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Dopo le rivelazioni in merito all’elezione di Trump ed agli appoggi della Russia ai nostri Lega e M5S – vicende da approfondire, però – il problema delle fake news ha investito il ruolo dei colossi di internet, tra i primi Facebook. Facebook in risposta ha prospettato modalità per contrastarle. Google ha annunciato che i siti che diffondono notizie false non potranno più avvalersi della pubblicità. Ma possiamo chiederci: quanto è efficace e opportuno contrastare la diffusione delle notizie false? E come contrastarle?

Già il campo delle notizie false è piuttosto ampio e difficile da delimitare, con la tendenza a far rientrare nella categoria qualsiasi notizia, o proposito, che non sia suffragata da reale o compiuto accadimento. Per esempio, in risposta all’accusa di emanare e costruire fake news, si risponde – in Italia soprattutto da siti vicini all’M5S – che anche le promesse elettorali non mantenute sono fake news, e quindi sono emanate da tutti gli avversari. Da ricordare per inciso che anche Beppe Grillo ha proposto per l’individuazione delle fake news una contromisura, la costituzione di una non meglio precisata giuria popolare. Però le fakes news non possono essere interamente confuse con la propaganda politica, anche se promesse elettorali che abbiano ben poche o nulle probabilità di essere realizzate si avvicinano de facto ad essere affermazioni mendaci. Si risponde inoltre che anche da parte della stampa tradizionale si producono fake news: l’esempio più citato a tal proposito riguarda l’esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq, mai trovate; una fake new costruita in primis da agenzie governative.

Limitiamoci comunque a considerare come fake news quelle che si identificano con le notizie infondate, in tutto o in buona parte non corrispondenti a fatti o situazioni reali, e costruite e messe in circolazione con consapevolezza della loro falsità. Anche se non è del tutto semplice individuare in concreto le notizie che entrano a pieno titolo ed univocamente in questa categoria.

I provvedimenti che Facebook propone per contrastare le notizie false sono: filtraggio dei contenuti on line, con selezione tramite algoritmi; segnalazione da parte degli utenti; comitati di esperti per la loro individuazione. Per contro, si proclama da più parti la contrarietà a tali provvedimenti, paventati come una grave forma di censura. Tra gli elementi richiamati per opporsi a qualsiasi forma di filtraggio vi è quello relativo alla diffusissima accessibilità alla rete, alla quantità enorme di utenti, una caratteristica “democratica” che contrasterebbe con l’esistenza di una responsabilità editoriale. Il filtraggio presuppone cioè una linea editoriale, che mal si adatterebbe a Facebook, che è una piattaforma universale. Una preoccupazione questa manifestata quasi in modo ossessivo, ancorchè piuttosto vaga, e però non convincente, in quanto Facebook è una società di diritto privato.

In Germania è stata emanata una legge ad hoc, che entrerà in vigore da gennaio 2018, diretta ai social media, concernente il caso degli insulti e dei contenuti improntati all’odio, e alle fake news dai contenuti illegali, passibili di querela; se entro 24 ore da una segnalazione il social non rimuove il post offensivo, rischia una sanzione fino a 50 milioni di euro.

In Italia è stato presentato un disegno di legge nella legislatura ormai al termine, prima firmataria la senatrice Adele Gambaro, ricalcante gli indirizzi del Consiglio d’Europa (nella risoluzione n. 14228 del 9 gennaio 2017), ed introducente una nuova infrazione al Codice Penale (l’art. 656/bis) rivolto a “chiunque diffonde, attraverso piattaforme informatiche….notizie false, esagerate o tendenziose….”. Il ddl Gambaro assume come modello la diffusione di notizie di competenza giornalistica, presupponendo che la competenza professionale del giornalista sommata alla linea editoriale del giornale conferisca bontà o maggiore attendibilità alla notizia.

