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Ancora una volta queste righe, mi scuseranno i lettori ‘foresti’, si dedicano a una faccenda di politica localistica e veneziana. Ma, come è già accaduto di recente, la riflessione che se ne può ricavare può avere una valenza generale, in linea teorica anche per altri luoghi e a anche a livello nazionale.

La candidatura alla Segreteria Comunale del PD di Venezia di Giorgio Dodi è stata salutata come una buona novità, essendo una candidatura unitaria che ha messo d’accordo tutte le anime del partito. Tra queste anche quella che fa riferimento al gruppo ‘7 luglio’, con cui questa nostra testata ha più di un legame.

Il fatto che poi Dodi sia una figura non troppo nota e di iscrizione relativamente recente è un dato a suo favore, perché si presenta almeno in partenza, privo di quella patina da funzionario interno che spesso ha determinato un agire tattico legato a logiche partitocratiche e ad una certa preoccupazione, da parte di chi aveva la carica, di darsi continuità come politico in ascesa. Lui, da quel che si sa, ha un lavoro, anche di un certo rilievo, ha in definitiva un ruolo sociale anche extra politico, non vive insomma di politica. Ed è buona cosa di questi tempi.

I punti programmatici da lui espressi, stando a quel che è riportato, sono interessanti su molti temi, non ultimo un’affermazione decisa sull’unità del Comune, prospettiva che nel PD ultimamente non era affatto scontata. E’ un gran passo avanti.

Tra questi punti programmatici o, meglio di indirizzo, tuttavia segnalo con una certa perplessità, quello in cui Dodi prospetta un’opposizione all’amministrazione comunale in carica da lui definita, da quel che si legge sui giornali, come ‘totale’. Non ho avuto la possibilità di vedere direttamente il documento del candidato e, come si sa, i giornali riportano i contenuti sempre a modo loro; ma se si confermassero, le affermazioni su questo punto, per ciò che può valere, mi trovano in dissenso.

Io posso capire che per ricompattare un partito che langue si debba rilanciare un ruolo con un’identità precisa, ma questa si potrebbe ottenere anche con una condotta più pragmatica e in definitiva anche più aperta a dialogare con tutti senza preclusioni dichiarate in anticipo. La condotta politica di un partito si muove di solito su due piani, per il presente, inteso anche come breve-medio termine, e in prospettiva per il futuro. Il presente dice che il Partito Democratico è assente dalla compagine governativa della città, ma non è assente in Consiglio Comunale e nelle commissioni. In quest’ambito può farsi valere; ma non decidendo a priori di essere contro per principio, ma valutando il merito scelta per scelta, delibera per delibera e votando di conseguenza. Così anche nel valutare la condotta della giunta.

Essere all’opposizione, per principio e comunque, denota un atteggiamento pregiudiziale che fa leva più sull’appartenenza di schieramento che sul bene generale della collettività. Che ha bisogno di ricevere oggi scelte positive su cui si può costruttivamente cooperare, piuttosto di dover attendere anni gli avvicendamenti al governo. A meno che i giudizi negativi, anche giustificati, sull’operato sino ad ora della maggioranza, pur non essendo dei pre-giudizi ma dei post-giudizi su azioni e scelte (o non-scelte) già intraprese, non finiscano per diventare dei pre-giudizi su quello che deve essere ancora deliberato e scelto, non necessariamente in continuità predeterminata dalle azioni politiche precedenti.

Questo per il presente e per l’immediato. Quanto al futuro e alla prossima partita elettorale il discorso è più o meno lo stesso. Il Partito Democratico si prepari con i suoi programmi sulla città, con proposte ben identificabili sui nodi nevralgici del Comune di Venezia. Nel farlo dovrà chiedere il contributo a tutti i soggetti individuali e collettivi che si sono spesi e si spendono politicamente in città, ma senza preclusioni anticipate. Perché ogni elezione è una gara dove i competitori non necessariamente sono gli stessi della volta precedente ma possono scomporsi e ricomporsi, tenendo come elemento identificativo il grado di omogeneità sul giudizio circa le cose fatte, ma anche e soprattutto sulla proposta delle cose da fare che potrebbero ottenere convergenze non definibili a priori.

