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“Leoni da tastiera”, è la definizione data da Umberto Eco di coloro che, essendo del tutto privi della capacità di argomentare e dibattere ed essendo anche abbastanza vili, colgono l’occasione di sfruttare la rete per sfogare i loro istinti più beceri, trincerandosi dietro le più disparate forme di anonimato.

Il tema, in termini più generali, è quello del cosiddetto linguaggio dell’odio, e, in particolare del suo rapporto con la libertà di espressione.

Nelle democrazie più mature, e in particolare in Europa, la domanda è, se sia giusto difendere in modo assoluto la libertà di espressione, di stampa e di utilizzo di tutte le ultime tecnologie di comunicazione, persino se questa libertà, consenta linguaggi offensivi, volgari e carichi di odio e cattiveria.

In realtà, due sono i modelli che si confrontano su questo tema.

Il primo, quello statunitense, propende per l’esclusione di qualsiasi limite alla libertà di espressione e ciò, proprio in nome di una libertà che, se fosse repressa, determinerebbe una violazione del I emendamento della costituzione americana.

Il secondo, è quello europeo che ritiene invece necessario raggiungere un bilanciamento dei diritti in gioco e giustifica limitazioni alla libertà di espressione proprio per tutelare altri diritti quali l’onore, la reputazione, la privacy e l’identità personale.

L’Unione Europea, è intervenuta sull’argomento con una Risoluzione del 23 novembre 2016 sulla strategia volta a contrastare l’uso di linguaggi che possono ledere i diritti fondamentali, e con la Risoluzione del 16 marzo 2017 incentrata sulla cosiddetta e-democrazia.

In essa, il Parlamento Europeo ha sottolineato come: stante la grande quantità di informazioni eterogenee attualmente reperibili su Internet, è necessario che gli Stati membri adeguino e aggiornino la legislazione per far fronte agli sviluppi in corso, attuando e applicando appieno la legislazione in vigore per contrastare l’incitamento all’odio, sia offline sia online, garantendo nel contempo i diritti fondamentali e costituzionali.

Viene inoltre sottolineato che l’Unione e i suoi Stati membri dovrebbero sviluppare azioni e politiche per rafforzare le competenze trasferibili e il pensiero critico e creativo e l’alfabetizzazione digitale e mediatica, specie tra i giovani, affinché possano fare scelte informate e contribuire in modo positivo ai processi democratici;

Non solo, ma anche le Corti europee sono intervenute rispetto a questo tema così attuale.

Molto significative, sono ad esempio le sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che, prima nel caso Jersild c. Danimarca e poi nel caso Norwood c. Regno unito, hanno negato che le limitazioni apposte all’uso di linguaggi offensivi o di stampo razzista costituiscano una violazione della libertà di espressione.

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea, si è spinta addirittura oltre quando nel caso Connolly, ha sanzionato un dipendente della Commissione Europea che, in modo piuttosto pesante aveva contestato il processo di introduzione dell’Euro.

Queste sentenze, tracciano un percorso molto chiaro di come l’Europa intende porsi rispetto ad uno dei tanti temi connessi all’uso/abuso dei social network.

Esse, tuttavia, sono state comunque oggetto di critiche.

Una delle più frequenti, sostiene l’imprescindibile autonomia della libertà di espressione, posto che il diritto di cittadinanza si esprime anche attraverso il diritto di parola.

Ciò, è vero in linea di principio perché, non poche possono essere le conseguenze della legittimazione di linguaggi e discorsi intrisi di odio e cattiveria.

La propaganda antisemita in Germania e in Italia in tutte le sue forme così come diffusasi alla fine degli anni trenta, rappresentano, oggi più che mai, un monito da non trascurare per l’intera Unione Europea.

La stessa Unione, potrebbe, a buon diritto, invocare con forza la necessità di aprire un confronto trasparente e approfondito tra Istituzioni Comunitarie e colossi del web, per affrontare questo ed altri temi ad esso collegati.

 

 

 

Nasce a Bassano del Grappa nel 1980, cresce a Venezia e si laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Ferrara con una tesi in Diritto Costituzionale seguita da Roberto Bin e Giuditta Brunelli. Nel corso dell’Università studia materie giuridiche presso la facoltà di legge del King’s College di Londra.
Nel 2007 consegue il Master in Istituzioni parlamentari europee e storia costituzionale, diretto da Fulco Lanchester presso l’Università “La Sapienza” di Roma, con una tesi finale su: Elezioni primarie tra esperimenti e realtà consolidate seguita da Stefano Ceccanti.
Oggi vive a Milano dove lavora come avvocato.