Tuttavia, la linea editoriale di un giornale deriva da una scelta di campo, che determina la scelta delle notizie da presentare (o da tacere) ed il modo di presentarle. In sondaggi di anni recenti, il giornalismo ufficiale non ha dimostrato di godere di buona reputazione, e ciò ha costituito un incentivo alla formazione di blog, agenzie e siti più o meno politicizzati, per contrastare una stampa ritenuta partigiana ed interessata; adesso constatiamo – uno dei tanti paradossi di internet – che dallo stesso popolo di internet proliferano notizie artefatte, o improntate spesso all’estremismo e all’aggressione feroce verso l’avversario.
La vastità della diffusione, e la sua velocità, sono condizioni ideali per condivisioni immediate, che rendono difficile qualsiasi controllo che emani dalle piattaforme. Inoltre la notizia falsa, quando sensazionale, provoca un impatto emotivo nell’utente, a sfavore dell’approfondimento. C’è poi il problema della condivisione di responsabilità da parte degli utenti che a loro volta diffondono il contenuto artefatto.

Le leggi che disciplinano le dinamiche della editoria tradizionale esistono: è positivo allora regolamentare normativamente, con clausole ad hoc, il mondo digitale? Sarebbe efficace questa ulteriore normazione?
A questo punto introdurrei una distinzione basilare relativa alle notizie false, a seconda che la ricaduta della menzogna o della diffamazione verta sul singolo o sulla collettività.

Nel caso di ricaduta sulla singola persona valgono le norme vigenti, e l’utilizzo di internet integra l’ipotesi aggravata (art.595, comma3 del C.P.) per la diffusività del mezzo usato. In questo caso è auspicabile che la normativa sia utilizzata, si deve convenire con il diritto della persona offesa a difendere la sua integrità morale; anche lo Stato ha interesse a difendere la sua reputazione, che considera un bene giuridico.

Nel caso di ricaduta sulla collettività, esistono le norme che puniscono le notizie atte a turbare l’ordine pubblico, atte a procurare allarme (art.356 del Codice Penale). Sarebbe allora opportuno, nel caso di ricaduta collettiva, un sistema di filtraggio da parte della piattaforma social? Forse è un problema di gradazione del filtraggio, e ci si potrebbe limitare ad un sistema di segnalazione, di allertamento; però, non essendo un informatico, non saprei indicarne le modalità, il grado di fattibilità ed il grado di efficacia.

Direi comunque che una vera azione di censura sia sconsigliabile, anche per il compito oltretutto difficile di controllare la non corrispondenza – non sempre chiara ed univoca – della notizia ai fatti narrati. Quindi è di gran lunga preferibile, anzi è da incoraggiare, un meccanismo di segnalazioni, purchè dimostrative, svolto soprattutto dagli utenti, segnalazioni che oltretutto invitano all’esercizio della critica e ad una sana diffidenza, ed alla consapevolezza che buona parte di quello che gira in internet non è da accogliere in maniera passiva e ingenua.
Questo serve anche ad allenare al senso critico, al confronto con diverse fonti che trattino la medesima notizia, come del resto è buona norma, indipendentemente da internet, la lettura di più di un quotidiano in relazione ad un fatto degno di interesse.

Si può convenire che l’esercizio critico, con l’apprendimento e la cultura, costituisca la strada maestra, ben consapevoli però che è un esercizio impegnativo e di gran lunga durata, e che non è alla portata di tutti, in quanto richiede sia buona volontà, sia una pluralità di fonti di cultura ed informazione di qualità, elementi ai quali non tutti aspirano.

Toscano di provenienza, risiede da tempo a Venezia-Mestre. Ha avuto Esperienze manageriali in aziende industriali e di servizi pubblici. Collabora con istituti universitari ed enti di ricerca. Da tempo membro della Società Italiana di Studi Elettorali, particolarmente interessato alle dinamiche dei flussi e competente nella materia. Per finire è grande appassionato di fotografia, con predilezione per le cattedrali gotiche.