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La Storia si diverte spesso a rivelare il lato ironico degli eventi. Avete fatto caso che le tensioni separatiste viaggiano lungo il mitico Corridoio 5, quello da Barcellona a Kiev, individuato dall’Unione Europea come uno degli assi portanti della propria rete di comunicazioni transcontinentali?

Il Corridoio 5 evoca l’Alta Velocità ferroviaria e il disastro della Val Susa. Su una carta geografica potremmo tracciare una linea continua che partendo da Barcellona arrivi a Milano e, per il momento, si fermi a Venezia: eccoli qua tre bei referendum anti… Già, anti cosa?

Il primo, quello catalano, anti-Madrid, anti-Spagna intesa come Castiglia innanzitutto, anti-monarchico, quindi decisamente separatista e repubblicano. Il secondo e il terzo, lombardo e veneto, più blandi e timorosi si limitano a chiedere maggiore autonomia dall’odiato stato centrale. Quindi, in maniera generica, anti-Roma. Che è “ladrona” per definizione.

A Barcellona esigono l’indipendenza, a Milano e Venezia qualcosa di simile a uno statuto particolare, magari non troppo lontano da quello dei vicini Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige. Quassù, poi, in Süd Tirol, si anniderebbero altri separatisti, di lingua tedesca stavolta. Per il momento qui non ci sono iniziative clamorose in vista, comunque.

È chiaro che quanto succede in Catalogna ci riguarda tutti. In quanto Europei e perché da Veneti tra poco saremmo chiamati a esprimerci su un quesito in sé molto generico e all’apparenza poco significativo, ma dal grande valore simbolico: e la forma in politica è sostanza.

Perché? Semplice. Se dalle urne di Milano e Venezia dovesse uscire una valanga di Sì è chiaro che il suo rimbombo scuoterebbe l’intera Italia. Si tratterebbe, infatti, di un chiaro pronunciamento tanto della regione più ricca e popolosa, la Lombardia, quanto di una delle principali sia come peso economico che demografico del Paese, il Veneto. Dall’autonomia alla secessione il passo sarebbe breve. In fondo, la Lega, promotrice di entrambi i referendum, è stata fino a poco tempo fa dichiaratamente secessionista. Al punto da appoggiare, oggi, in modo incondizionato i separatisti catalani e qualunque altro voglia dividersi da qualsiasi stato esistente.

Barcellona, Milano e Venezia lungo lo stesso “Corridoio”, dunque, in ogni senso. Bisogna decidere dove si vuole andare e quale prezzo si è disposti a pagare. Perché…

… pare che a Barcellona siano pronti a tutto. O quasi. Perfino a ignorare che l’Unione Europea, invocata a squarciagola come panacea da ogni separatista del Vecchio Continente, non ne voglia sapere di altri litigiosissimi micro-stati al suo interno. Ve l’immaginate, un domani, la UE con catalani, veneti, lombardi, sud-tirolesi, scozzesi, slesiani, occitani, baschi corsi, sardi, bretoni, gallesi, carinziani, bavaresi, fiamminghi, moravi e chi ne ha più ne metta dotati di diritto di veto? Già adesso non se ne esce con l’attuale frammentazione.

L’Europa sta andando dall’altra parte, per fortuna. C’è coscienza che l’anacronismo di uno stato un voto, con la possibilità di bloccare qualunque decisione in aggiunta, deve finire. Il futuro appartiene a una democrazia con istituzioni centrali elette in modo da riflettere il numero dei cittadini, una sola direzione finanziaria, economica, della sicurezza interna ed esterna, capace così di parlare con un’unica voce. In alternativa esiste la rovina.

Già, perché l’opzione diversa non è il semplicistico “ognuno per sé” e staremo comunque meglio: nel Mondo non c’è mai stato posto per i vuoti di potere. I deboli, specie se pure ricchi, sono sempre e ovunque stati divorati dai forti. Non importa se poveri e affamati. Cosa farebbe la repubblica di Catalogna domani? Come reggerebbe questa risibile periferia di 7,5 milioni di abitanti all’impatto con i colossi da 300 e passa fino a 1,2 miliardi di cittadini? Oppure spera che in gioco entrino “combinazioni di alleanze” che le permettano di sopravvivere?

Discorso che vale per tutte le realtà separatiste, se mai venissero alla luce. Ciascuna di loro ha mantenuto sicurezza&benessere, cioè ha potuto far valere il proprio particolare e tanto malfamato “interesse nazionale”, solo perché inserita in un contesto di maggiori dimensioni: la Catalogna non sarebbe nulla senza Castiglia, Aragona, Paese Basco, Estremadura, Castiglia, Andalusia… in una parola senza Spagna. Meno ancora lontana dall’Europa e dalla Nato.

Perché qua il problema sta diventando assillante. Privati delle preziose “sentinelle” dell’Alleanza, alimentate dalla ricchezza diffusa del Vecchio Continente e dalla certezza che, in caso di necessità, un’inesorabile pioggia di fuoco si scatenerebbe contro chiunque osasse attaccare statene certi assisteremo a un nuovo “attraversamento del Reno”.

