsi mantenendo coesione e forza combattente: la Terza Armata ripiegò intatta, la Quarta ebbe dure perdite ma rimase efficiente, solo la Seconda ne uscì distrutta.

Non solo. La resistenza offerta sul Tagliamento dimostrò agli Alti Comandi opposti che la partita non era affatto chiusa. L’assestamento avvenne, infatti, sul Piave, linea d’emergenza predisposta da tempo e qui nel giugno 1918 si combatterà la Battaglia del Solstizio che spezzerà ogni velleità austro-ungarica. A un anno esatto da Caporetto, poi, la Battaglia di Vittorio Veneto chiuderà il cerchio portando, questa sì!, al completo annientamento dell’esercito nemico.

A proposito, consiglio le sempre valide pagine scritte da un testimone oculare degli eventi, l’ufficiale dell’artiglieria imperal-regia Fritz Weber (i titoli sono in particolare Tappe della Disfatta e Dal Monte Nero a Caporetto), che racconta con ampi dettagli come si vedevano le cose “dall’altra parte”. In particolare, sono interessanti le pagine in cui racconta lo stato di caos e di penuria in ogni campo in cui versavano i vittoriosi austro-ungarici. Cosa successe, allora, veramente?

Caporetto è la dimostrazione che “la nebbia della guerra”, come la definisce von Clausewitz, è sempre quanto mai fitta e insidiosa. Ad appena due mesi, infatti, dall’Undicesima Battaglia dell’Isonzo, combattuta in particolare sull’Altipiano della Bainsizza, l’Esercito Italiano passa dal successo alla sconfitta. Ironia suprema: sulla Bainsizza l’Austria-Ungheria è in ginocchio, basta un nulla per far crollare il fronte dell’Isonzo e determinare il collasso della Duplice Monarchia.

Sono le due ragioni, orami prossima vittoria italiana e incapacità austro-ungarica di reggere l’urto del Regio Esercito, che letteralmente “costringono” la Germania imperiale a spedire in tutta fretta Otto von Below, un’intera armata e il meglio dei propri equipaggiamenti sull’Isonzo per tentare quanto era riuscito ad August von Mackensen a Gorlice-Tarnow nel maggio-giugno1915: di fronte al possibile tracollo austro-ungarico, sferrare una controffensiva imperniata su truppe e comando tedesco.

A Gorlice-Tarnow il colpo riesce in pieno: la Russia zarista non perde solo mezzo milioni di uomini ma, sommando questa sconfitta alle due patite nelle battaglie dei Laghi Masuri e all’impossibilità di riequipaggiare in modo adeguato le truppe combattenti, vede spezzata l’anima stessa del proprio esercito. Gorlice-Tarnow è una catastrofe.

Al contrario, Caporetto è una dura lezione sul piano tattico del combattimento, delle perdite umane e materiali, del territorio ma… da Caporetto germoglia una reazione di popolo come di rado si è visto nella Storia delle nazioni. È un paese intero che si stringe, si rialza, arma un esercito del tutto rinnovato negli equipaggiamenti e nell’organizzazione.

Un dato che fa riflettere: l’industria italiana, dove nelle fabbriche ci sono soprattutto donne perché gli uomini sono al fronte, sforna nell’anno successivo a Caporetto tanti aerei quanti ne ha prodotti nell’intera Seconda Guerra Mondiale. Il resto di conseguenza.

Sconfitta, dunque, non disfatta e meno ancora catastrofe. Sconfitta che produce rinascita: dovremmo guardare a Caporetto come gli inglesi fanno con Dunquerque o Dunkirk, se preferite. Sulle spiagge belghe si consuma un autentico dramma che solo la resistenza, dimenticata del tutto, dei fanti francesi e l’ordine dato da Hitler alla Wehrmacht di fermarsi non trasforma in massacro.

E l’Ottobre Rosso? Conseguenza ultima delle sconfitte sul campo appena citate, rivoluzione che esplode anche grazie al formidabile aiuto del nemico tedesco, il famoso “suscitar discordie” in casa del nemico evocato da Raimondo di Montecuccoli quale primo e più utile atto di guerra, segna il “secolo breve”, porterà la Russia fuori dalla Grande Guerra e la immergerà in una spaventosa guerra civile. La quale, possiamo dire, non avrà mai fine… continua ancora oggi a quanto pare a me.

L’anniversario dell’Ottobre è fondamentale perché risulta centrale per comprendere l’intera Storia planetaria del Novecento. Andrebbe svuotato dalle sovrastrutture ideologiche, liberato tanto dal peso delle attese salvifiche di chi lo vede come il primo passo verso la palingenesi del Mondo quanto dallo sguardo disgustato di chi ne coglie solo il primo gradino verso l’inferno in terra.

Riportato alla sua dimensione storica reale, non è nessuna delle due cose: semplicemente dimostra quanto una guerra, specie se di dimensioni inusitate quale fu la Prima Mondiale, sia in grado di scuotere dalle fondamenta qualunque società. Specie se a giocare con il fuoco ci sono molti volenterosi artificieri aiutati dalla tecnologia messa a disposizione dal Contemporaneo.

La lezione per noi oggi è evidente: Caporetto è la sconfitta catartica, quella dalla quale si può e si deve rinascere, la prova di cosa può fare una società quando ritrova le ragioni dello stare insieme e persegue obiettivi comuni; l’Ottobre ci mostra quali conseguenze si materializzano quando il livello di discordia civile supera qualunque argine spinto dall’odio ideologico, alimentato in modo plateale dai nemici esterni.

Da Sun Tzu a Montecuccoli, da Macchiavelli a von Clausewitz, tutti i maggiori pensatori strategici hanno sempre posto un particolare accento sulle strepitose virtù della semina in campo avverso del virus della lotta intestina. La sua forma più letale è data dalla capacità di utilizzare i fattori ideologici, la religione ovviamente vi rientra in pieno, per scatenare feroci guerre intestine.

Direi che guardando a quanto sta succedendo di questi tempi in Europa qualche domanda sarebbe ora di farsela. E una in specie. cui prodest? Chi ne ha vantaggio?

Federico Moro vive e lavora a Venezia. Di formazione classica e storica, intervalla ricerca e scrittura letteraria, saggistica, teatrale. È membro dell’Associazione Italiana Cultura Classica e della Società Italiana di Storia Militare.
Ha pubblicato saggi, romanzi, racconti, poesie e testi teatrali.