Ora in questi anni di acqua ne è passata e io non credo che nella maggioranza al governo della città le scelte siano oggi così omogenee, tra la civica Fucsia e la Lega, per esempio. Così come dubito che il PD riesca a sentirsi troppo omogeneo con le formazioni politiche che solo una rituale identificazione di ‘sinistra’ (ma di vecchia ‘sinistra’) reputa vicine e che su molte scelte per la città mi sembrano in contraddizione con il PD. Esempio? Il senatore Casson, vicino da quel che si sa, a Mdp, ipotetico alleato del PD secondo il vecchio schema, si è espresso favorevolmente alla celebrazione del Referendum separatista, mentre Brugnaro è nettamente contro, esattamente come si è espresso Dodi. Si tenga conto inoltre che il Sindaco in carica, Brugnaro, nonostante le apparenze di una chiassosa opposizione sociale e interna allo stesso personale del Comune e da tenere comunque in considerazione, mantiene un certo consenso in città confermato dai sondaggi, ad un anno di distanza dai precedenti ugualmente favorevoli. Qualcuno obietta che questi potrebbero venire dalle consorterie imprenditoriali che lui avrebbe favorito e che continua a favorire. Può anche essere, ma questo può valere per la Città Storica e non per la Terraferma che è numericamente determinante: lì il consenso è proprio ‘cittadino’ anche se i sondaggi fanno valere come maggioritario il parere di chi si esprime, che è sempre solo una parte degli interpellati. Questo consenso potrebbe trattarsi comunque solo di un’apertura di credito a tempo, per poi fare i conti più avanti, ma per ora è così. E si aggiunga che proprio in questi giorni sono arrivati in città alcune decine di milioni di euro, prima tranche del finanziamento pattuito a suo tempo con Renzi primo ministro su opere decisive per la città. Finanziamento che non sembra essersi rivelato come la bufala o la mossa per catturare consensi al Referendum che alcuni pronosticavano. Un altro punto a favore per il Sindaco in carica. Se dovesse prospettarsi una sua riconferma si è proprio sicuri che sia un bene per il PD, e per la città soprattutto, rimanere fuori ancora per cinque anni dalla stanza dei bottoni? O non sarebbe meglio verificare la possibilità di prospettare una convergenza, magari solo su alcuni punti programmatici chiave, per non restare tagliati fuori?

Le nostre comunità, non solo cittadine ma anche nazionali, hanno bisogno da adesso in avanti di essere rappresentate con un’ampia base di consenso a sua volta fondato su un’ampia coesione sociale. Lavorare con lo schema governo-opposizione e basandosi sempre su minoranze di consenso anche quando si governa, questa mi pare la vera causa dell’immobilismo delle amministrazioni comunali, direi in tutta Italia, almeno laddove, cioè quasi dappertutto, non si sostengono su maggioranze realmente ‘qualificate’. E ‘minoranze’ restano anche se vincono. E’capitato a Orsoni e poi a Brugnaro: il 52-54% con cui hanno vinto il loro ballottaggio, con l’astensione che si è registrata, si riduce sempre ad una minoranza degli aventi diritto e questo dà piedi di argilla a chi governa. D’altra parte lo stesso Brugnaro ha peccato di presunzione, con questa fragile base di consenso, quando ha pensato di governare, come ha poi fatto, senza considerare e cercare di coinvolgere o quantomeno ascoltare le forze escluse dal governo cittadino.

In definitiva l’auspicio è che i riti della politica finiscano di ripercorrere le stesse logiche di sempre che non corrispondono più a una realtà totalmente de-ideologizzata. Questa richiede da una parte chiarezza progettuale depurata da cortine fumogene di parole vuote e in cui non ci sia il libro dei sogni, ma obiettivi realizzabili, da proporre con chi ci sta, senza farsi abbagliare in positivo o in negativo dalla casacca che indossa o ha indossato in passato; dall’altra richiede una prassi capace di comporre e scomporre le maggioranze non a prescindere e per ‘principio’, ma volta per volta su ogni scelta da operare. La parola ‘opposizione’ è, per fortuna, assente dal vocabolario istituzionale, assente nella Costituzione e negli Statuti Comunali; così come è assente la parola ‘maggioranza’, applicata ad uno schieramento. Nessuno il primo giorno del Consiglio Comunale, prima di cominciare i lavori, è all’opposizione, così come nessuno in quel primo giorno è in maggioranza. Ogni qualvolta si alza la mano per votare pro o contro qualcosa ci si oppone o si è favorevoli alla tal cosa e solo in quel momento e su quella specifica cosa; per poi tornare liberi di valutare la cosa successiva che potrebbe non c’entrare niente con la precedente.

E per la quale l’avversario di prima può diventare un momentaneo alleato e viceversa.

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.
  • Luigi Marchetti

    Comporre le maggioranze ogni volta su scelte da aperare. Concordo.