Cosa significa? È una celebre pagina di Storia, ci riporta al 31 dicembre 406 secondo la tradizione, forse la si deve anticipare all’anno precedente, comunque si riferisce al cedimento dell’ormai indifesa frontiere renana dell’Impero Romano. Data ed evento sono ormai un simbolo nell’inesorabile catena di fatti che provoca la fine catastrofica del Mondo Antico.

Medioevo prossimo venturo? L’ironia della Storia, eccola di nuovo, è che i primi a temere tale prospettiva sono proprio le formazioni politiche più accanitamente “separatiste”: davvero non si rendono conto di cosa potrebbe succedere a un’Europa frammentata, insignificante, incapace di difendersi?

Forse anche lo intuiscono ma, come nella Roma prossima a morire, l’ambizione personale fa aggio su tutto. Ciechi conducono sordi verso il baratro. Precipiteremo tutti.

Solo l’Europa Unita può affrontare e, sperabilmente, reggere l’urto del Mondo Globale. Come ha ben risposto alle invocazioni catalane la Commissione Europea, “Non è il momento di dividersi”. No, non lo è. Specie se al cuore della questione si trova, come in Lombardia e Veneto il 22 ottobre, solo la sfrenata smania di potere di una classe politica locale piccola-piccola.

Pensiamo al “Bene Comune”, valutiamo con attenzione l’”Interesse Nazionale”, combinazione di sicurezza&benessere, e il 22 di questo mese non andiamo a votare: asteniamoci per dire no a qualsiasi progetto separatista. Diamo un segnale forte, il futuro non si trova in qualche strano passato di fantasia. Venezia è già morta nel 1797 per le sue dimensioni modeste e l’incapacità di difendersi da sola. Il 2017, ironicamente giusto 220 anni dopo, non ripetiamo l’errore.

 

 

Federico Moro vive e lavora a Venezia. Di formazione classica e storica, intervalla ricerca e scrittura letteraria, saggistica, teatrale. È membro dell’Associazione Italiana Cultura Classica e della Società Italiana di Storia Militare.
Ha pubblicato saggi, romanzi, racconti, poesie e testi teatrali.
  • Lorenzo Dorigo

    Venezia è morta due volte: 1) nel 1797, dopo una lunga agonia prevalentemente causata dall’incapacità di riformare le sue istituzioni repubblicane; 2) ai giorni attuali, cioè all’apice di una lunga agonia iniziata in epoca fascista con l’unione amministrativa forzosa con Mestre (decisa a Roma), lo sviluppo di Porto Marghera e la ‘deriva modernista’ del gigantismo urbano made in OCSE (sviluppo di aree/città metropolitane), ora sfociata nella sua versione estrema di ‘deriva della globalizzazione’. In questo senso, Venezia è stata progressivamente concettualizzata come città museo da svuotare di residenti ed attività produttive sul territorio per meri fini speculativi legati allo sfruttamento turistico e alle rendite di posizione. E così realmente sono andate le cose. Per tutta la seconda metà del Novecento e primo decennio del Ventunesimo Secolo tutto questo sfacelo ha avuto una lungimirante regia politica ed ideologica, incarnata dalle diverse coalizioni di centro-sinistra che si sono alternate al governo del territorio, prima della loro recente implosione. Purtroppo, chi è venuto dopo di esse, ha mantenuto (se non accentuato) la medesima linea politica, fatta salva un maggiore attenzione per il risanamento delle finanze locali.
    Ora, da instancabili sciacalli, cercate di rinsaldarvi per rilanciare nuove proposte distruttive, e pertanto avete disperato bisogno di un nemico da attaccare, da voi chiaramente impersonificato nella Lega Nord e nella positiva azione di governo portata avanti in Regione da Luca Zaia.
    Cari luminosi paladini dell’equità, quando mai capirete che l’equità di una società si pratica e si misura prima di tutto sul piano fiscale? Quando capirete che le grandi riforme istituzionali repubblicane (e non), le poche volte che si sono compiute, si sono compiute sempre per ragioni precipue di natura fiscale? E soprattutto, quando capirete che il mito del potere assoluto che sopravvive ancora nelle costituzioni repubblicane di quelle nazioni che non riconoscono il federalismo come dottrina politica di riferimento (“la repubblica è una e indivisibile”), è un retaggio giuridico-politico ottocentesco utile ai regni-nazione, tipico delle costituzioni ottriate, incompatibile con le reali aspirazioni delle genti che vogliono vivere libere e in giustizia, protagoniste della creazione del benessere e dell’equità nelle loro città e nei loro territori.

  • Adriano Ardit

    Peccato nn avere letto prima questo cumulo di luoghi comuni e retorica a buon mercato. “Dall’autonomia alla separazione il passo è breve” è la cosa più ignorante che si potesse scrivere. E la retorica stantìa delle grandi dimensioni mi ricorda tanto la pubblicità che per fare una parete grande ci vuole un pennello grande. Ma, come insegnava quella pubblicità, non ci vuole un pennello grande ma un grande pennello